A mio avviso per cominciare una discussione proficua dobbiamo decidere a quale sguardo o punto di vista dare priorità. Spero lo faremo insieme.
Se lo sguardo è quello antropologico e si intende l’essere umano come portatore di una certa cultura è superficiale pensare che l’immigrato bisognoso non sia al contempo strutturato ideologicamente e pronto ad imporre nel caso diventi maggioranza, anche in un solo comune della repubblica, la sua organizzazione sociale, nel caso specifico, che temiamo come donne femministe, patriarcale e gerarchicamente organizzata. Se io devo rinunciare al mio presente laico frutto di secoli di lotta tra stato e chiesa per far felici quelli che hanno già scelto la chiesa, non ci sto, anche perché il pendio è ripido e arriveremmo molto presto a renderci conto della nostra colpevole mancanza di previdenza.
Vi faccio un esempio che è già accaduto in Francia. Facciamo finta che in un paese della campagna bresciana venga eletto dalla maggioranza della popolazione un sindaco musulmano – potrebbe capitare presto – in questo paesino c’è una piscina comunale, viene stabilito con la nuova giunta l’apertura a giorni alterni per maschi e femmine, gli insegnanti saranno dello stesso sesso dei frequentanti, sancendo così la separazione dei sessi che troviamo sia nell’Islam che nell’ebraismo ortodosso, per quanto riguarda religioni vicine a noi.
Se invece ragioniamo come libere pensatrici internazionaliste possiamo sicuramente opporci a politiche respingenti progetti migratori anche non condivisi, perché rivendichiamo il diritto di migrare ovunque per chiunque e in qualsiasi momento e allora la reciprocità, all’interno di una derogabile legislazione, è d’obbligo.
Se ragioniamo dal punto di vista politico e sindacale, allora teniamo conto dell’ondata di razzismo e fascismo che ci sommergerà e ci posizioniamo contro i vari Salvini o le varie Marine Le Pen, che sono comunque il risultato di politiche neoliberiste, europeiste, finaziste che hanno precarizzato la vita della stragrande maggioranza della popolazione e in questo caso diamo piena solidarietà ai lavoratori immigrati in lotta, sfruttati da padroni vampiri, senza dare nemmeno un’occhiata a quello che succede nelle loro case, alle loro mogli, figlie, madri e sorelle. Anche nella nostra cara sinistra e in gruppi di femministe “compagne” la solidarietà è d’obbligo per i lavoratori sfruttati, mentre quando si tratta di donne schiacciate da imposizioni dettate dal patriarcato, la prudenza porta all’astensione del giudizio perché queste donne si dovrebbero liberare da sole, visto che è la loro “cultura” che decide del loro destino. E pensare che nelle società di provenienza della maggior parte degli immigrati, il fatto di nascere maschio o femmina cambia completamente la collocazione nelle società e il comportamento della popolazione femminile è minuziosamente declinato dal pensiero giuridico che poi si intreccia, noi lo sappiamo, alle condizioni materiali di dipendenza assoluta, ed è solo una pia illusione pensare che le nostre sorelle possano od osino vivere senza tener conto del giudizio della comunità che le opprime. La storia di Hina lo insegna.
Io non provo nessuna, dico bene, nessuna tentazione verso identità crudeli (burqa – niqab – mutilazioni genitali – matrimoni forzati – segregazione) e mi stupisco sempre che noi compagne si sia pronte tutte a dare solidarietà alla classe lavoratrice in lotta per i suoi diritti e quando si tratta della metà dell’umanità si tirino fuori discorsi “culturali”, quando invece dobbiamo imparare a leggere al di là di questi stereotipi artefatti le dinamiche di potere che schiacciano la forza lavoro ri-produttiva.
Faccio un altro esempio: nessuno vedendo un uomo trascinarne un altro alla catena si sognerebbe di dire “la schiavitù fa parte della loro cultura” perciò non intervengo, nevvero? Eppure la schiavitù non è scomparsa dall’organizzazione sociale di molti paesi nel mondo, mentre se si vede un uomo portare in giro, ma rigorosamente alle sue spalle, una o più mogli coperte dalla testa ai piedi con un tessuto nero che non le rende visibili al mondo, si tira in ballo la “loro” cultura e ci si gira dall’altra parte, perché?
Se invece il nostro sguardo è quello di femministe allora l’immigrato è un uomo come tutti gli altri uomini e non ci dobbiamo porre nessun limite alla critica per eventuali aggressioni, palpeggiamenti, violenze più o meno sessuali di uomini d’origine teutonica, arabo-africana o indo-europea.
Io mi chiedo davvero come organizzarci e sono quasi sopraffatta da questi pensieri.
Provo ad allargare un po’ il discorso.
Michel Foucault scriveva che « Le utopie consolano; se infatti non hanno luogo reale si schiudono tuttavia in uno spazio meraviglioso e liscio; aprono città dai vasti viali, giardini ben piantati, paesi facili anche se il loro accesso è chimerico. Le eterotopie inquietano, senz’altro perché minano segretamente il linguaggio, perché vietano di nominare questo e quello, perché spezzano e aggrovigliano i luoghi comuni, perché devastano anzi tempo la «sintassi» e non soltanto quella che costruisce le frasi, ma quella meno manifesta che fa «tenere insieme»… le parole e le cose ».
Le eterotopie dividono, le utopie uniscono e contrappongono. Le eterotopie sono spazi concreti, spazi che si sovrappongono e creano divergenze che hanno origine nella diacronia dei sistemi in movimento.
Messo in soffitta il futuro, dunque il tempo che ci aspetta, siamo ad occuparci dello spazio e della sua dilatazione; dicono che è lo spazio la chiave di lettura del contemporaneo: ambiente e territorio, guerre e migrazioni. E ogni civiltà produce le proprie eterotopie. Foucault ne elenca alcune utili a normalizzare e a disciplinare il potere odierno e a tenere a bada la malattia, la follia, il crimine, la vecchiaia e l’agonia: gli ospedali, le cliniche psichiatriche, le prigioni, i ricoveri per anziani.
Mi chiedo se Foucault abbia mai considerato la famiglia come un’eterotopia per tenere a bada le donne, la metà dell’umanità, quel soggetto che l’uomo ha “corretto”, “disciplinato”, “colonizzato” e “coperto” per farne una sola persona: lui. Tutto il sistema è fatto a sua immagine e somiglianza così che una parte di umanità vi si ritrovi come fosse il tutto, e l’altra come se fosse niente.
Dunque per Foucault la caratteristica principale del passaggio dalla modernità alla contemporaneità è la sostituzione delle categorie dello spazio a quelle del tempo, così come il tramonto delle utopie fa posto alle eterotopie. Ma Foucault ha mai pensato che ogni eterotopia ha la sua piccola ancorché miserabile utopia?! Dalla storia non si esce senza danni e l’eterno presente è una condanna. Senza la storia saremmo qui a pensare che il velo è un destino immutabile per la donna musulmana mentre quelle stesse donne negli anni Sessanta e Settanta tentarono di toglierselo, almeno quelle che ebbero la possibilità di accedere a studi che le emanciparono e che vivevano lontane dai villaggi dove non c’è mai stato un cambio così radicale di costumi millenari …
Per capire gli spazi dobbiamo forzatamente inquadrarli negli orizzonti storici altrimenti la lotta non vale, ma di questo abbiamo paura per una serie di questioni legate ai giudizi di valore. Imposto un sistema economico e dunque un’utopia, il sistema lascia sopravvivere immaginari collettivi differenti, configgenti, totalizzanti, l’importante è che non intralcino il sistema, anzi lo agevolino. Maxime Rodinson, marxista e eminente studioso dell’Islam, scrisse un libro “Islam e capitalismo” dove spiegò come i due sistemi non siano affatto incompatibili come si pensava. Peraltro chi come noi si pone l’utopico compito di rivoluzionare questa società non ha il coraggio di aggiungere allo sfruttamento del sistema da abbattere anche la critica ai sistemi di valori a noi estranei, ci sembra troppo per via dei sensi di colpa! Ma se ragioniamo così per lenirli ci soccorre, tra i tanti esempi della storia, il ricordo dei secoli di sfruttamento, dominio e violenza sul mondo dell’Africa nera sub-sahariana perpetrato dal mondo islamico.
Come devo pormi nei confronti di ciò che accade ora? Se l’uomo che mi palpa il culo è un immigrato o un italiano vicino di casa come devo comportarmi? Devo pensare che il primo è vittima del sistema imperialista neocoloniale e il secondo ne è complice? Forse che questo è il dilemma? Quando conosco un tedesco devo tener conto del nazismo e delle persecuzioni nei confronti di ebrei, rom, gay e comunisti perpetrato dai suoi nonni o lo considero per quel che è nel momento in cui lo incontro?
Con le migrazioni, in un unico luogo reale, eterotopie a volte incompatibili si incontrano, si scontrano, si sovrappongono e lo spazio si disordina: in suo soccorso ecco le periferie, spazi altri, spazi divergenti. Mentre come scriveva George Perec vorremmo « che esistessero luoghi stabili, immobili, intangibili, mai toccati e quasi intoccabili, immutabili, radicati; luoghi che sarebbero punti di riferimento e di partenza, delle fonti (…) Tali luoghi non esistono, ed è perché non esistono che lo spazio diventa problematico, cessa di essere evidenza, cessa di essere incorporato, cessa di essere appropriato. Lo spazio è un dubbio: devo continuamente individuarlo, designarlo. Non è mai mio, mai mi viene dato, devo conquistarlo ».
Ed è anche per questo che la minaccia, la paura di non essere più a casa propria rende ciò che è estraneo ma non più lontano, nemico.
Il simultaneo, il giustapposto, il vicino, il fianco a fianco diventano insopportabili. L’unica via d’uscita sembra sia quella di educare alle differenze; se si tratta di colori e sapori l’idea aggrada, ma quando ci son di mezzo usi e costumi tutto cambia, la storia e le grandi utopie riprendono il sopravvento da una parte come dall’altra.
La violenza contro le donne è un sistema di potere, lo stupro in Italia è diventato reato contro la persona e non più contro la morale solo nel 1996! Sia il matrimonio che lo stupro si sono da sempre fondati sull’uso del corpo della donna come cosa, le botte e il sesso fino a pochi anni fa condivano la vita matrimoniale e servivano a riportare le donne alla loro espressione minima. Essere animali da riproduzione docili e obbedienti.
Lo stupro ha poco a che fare con la sessualità, pochissimo col desiderio, molto col potere, è una delle armi della guerra tra gli uomini. Gli studi post-coloniali si sono incentrati, per quanto riguarda la violenza contro le donne, sul dominio e l’egemonia dell’uomo bianco. Ecco … ora possiamo togliere l’aggettivo “bianco”. L’Occidente e l’Oriente si sovrappongono e i dispositivi di potere sono universali. Le donne tutte le volte che affrontano lo spazio pubblico da sole lo fanno a loro rischio e pericolo. Raccontava un professore durante un seminario all’Università Cattolica, di qualche anno fa, che in Afghanistan una donna non può uscire di casa se non è accompagnata da un membro maschile della sua famiglia essendo una proprietà della stessa, e in quanto res di qualcuno, deve essere tutelata; nel caso si ritrovi sola nello spazio esterno alla casa, come una cosa abbandonata, diventa una res nullius, cioè cosa di nessuno, e non essendo di nessuno può essere di tutti, a questo punto lo stupro non viene punito visto che chi deteneva la proprietà della donna non se ne è curato. Questo succedeva anche nella nazione borghese ottocentesca, dove gli uomini abbienti impedivano alle mogli di uscire di casa, a meno che non fossero accompagnate. Chi ha stuprato la giovane di Chiari ha visto una res nullius che passeggiava nel parco con il cane e ne ha approfittato!
L’immaginario italiota è ancora potente e lo si vede nella reazione dei fasci di Forza Nuova sul loro facebook. Mettono la fotografia di una donna supina e urlante immobilizzata da una mano che le tiene fermo il collo mentre sta subendo violenza e la dicitura “Se fosse tua figlia, tua madre o tua moglie? Chiudere le frontiere, espellere gli immigrati. Subito! Difendiamo le nostre donne”. (le sorelle dei camerati si arrangino! E pensare che i mondiali di calcio del 2006 si giocarono su un insulto alla sorella di Zidane …)
Dunque noi donne dobbiamo essere qualcosa per qualcuno perché lo stupro susciti indignazione, valiamo solo in quel caso. Questo sentimento proprietario funziona bene come collante identitario. A ben guardare loro e tutti quegli uomini che devono appiccicare un aggettivo possessivo al corpo di una donna per poterla riconoscere, e che altrimenti minimizzano il dramma dello stupro, sono l’altra faccia della medaglia dello stupratore che non ti riconosce né come figlia, né come madre, né come moglie, né come sorella e dunque ti violenta alla prima occasione che gli si presenta, se poi è in branco tutto è ancora più facile … ricordate la canzone di Mia Martini “Gli uomini non cambiano?”, mi mette i brividi …
Ci chiediamo sconsolate come uscire da questo stato di cose?
Sarei molto contenta se ne parlassimo insieme, anche se la mia speranza che ci si possa ritrovare è temperata dalla coscienza del momentaccio che stiamo passando. Se volete possiamo organizzare al centro sociale 28 maggio di Rovato un incontro su questi temi, oppure se preferite ne parliamo altrove o in alternativa a un luogo certo, così come sto facendo ora, ci scriviamo vincendo se possibile la paura del giudizio dei compagni che la fanno spesso da padroni quando si tratta di agende di movimento.
eugenia
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E’ un articolo razzista contro i musulmani. Il sindaco di Londra è musulmano e non vieta niente. Basta con questo razzismo
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Io non credo che il fatto di criticare o anche attaccare una religione sia razzismo. Razzista è sostenere una frase del tipo “i musulmani sono tutti uguali, tutti maschilisti e/o violenti”, o cose del genere. Io non sopporto l’islam (come qualsiasi altra religione) perchè lo ritengo nemico della libertà e della giustizia, ma ciò non mi impedisce di rispettare le persone che credono nell’Islam (ed ho, tra l’altro, un certo numero di amici di fede islamica). Io invito te a dire “basta” agli stereotipi, per cui ogni critica viene stigmatizzata come razzismo.
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