Nell’estate del 1960, la moda dei ragazzi italiani è una maglietta bianca, a strisce orizzontali nere o blu.
Magliette marinare per sentire il sapore del mare, anche, nella canicola delle città.
Nei jukebox, si ascolta “Il cielo in una stanza” di Gino Paoli, cantata da Mina; la promessa del piacere e del peccato, nell’amore della carne, liberato dai controlli.
E, soprattutto, “MARINA” di Rocco Granata; l’entusiasmo dell’amore semplificato e benedetto dal matrimonio.
Al cinema, hanno visto “La dolce vita” di Fellini e, qualcuno, sta vedendo “L’avventura” di Antonioni.
Nelle strade e nelle piazze, si battono contro il governo Tambroni, sostenuto dai fascisti del Movimento Sociale Italiano.

Hanno cominciato a Genova, il 30 giugno, fra i caruggi e Piazza De Ferrari.
Il Corriere della Sera scrive:
« Giovanotti muscolosi si applicavano a divellere cassette di immondizie, a staccare dalle pareti di un portico riquadri con i programmi dei cinematografi, a spaccare i cavalletti che recingevano un piccolo cantiere di lavori in piazza De Ferrari. Nelle mani dei manifestanti comparvero, stranamente bombe lacrimogene. La sassaiola contro la polizia era incessante. Un agente fu buttato nella vasca della fontana di piazza De Ferrari, altri vennero colpiti dalle pietre e andarono sanguinanti a medicarsi »

Gli scontri, sempre più duri, proseguono nei giorni seguenti, in varie località italiane.
Il 1° luglio, a Torino e a San Ferdinando di Puglia.
Il 5 luglio a Licata, con un morto ammazzato dai poliziotti e 24 feriti.
Il 6 luglio, a Roma con decine di feriti e un vero e proprio rastrellamento nel quartiere del Testaccio.
I fascisti, intanto, fanno quello per cui esistono. Il 5 luglio, a Roma, lanciano delle bombe contro una sede del PCI. Nella notte, a Ravenna, danno l’assalto alla casa di Arrigo Boldrini “BULOW”, segretario nazionale dell’ANPI.

Il 7 luglio, a Reggio Emilia, i ragazzi con le magliette a strisce scendono in strada. Sono solo 15 anni che l’Italia è stata liberata, col sangue, dal nazifascismo. La loro città ha visto il massacro dei 7 fratelli Cervi. E’, davvero, insopportabile che il partito dei reduci di Salò stia, di fatto, nel governo del paese.
Alle 16,45, sono intorno al monumento dei Caduti con gli operai delle OFFICINE MECCANICHE REGGIANE. Cantano le canzoni delle lotte proletarie e della Resistenza.
Il vicequestore Giulio Cafari Panico ordina, improvvisamente, la carica dei suoi reparti mobili. L’assalto proditorio è subito caratterizzato da una feroce violenza. I ragazzi, gli operai, i partigiani, per un momento sbandano; ma, subito, si riprendono e organizzano la resistenza di strada. Alzano barricate improvvisate e lanciano qualsiasi cosa, fino a respingere le cariche.
I poliziotti, in quel momento, cominciano a sparare a “altezza d’uomo”.
Vengono sparati 182 colpi di mitra, 14 di moschetto e 39 di pistola.
Sul terreno della loro città restano 5 corpi:
Lauro Farioli (1938), operaio di 22 anni, sposato e padre di un bambino.
Ovidio Franchi (1941), operaio di 19 anni.
Marino Serri (1919), pastore di 41 anni, partigiano della 76a “SAP” (SQUADRE DI AZIONE PATRIOTTICA)
Afro Tondelli (1924), operaio di 36 anni, partigiano della 76a SAP.
Emilio Reverberi (1921), operaio di 39 anni, partigiano nella 144a Brigata Garibaldi.

Seguono altre rivolte (a Napoli, a Parma, a Catania, a Palermo, a Modena) e, ancora, morti e feriti massacrati dalle forze dell’ordine della Repubblica nata dalla Resistenza.
Il 19 luglio, finalmente, il governo Tambroni viene spazzato via!

LUNEDI’ 4 luglio (2016), Emmanuel e sua moglie stanno camminando tranquillamente per Fermo. A pochi metri da loro, 2 fascisti cominciano a insultarli e a minacciarli. La donna viene apostrofata come “scimmia africana”. Emmanuel non li sopporta più e s’avvicina per chiedere di smetterla. Lui ha visto la morte davanti agli occhi, là nella sua terra di Nigeria. E’ venuto in Italia per una vita nuova e per un sogno da condividere con la sua compagna. Gli è insopportabile la violenza delle parole dei due fascisti.
Le sue ragioni cozzano contro la ferocia brutale che lo schianta per terra, davanti a Chinyery.
MERCOLEDI’ 6 luglio, il suo cuore massacrato si ferma!

Ora, parliamo chiaro. Cosa siete corsi in strada a fare voi partigiani, ragazzi, antifascisti del 1960. Tu Lauro e tu Ovidio e Marino, Afro, Emilio, massacrati dalle pallottole dei violenti di stato. Vi avevano dato la possibilità di votare e di delegare. Avevate, in Parlamento, i vostri rappresentati. Dovevate aspettare a casa l’evolversi delle cose pubbliche e vivere.
In fondo, ve la siete cercata!

Emmanuel, chi te l’ha fatto fare di protestare, di reagire agli insulti. Dovevi tenere la bocca chiusa, la testa bassa e vivere con tua moglie e il vostro amore.
Te la sei cercata, negro!

Chi ce lo fa fare, in questi giorni delle nostre vite, di batterci direttamente per il diritto alla casa. Per la conquista delle vite in dignità e in pienezza. Per la salute collettiva, nell’ambiente difeso dall’abuso dei profitti. Contro lo sfruttamento selvaggio nei luoghi di lavoro imbarbariti e svuotati di legalità. Per l’accoglienza di ognuno in cerca di un altro orizzonte. Per gli occhi dei bambini che non conosciamo.
Chi ce lo fa fare di prenderci denunce e manganellate. Di subire processi e condanne. Di svelare pubblicamente i fascisti (picchiatori o sindaci o altro che siano) nelle loro malefatte. Cui seguono, inevitabilmente, minacce e rappresaglie.
Dovremmo starcene a casa, a ascoltare i professionisti delle promesse e del sotterfugio. A indignarci un’occasione per volta. A dimenticare in fretta. A delegare fino alla fine, a testa bassa e a bocca serrata.
A vivere indignati e tranquilli.
Questa è l’Italia e “si tiene famiglia”; per cui va sempre bene “FRANZA O SPAGNA PURCHE’ SE MAGNA”!

A dirla tutta, ce la siamo davvero cercata.
E continueremo a farlo, costi quel che costi! Come i ragazzi del 1960 e Emmanuel e tutti gli altri elencati nel disordine dei nostri cuori.
(non ci è possibile far altro).

.Claudio Taccioli.

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