A Shanghai è tornato il toro. Ossia la borsa dell’hub finanziario cinese sta nuovamente macinando rialzi. Dalla volatilità di gennaio l’indice Composite ha guadagnato oltre il 20 per cento, percentuale che tecnicamente permette di parlare di mercato rialzista.

Sulla stessa traiettoria si sta muovendo anche la piazza di Shenzhen. La seconda borsa affari cinese, dedicata alle piccole e medie imprese e all’innovazione ha recuperato circa il 30 per cento, in attesa che parta il collegamento con il listino di Hong Kong il cui avvio è previsto per il prossimo 21 novembre.

La fase rialzista delle borse cinese va comunque messa in prospettiva. Shanghai è ancora di un 38 per cento sotto i livelli del picco raggiunto a giugno del 2015, prima che iniziassero i crolli capaci di mettere in discussione la strategia del governo nel gestire la turbolenza e salvaguardare milioni di piccoli investitori, anima del azionario cinese. Se poi il paragone lo si fa con il massimo raggiunto nel 2007 (e anche allora la corsa si interruppe con un botto), la differenza sale al 48 per cento.

Anche i volumi degli scambi non sono ai livelli che avevano caratterizzato la cavalcata di Shanghai e Shenzhen a cavallo tra la fine del 2014 e la prima metà dell’anno scorso. Allora Pechino aveva esortato i cittadini a investire in borsa, in modo tale da convogliare i capitali fuori dal mercato immobiliare a rischio bolla. E loro, i 90 milioni di “gnomi”, hanno risposto accompagnati dalla certezza che se qualcosa fosse andato storto, Pechino si sarebbe comunque mossa per tutelare i loro interessi e soprattutto l’armonia sociale.

Fu ciò che puntualmente avvenne la scorsa estate. Il governo e le autorità di vigilanza intervennero tramite il cosiddetto team nazionale, un gruppo di investitori scelti, incaricato di risollevare i listini, imponendo blocchi alle vendite e perseguendo le agenzie di brokeraggio assurte a untori e responsabili del crollo dei listini, cresciuti a dismisura nei mesi precedenti e di fatto scollegati dall’andamento a singhiozzo dell’economia reale che aveva perso lo slancio del decennio precedente e viaggiava (viaggia) su ritmi di crescita più sostenibili, non più a doppia cifra ma attorno al 6.5-7 per cento.

La ripresa registrata negli ultimi dieci mesi è considerata in parte merito degli stimoli fiscali e del programma di infrastrutture pubbliche messe in campo dal governo per mantenere l’espansione economica sulla giusta rotta e non discostarsi dai target di crescita per quest’anno (nei primi tre trimestri il Pil è stato dello 6,7 per cento il che dà per acquisito almeno un 6,5 per cento per l’intero 2016).

Il ritorno degli investitori sull’azionario si spiega però anche con le misure per raffreddare il mercato immobiliare, la cui vivacità rischia di trasformarsi in una nuova bomba per la stabilità del sistema bancario e in ultimo anche per quella sociale. In una recente intervista alla Cnn, il magnate Wang Jianlin, che sul mattone ha costruito la fortuna del gruppo Wanda, ha messo in guardia contro quella che considera la più grande bolla della storia, ritenendo che Pechino non abbaia ancora le misure adatte per contrastarla.

L’ultima soluzione in ordine di tempo individuata dalla Commissione nazionale per lo sviluppo e le riforme, secondo quanto riporta il settimanale Caixin, è il divieto di sfruttare l’emissione di bond per finanziare progetti immobiliari a scopo commerciale. Fanno eccezione progetti che riguardano iniziative nel campo dell’edilizia nelle aree sostenute dal governo.

Allo stesso tempo l’esecutivo cinese prosegue con la graduale apertura del proprio mercato dei capitali. Va in questa direzione l’avvio della connessione tra Shenzhen e Hong Kong che andrà ad aggiungersi al canale già in funzione tra la borsa dell’ex colonia britannica e Shanghai.

Gli investitori avranno la possibilità di accedere a 880 titoli (sono 567 su Shanghai): le 270 quotate del main board, le 410 del listino dedicato alle piccole e medie imprese e le 200 società del ChiNext, simile al Nasdaq statunitense, queste ultime inizialmente riservate agli investitori istituzionali. Lo schema non prevede invece alcuna quota aggregata, che sarà abolita anche su Shanghai.

La scorsa settimana la China Securities Regulatory Commission, la vigilanza sui mercati, ha inoltre decisione di permettere agli stranieri di avere partecipazioni più consistenti nel capitale delle società di brokeraggio, alzando l’attuale limite del 49 per cento.

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