di Cristiano Dan

dal sito di A. Moscato
Si sono concluse in Spagna le “primarie aperte” per l’elezione dei segretari generali e dei Consigli cittadini (Consejos Ciudadanos Autonómicos: i comitati direttivi) nelle regioni (Comunidad) di Madrid, Andalusia ed Estremadura, e per l’elezione delle Commissioni di garanzia in Navarra, La Rioja e Castiglia e León. Mentre in queste tre ultime regioni le candidature erano individuali e non collegate, almeno formalmente, a tendenze politiche interne, nelle tre precedenti le varie anime di Podemos si sono scontrate e contate. Il risultato è riassumibile in una sterzata a sinistra, con l’affermazione delle candidature sostenute dal settore che fa capo a Pablo Iglesias alleato ad Anticapitalistas, e la sconfitta dei settori (non si sono infatti sempre presentati uniti) che invece si richiamavano a Íñigo Errejón.
I risultati. La sterzata più netta si ha in Andalusia e in Estremadura. In Andalusia Teresa Rodríguez, di Anticapitalistas, è riconfermata segretaria generale con oltre 13.000 voti su quasi 18.000 partecipanti (il 75,6 %), mentre le due candidature che si rifacevano in modo più o meno diretto a Errejón hanno ottenuto ciascuna circa 2000 voti (11,6 e 11,2 %) e l’1,6 % è andato a quattro altri candidati. In Estremadura il candidato presidente del settore di Iglesias, Álvaro Jaén, è stato anch’esso riconfermato con il 64 % dei voti (1200 circa su 1800 votanti), contro un 31% e un 4,9 % ad altri due candidati. Più risicati i risultati a Madrid-regione, dove la lista comune di Iglesias e Anticapitalistas l’ha spuntata con il 50,8 %, contro il 43,8 % del settore errejonista e il 5,4 % di un’altra candidata. Si tratta della federazione più consistente in termini di iscritti: hanno votato in oltre 27.000, il 54,5 % degli iscritti “attivi”, e il 35,7 % degli iscritti totali (Podemos opera questa divisione: potremmo definire i secondi “simpatizzanti”). A Madrid lo scontro è stato piuttosto vivace, anche perché il candidato presidente eletto, Ramón Espinar, era stato oggetto nei giorni precedenti di una violenta campagna diffamatoria da parte di gran parte della stampa, «El País» in testa. Non abbiamo elementi per esprimere un giudizio su questa vicenda (assegnazione e vendita di un appartamento: una casa popolare), anche se analoghe e precedenti campagne, come il caso dei finanziamenti venezuelani in nero (di cui a suo tempo ci siamo occupati in questo sito) sono finite in bolle di sapone. Sembra comunque evidente che le accuse hanno indebolito la candidatura di Espinar: infatti nelle elezioni per il Consiglio cittadino Isabel Serra, una giovane dirigente di Anticapitalistas, ha ottenuto un numero di voti leggermente superiore (51,7 %), superando in “popolarità” il proprio segretario, il che non è un fatto frequente. Questo il quadro delle “primarie”, nei suoi tratti essenziali. Ma come si è arrivati a questo risultato?
Dalla trasversalità alla svolta a sinistra. Come abbiamo più volte riportato in questo sito, in Podemos sono confluite esperienze e tradizioni diverse, che seppur richiamandosi tutte genericamente al movimento degli Indignados, non sempre coincidevano su obiettivi, strategia e tattica per conseguirli, funzioni e struttura del partito-movimento. Senza entrare in troppi particolari, possiamo dire che in una prima fase la contrapposizione principale era fra l’asse Iglesias-Errejón, da una parte e una minoritaria ala sinistra rappresentata soprattutto da Anticapitalistas. I primi erano in gran parte influenzati dalle teorie di Ernesto Laclau, che possono essere sommariamente etichettate come “populismo di sinistra”, anche se per ragioni tattiche insistevano sul superamento della distinzione destra/sinistra, privilegiando una distinzione basso/alto (popolo versus élite); i secondi si richiamavano invece alla tradizione, rinnovata e arricchita, del marxismo rivoluzionario (alla loro origine stava Izquierda Anticapitalista, la sezione della IV Internazionale nello Stato spagnolo) [1].
L’incrinatura dell’asse Iglesias-Errejón. Il primo congresso di Podemos (Vistalegre I) si era concluso con una schiacciante maggioranza a favore delle posizioni di Iglesias-Errejón. L’ulteriore sviluppo della situazione politica spagnola ha però incrinato quest’asse. Nonostante i successi elettorali, è apparso ben presto evidente che una strategia che si basava fondamentalmente, anche se non esclusivamente, sullo “sfondamento” sul piano elettorale (grazie a un partito ridotto puramente e semplicemente a una «macchina da guerra»: ignorando evidentemente il tragicomico precedente di Occhetto…) non era sufficiente. Le ultime elezioni di quest’anno hanno infatti dimostrato come il blocco sociale della destra, raccolto fondamentalmente attorno al Partido Popular, per quanto severamente intaccato, non solo resisteva, ma dimostrava capacità di recupero. E parallelamente, la più marcata e rapida disgregazione del PSOE non si traduceva meccanicamente in un rafforzamento della sinistra. Al di là di puntuali errori commessi da Podemos e dall’alleata Izquierda Unida, quel che ha pesato è che lo scontro elettorale era avvenuto nel quasi totale vuoto sociale, nel senso che non si accompagnava a significative mobilitazioni a livello della società.

La delusione successiva al cattivo risultato delle ultime elezioni (perdita di voti; mancato “sorpasso” del PSOE) ha spinto la componente di Errejón a trarre alcune conseguenze: Podemos s’era spostato troppo a sinistra, alleandosi per di più con Izquierda Unida, cioè con la «vecchia sinistra» da tempo perdente; occorreva stemperarne l’immagine, riassumere un’identità trasversale, tale da favorirne la penetrazione anche in quei settori popolari “prigionieri” del blocco della destra («los que faltan», “quelli che non ci sono”, nei termini di Errejón). Naturalmente, questo riassunto delle posizioni di Errejón è, appunto, un riassunto, perdipiù ridotto all’osso, che probabilmente non gli rende pienamente giustizia, ma che sia pur rozzamente ne evidenzia il nucleo centrale. Naturalmente il contrasto non verteva tanto sulla necessità di conquistare «los que faltan», ma sul come farlo: privilegiando il piano istituzionale, secondo Errejón, o cercando di radicalizzare lo scontro sia sul piano istituzionale, sia e soprattutto su quello sociale. Tradotto in altre parole: il blocco sociale della destra si spezza “accerchiandolo” sul piano istituzionale o minandone la base mediante la ripresa delle lotte sociali capaci per loro natura di unire su comuni obiettivi concreti coloro che “ideologicamente” si trovano distanti?

La scelta fatta dal settore più affine a Pablo Iglesias va in quest’ultima direzione, anche per merito, crediamo, della capacità dimostrata da Anticapitalistas. Non lo crediamo solo noi, del resto. Lo afferma, anche se in parte per evidenti fini tattici, anche il fior fiore (si fa per dire) della stampa spagnola: Iglesias ha vinto «grazie alla sua grande coalizione con la famiglia Anticapitalistas, l’ala più radicale di Podemos, che s’è rivelata essenziale per ottenere la vittoria («El Mundo», 12 ottobre 2016); «[Espinar] ha vinto dopo aver concluso un’alleanza con Anticapitalistas, l’ala più a sinistra e radicale del partito, che dopo le ultime elezioni interne ha più peso nell’organizzazione […] Quel che è evidente è che l’antica Izquierda Anticapitalista […] s’è rafforzata. Questa organizzazione ha avuto un ruolo chiave nella prima espansione di Podemos nel 2014» («El País», stesso giorno).
Le prospettive Questa “svolta a sinistra” non significa, ovviamente, che i problemi di Podemos siano risolti. In un certo senso, cominciano ora. Occorre infatti saper gestire, responsabilmente, questa prima vittoria, senza ricadere in peccati di “arroganza” o di trionfalismo. Il settore sconfitto ha una visione errata della realtà e delle possibilità concrete che questa offre, ma non è – o perlomeno non lo è ancora – al di fuori di una sinistra anticapitalista in senso lato. In America latina molti movimenti e partiti hanno posizioni simili, a volte coincidenti, e sono considerati a tutti gli effetti interni alla sinistra anticapitalista. In secondo luogo, l’errejonismo è forse più una categoria dello spirito, nel caso spagnolo, che un dato diffuso reale all’interno di Podemos. Sotto la sua bandiera si sono infatti coalizzati pezzi di Podemos di diversa origine e orientamento, molti dei quali esprimevano in questo modo insoddisfazione per l’andamento delle cose: un certo verticalismo (del quale peraltro lo stesso Errejón ha gran parte di responsabilità) con conseguente svalorizzazione della base; un reclutamento avvenuto in modo tumultuoso (e, certo, anche entusiasmante) che però non è stato seguito (o non lo è stato abbastanza) da una adeguata preparazione e selezione dei quadri (i casi delle Baleari e delle Canarie, con conseguenti crisi più o meno acute, sono solo gli ultimi di una lunga serie), e potremmo continuare a lungo.

Qui non si tratta di fare le pulci a un esperimento politico che, nelle sue dimensioni, è unico in Europa e attorno al quale sono riposte molte speranze. Siamo tutti consapevoli del fatto che la costruzione di un partito anticapitalista non può avvenire in modo lineare, con tappe stabilite a tavolino, ma segue spesso un percorso tortuoso. L’importante però è non ripetere gli stessi errori. Il prossimo congresso di Podemos, il Vistalegre II, è in calendario per il prossimo anno. Sarà quasi sicuramente caratterizzato da un aspro scontro fra le due concezioni contrapposte, e non può essere altrimenti, data la posta in gioco. Purché però si sia capaci. da una parte e dall’altra, di “dosare” e non esasperare questa “asprezza”, consapevoli del fatto che né l’errejonismo avrebbe alcuna possibilità concreta di esistere al di fuori di Podemos (non ci sarebbe lo spazio politico, se non in termini molto ridotti), né Podemos può sperare di allargare significativamente il proprio perimetro di influenza se non è in grado, prima, di “recuperare“, almeno in gran parte, questa sua dissidenza.

 

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