Dal sito Movimento Operaio  di Antonio Moscato

Non ho votato né penso di votare per il M5S, ma sono letteralmente disgustato dalla campagna di denigrazione che lo colpisce sulla quasi totalità dei mass media. Da giorni e giorni i telegiornali aprono su un solo argomento: i crimini della giunta Raggi a Roma, le probabili spaccature del movimento, ecc. Nel migliore dei casi, al posto delle notizie ci sono indiscrezioni e presunti retroscena basati solo sulla fantasia di un commentatore che sta a presidiare un portone chiuso, o che cerca invano di strappare un’ammissione o una confessione a qualche esponente grillino bloccato in strada.
Viceversa un coro di esponenti di tutti i partiti (compresi i più esagitati leghisti) si affannano a raccomandare a Giuseppe Sala di ritirare la sua autosospensione (peraltro escogitata da lui stesso e che non ha precedenti), e di ritornare come se niente fosse alla testa dell’amministrazione milanese. Eppure Sala è indagato per un reato reale, come retrodatare un bando di concorso per far vincere un’impresa di fiducia permettendole di sbaragliare la concorrenza (annunciando una riduzione del 41% sull’importo iniziale, salvo poi rigonfiare le voci di spesa), ed è stato al centro di molte operazioni più che discutibili nel corso del grosso affare dell’EXPO15.
La Raggi invece non ha commesso nessun reato, ma un errore dovuto alle illusioni riposte, non solo da lei ma di tutto il movimento, nella possibile utilizzazione di parti dell’enorme apparato amministrativo preesistente, i cui vertici sono stati profondamente corrotti da decenni di malgoverno di destra o di centrosinistra. Paga inoltre il ritardo di tutto il movimento nel darsi strutture democratiche che consentano di organizzare il confronto tra ipotesi diverse, inevitabili una volta raggiunta una grande dimensione grazie all’apporto di forze di diversa provenienza. Il divieto di aprire le porte del movimento a chi ha militato in altri partiti poteva funzionare nei primi meetup dai compiti solo propagandistici, non quando la conquista di comuni importanti (non a caso i problemi cominciarono con Parma) richiedeva la formazione di gruppi di lavoro che avevano bisogno di competenze tecniche non reperibili all’interno del movimento.
Virginia Raggi comunque è stata linciata e additata al pubblico ludibrio anche se non risulta che abbia commesso un reato. Le relazioni di Marra con Scarpellini (l’uomo che affittava a enti pubblici palazzi prestigiosi facendoli pagare il doppio o il triplo del loro valore) risalivano a ben prima che la Raggi diventasse sindaco. Detto per inciso, Scarpellini non è il solo ad approfittare di questo metodo, diffuso a Roma ma anche in moltissime altre città, e che è all’origine di tanti arricchimenti personali, e di tanti sperperi di risorse pubbliche.
La principale e vera colpa di Virginia Raggi è di essersi fidata di un dirigente che formalmente non era mai stato indagato, ma che aveva prosperato in quell’ambiente. Unica attenuante: non era facile trovarne altri non indagati in quel verminaio che sono i palazzi capitolini.
Luigi de Magistris, che a Napoli si è trovato di fronte a problemi molto simili e che nei primi anni fu costretto a sostituire uno dopo l’altro quasi tutti gli assessori, in un’intervista al “Fatto quotidiano” ha rimproverato alla Raggi la mancanza di coraggio nel praticare la rottura con il passato: “se veramente vuoi fare una rivoluzione, entri in un Comune e cambi tutto, a cominciare dagli uomini chiave. Poi è ovvio che subisci i contraccolpi”.
De Magistris ammette di essersela cavata perché aveva 15 anni di esperienza come Pubblico Ministero “in prima linea”, e aveva potuto verificare chi lo aveva sostenuto in quella battaglia controcorrente: come capo di gabinetto si scelse quindi un colonnello dei carabinieri che gli era stato a fianco nelle sue difficili battaglie giudiziarie.
A differenza di miserabili ipocriti come Roberto Saviano o di poveracci screditati come Roberto Giachetti che fanno prediche moralistiche alla Raggi chiedendone a gran voce le dimissioni, Luigi de Magistris dice che deve restare sindaco, a meno che non sia sfiduciata da chi la ha eletta, ma aggiunge che i suoi errori non sono dovuti solo a inesperienza, ma a un problema politico: “una fetta del sostegno dei 5 stelle a Roma alligna nella vecchia politica”. Non sarà facile risolvere “la contraddizione della questione morale a chiacchiere evidenziata dal gruppo dirigente M5S e la questione morale dei fatti, del «continuismo»”.
L’odio forsennato verso il M5S di tutti i partiti esistenti ha comunque una spiegazione semplice: lo temono come concorrente e lo presentano come un terribile pericolo, ma sono anche tentati di approfittare delle difficoltà in cui si trova dovendo governare diverse città importanti, senza aver risolto le sue contraddizioni interne. Il PD, che non ha più come cemento interno il pericolo di Berlusconi, beneficia però del forte peso che ha nella magistratura, e drammatizza spudoratamente episodi insignificanti come la ricopiatura delle firme per la presentazione della lista a Palermo, presentando come un grave crimine quel che tutti (senza eccezione) i partiti e le associazioni hanno praticato da sempre in occasioni analoghe o per i referendum. Non sarebbe male che i militanti del M5S cominciassero a capire che la magistratura non è neutrale e al di sopra di ogni sospetto, e magari a riscoprire le difficili battaglie che la sinistra, quando c’era, ha dovuto fare per difendere le sue giunte minacciate da processi o da interventi prefettizi.
Non mi sono mai scandalizzato per le dichiarazioni grilline sul non essere “né di destra né di sinistra”, perché capivo quanto difficile fosse (almeno per un giovane) distinguere tra loro le attuali destre e le sedicenti sinistre, dato che hanno programmi simili e governano nello stesso modo. Inoltre, anche se in molti casi l’iniziale ambiguità si è chiarita e la maggior parte delle battaglie del M5S si sono orientate a sinistra, non c’è dubbio che una parte dei suoi esponenti non sono cresciuti in un limbo, e pur senza essere stati iscritti a un partito ne hanno subito l’influenza. Il caso di Virginia Raggi rientra in questo caso: altrimenti non ci poteva essere il feeling che c’è stato tra la sindaca e certi personaggi che avevano sguazzato nella putredine della politica romana, come la Muraro, di cui si potevano ignorare legittimamente le responsabilità penali, ancora non “scoperte” dalla magistratura, ma non l’inserimento pieno negli affari sporchi della gestione dei rifiuti.
Non hanno il diritto di attaccarla gli esponenti della destra che ha avuto come rappresentanti a Roma Alemanno e la Polverini, e neppure quelli del centrosinistra che attraversano da anni una profonda crisi di identità, e che non a caso sono stati sonoramente sconfessati dagli elettori. Ma è il M5S che deve aprire un dibattito su come organizzare il confronto tra le diverse sensibilità e proposte che emergono al suo interno, sulle forme per collaborare con altri disponibili a mettere a disposizione le loro competenze, sui criteri di selezione dei quadri e di definizione di norme meno caotiche di quelle attuali, che rischiano di far esplodere in vari pezzi un movimento che ha comunque avuto il merito di dare un forte scossone alla vita politica italiana.
(a.m.)
PS Ho scritto all’inizio che “non ho votato né penso di votare per il M5S”, pur dando un giudizio relativamente positivo su cosa ha rappresentato finora. Mi spiego. Nel complesso penso che questo movimento ha spaventato utilmente i partiti tradizionali, ma non ha neppure cominciato a riflettere sulle cause della crisi politica, economica e sociale dell’Italia, ed è rimasto ancorato a una tattica di contestazione e di critica epidermica delle “caste”, senza un programma di lotta nella società. Una specie di PD (o PDS o PCI) com’era prima della sua ultima fase involutiva. Votarlo solo per far dispetto a Renzi o Gentiloni non mi parrebbe una gran cosa, e votare non sempre è necessario.
Ma lo seguo fin dal suo apparire con un certo interesse, apprezzandone le iniziative di denuncia più efficaci, e rattristandomi per le molte occasioni che ha perso. So che la colpa è anche dell’atteggiamento spesso stupidamente arrogante di quanto rimane della sinistra, che si è accodata talvolta alla demonizzazione fatta dal PD, che usa lo spauracchio di Grillo come usava quello di Berlusconi), e ha evitato di intavolare un dibattito francamente critico (ma sostanzialmente “fraterno”), che poteva essere utile a entrambi.
Segnalo a questo proposito che (finalmente!) su “il manifesto” di oggi è apparso un contributo che va nella direzione che ho sempre auspicato (La crisi di crescita del Movimento, di Paolo Graziano e Marco Almagisti). Il mio compiacimento per l’articolo è dovuto prima di tutto al fatto che ero infastidito dalla partecipazione precedente del “manifesto” alla canea contro la Raggi, e anche ad alcuni contenuti condivisibili. In particolare la constatazione che, a differenza di quanto accade in Spagna con Podemos, la capacità di attrazione a livello nazionale non è in genere accompagnata dalla capacità di organizzare il consenso a livello locale intorno a proposte politiche articolate. E questo, scrivono, “non può essere certo colpa dei cittadini che fanno le proposte pubblicate sulla piattaforma Rousseau”.
“Il maggior coinvolgimento dei cittadini – seppur con modalità discutibili – è un elemento di novità da guardare con molto favore” […] anche “perché comporta una concezione della partecipazione che non si esaurisce nel momento elettorale”.
I due autori rispettano la scelta del movimento di non trasformarsi in partito, ma osservano che questa non elude “il delicato momento in cui una neoformazione politica deve adottare una cultura politica di governo che si sostanzia nella costruzione di una classe dirigente nuova e competente e nell’aggregazione strutturata della domanda politica emergente”. In parole povere, chiamalo come vuoi, ma il problema del partito c’è: “il movimento non può continuare a far finta che una competente dirigenza «partitica» non sia necessaria”.
E, ammoniscono, le primarie, che sono “già una sfida per i partiti strutturati”, possono innescare dinamiche distruttive nel caso di una formazione recente e senza un tessuto ideologico preciso. Qualcosa che già stiamo vedendo: il M5S non ha tendenze formalizzate, ma già conosce lotte non solo sotterranee, e che possono divenire laceranti. (a.m.)

 

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