di Budour Hassan

Il mondo gira intorno alla Palestina, o così pensavo fino al 2011.

Ho sempre pensato che la causa palestinese fosse la prova del nove per sapere quanto qualunque persona lottasse per la libertà e la giustizia. La Palestina era l’unica e sola bussola che doveva guidare qualunque rivoluzione araba. Un regime poteva essere giudicato buono o cattivo, prima di ogni cosa, in base alla sua posizione nei confronti della causa palestinese. Ogni evento doveva essere letto attraverso la prospettiva palestinese. I popoli arabi ci hanno abbandonato, e noi abbiamo ispirato il mondo intero con la nostra resistenza.

Sì, mi definisco un’internazionalista. Credo in ideali universali e umanisti. Spesso e volentieri ho parlato della necessità di rompere ogni confine e iniziare una rivoluzione socialista.

Poi è arrivata la Siria, e la mia ipocrisia e la fragilità di quegli ideali è stata smascherata.

Quando ho sentito per la prima volta che i siriani a Daraa chiedevano una riforma del regime, il 18 marzo 2011, tutto quello che riuscivo a pensare, incoscientemente, era: “Se lo scenario egiziano si ripetesse in Siria, sarebbe un disastro per la Palestina.”

Non pensavo alle persone uccise dal regime quel giorno. Non pensavo a quelli arrestati o torturati.

Non pensavo all’inevitabile repressione del regime.

Non ho accolto le incredibili e coraggiose proteste di Daraa con lo stesso entusiasmo e fervore che ho provato durante le insurrezioni in Tunisia, Egitto, Bahrain, Yemen e Libia.

Tutto quello di cui ero capace era un sospiro di sospetto e paura.

“Assad è un tiranno e il suo regime è corrotto,” pensavo tra me e me, “ma il risultato della sua caduta potrebbe essere catastrofico per la Palestina e la resistenza.” Quel sacro asse di resistenza aveva allora, per me, un valore ben più grande delle vite siriane falciate dai suoi difensori.

Ero uno di quei cuori che sobbalzano quando Hassan Nasrallah appare in TV. Ho archiviato numerosi video su Youtube dei suoi discorsi e pianto mentre ascoltavo le canzoni che esaltavano la resistenza e le sue vittorie.

E mentre sostenevo in via di principio le richieste dei manifestanti siriani, praticavo questo sostegno con riluttanza, davo un supporto condizionale. Non era nemmeno solidarietà perché ero semplicemente egoista e totalmente concentrata sulla Palestina.

Ho re-tweettato il post di un attivista egiziano che chiedeva ai siriani di esporre la bandiera palestinese, per “smontare” la propaganda di regime. Il popolo siriano è sceso in strada per difendere quegli stessi ideali universali in cui dico di credere, eppure non riuscivo a leggere la loro lotta se non all’interno della mia ottica palestinese. Mi definivo internazionalista ma le preoccupazioni dei palestinesi erano più importanti delle vittime siriane. Ho vergognosamente partecipato alle Olimpiadi della Sofferenza e mi irritavo quando vedevo che il dolore siriano occupava più pagine di quello palestinese sui giornali. Ero talmente ingenua da non notare come i drammi di siriani e palestinesi siano semplici note a margine e che le ultime notizie sarebbero diventate subito routine, troppo ripetitive e senza valore nello spazio di alcuni mesi.

Sostenevo di rifiutare ogni forma di oppressione e allo stesso tempo mi aspettavo che il leader di una milizia confessionale dicesse qualcosa sulla Siria e parlasse appassionatamente della Palestina.

La rivoluzione siriana mi ha processato per aver tradito i miei princìpii. Ma invece di condannarmi, mi ha insegnato la lezione della vita: una lezione impartita con grazia e dignità.

Data con amore, da donne e uomini che hanno ballato e danzato per le strade, sfidando il pugno di ferro con creatività, rifiutando di arrendersi mentre venivano inseguiti dalle forze di sicurezza, trasformando funerali in esuberanti marce per la libertà, ripensando i modi per sovvertire la censura di regime; introducendo azioni collettive in mezzo a violenze inenarrabili; e inneggiando all’unità contro l’incitamento alle divisioni settarie; e invocando il nome della Palestina in numerose manifestazioni e portando la bandiera palestinese senza avere bisogno di una blogstar egiziana che chiedesse loro di farlo.

Si è trattato di un processo di apprendimento graduale in cui ho dovuto confrontare i miei pregiudizi su come la rivoluzione “dovrebbe essere,” e come dovremmo reagire di fronte a un movimento che si oppone ad un regime nominalmente pro-Palestina. Ho cercato disperatamente di non guardare la brutta faccia sotto la maschera di resistenza indossata da Hezbollah, ma la rivoluzione ha strappato quella maschera. E non è stata l’unica maschera ad essere strappata, molte altre hanno subìto la stessa sorte. Ora i volti reali di autoproclamati guerrieri per la liberà e della sinistra da salotto sono esposte; le voci siriane represse per lungo tempo sono emerse.

Come si può non essere ispirati da un popolo che riscopre la propria voce, che trasforma canzoni popolari e slogan calcistici in canti rivoluzionari? Come si fa a restare impassibili davanti a proteste organizzate contro i carri armati?

La geografia siriana era ben più diversa e ricca di quella rappresentata dal regime e da quella narrazione ufficiale che è collassata nel momento in cui i siriani marginalizzati hanno ricostruito le proprie narrazioni. L’arcobaleno siriano ha molti più colori di quelli concessi dal regime. E i siriani hanno potuto alzare la propria voce in posti diversi dagli stadi di calcio, usando i loro famosi canti di vittoria in piazze pubbliche e strade per maledire Hafez al-Assad, il “leader eterno.”

Se il nome di Hafez al-Assad poteva essere solo sussurrato con terrore prima del 2011, la gente ha finalmente potuto maledire lui e suo figlio [Bashar n.d.r.] apertamente, destabilizzando l’egemonia simbolica e fisica della sua dinastia a partire dalle sue fondamenta.

Non potevo rimanere neutrale mentre i siriani ridefinivano il possibile e allargavano i confini del potere popolare, seppur per un breve periodo, durante quei primi mesi di speranza fatale.

Restare neutrale non sarebbe stato un atto di tradimento nei confronti di tutto ciò che sostengo? Come posso leggere la frase di Howard Zinn “Non puoi essere neutrale su un treno in movimento” a quelli seduti sulle barricate in Palestina, mentre facevo lo stesso in Siria? La rivoluzione siriana ha fatto crollare la staccionata sotto di me. Ho riscoperto la mia voce grazie alla mobilitazione di massa che ho visto in Siria. Ascoltavo gli audio delle proteste siriane, memorizzavo le canzoni, le ripetevo durante le proteste in Palestina. Pensare al coraggio dei siriani rendeva immediatamente la mia voce più potente e mi aiutava a superare qualsiasi leggero sentimento di paura.

Non puoi scegliere la nazionalità in cui nasci ma non devi essere incatenato ad essa.

La mia identità siriana, il mio senso di appartenenza alla rivoluzione siriana, non mi è stata imposta. Ho scelto di adottarla. Non ho mai messo piede in Siria. Fino al 2013 non avevo neanche mai incontrato in carne ed ossa un siriano che non provenisse dalle Alture del Golan occupate. La mia connessione principale con i siriani erano e restano social media e Skype. Eppure non potevo non sentirmi siriana e identificarmi completamente con la loro lotta.

Fino al 2011, i miei discorsi sull’abbattimento dei confini e la solidarietà internazionale erano solo chiacchiere, retorica. Grazie alla rivoluzione siriana, ho finalmente capito cosa significhi realmente la parola solidarietà.

Ho sempre pensato che la gente dovesse sostenere la causa palestinese senza imporre condizioni, senza prediche né lezioni, senza dettature. Quando la rivoluzione siriana è iniziata, ho agito esattamente come quei predicatori da poltrona che chiedevano ai palestinesi una rivoluzione del gelsomino, chiedendoci costantemente un nuovo Gandhi o Martin Luther King. Ma mentre la rivoluzione proseguiva, ho potuto finalmente comprendere il vero significato dell’espressione solidarietà dal basso, una solidarietà incondizionata ma allo stesso tempo critica. Ho visto come persone come il martire Omar Aziz hanno applicato un auto-governo orizzontale in alcuni dei quartieri più conservatori e tradizionali, e ho imparato molto da questo modello.

Ho imparato il significato di solidarietà comunitaria e unione siro-palestinese da residenti palestinesi nel campo rifugiati di Daraa: hanno rischiato la propria vita per contrabbandare pane e medicine e rompere l’assedio sulla città insorgente di Daraa. Non era solo un atto umanitario; era un atto politico e l’inizio della formazione di un’identità, quella del rivoluzionario siro-palestinese.

Khaled Bakrawi, un rifugiato palestinese a Yarmouk, e Zaradasht Wanly, un giovane siriano di Damasco, sono stati entrambi feriti dalle forze di occupazione israeliane durante le “marce di ritorno” alle Alture del Golan nel 2011. Sia Khaled che Zaradasht sono stati uccisi dal regime siriano: il primo a causa delle torture subìte, il secondo colpito a morte durante una manifestazione pacifica.

I siriani hanno marciato in solidarietà con Gaza in mezzo alle macerie delle proprie case distrutte dai bombardamenti del regime siriano. I Giovani Rivoluzionari Siriani hanno pubblicato manifesti contro la pulizia etnica della Palestina nel Naqab quando la maggior parte dei membri del gruppo si nascondeva, era in prigione, in esilio, o sottoterra.

Questa è la solidarietà degli oppressi che i siriani hanno saputo trasformare da forma retorica a pratica. Come si fa a non ammirarla?

Se la seconda Intifada nell’ottobre del 2009 ha plasmato la coscienza politica e l’identità nazionale di una undicenne che aveva appena lasciato un piccolo villaggio per trasferirsi in città; la prima ondata della rivoluzione siriana nel marzo 2011 ha fatto rinascere una donna rendendola più sicura di sé a Gerusalemme. Gerusalemme, la mia città, quella che ho scelto di chiamare casa, non poteva in nessun modo essere liberata dagli oppressori della mia gente, dei siriani. Quelli che bombardano un ospedale che porta lo stesso nome non possono appropriarsi dello spirito di Gerusalemme.

Invece di crearmi problemi nel conciliare le mie identità palestinese e siriana, l’insurrezione siriana ha rafforzato il mio impegno nella lotta di liberazione palestinese: la liberazione della terra dall’occupante e la liberazione della causa da dittatori e opportunisti.

E mentre ho perso l’amicizia di persone che un tempo consideravo compagni per via del loro sostegno al regime siriano, ho anche trovato nuove, durature amicizie che hanno riempito il mio mondo di calore e forza.

Devo tanto alla rivoluzione siriana, che mi ha fatto rinascere. Non sono nella posizione, non mi ritengo così importante, né ho voglia di parlare in nome di nessuno, tanto meno del popolo palestinese, ma devo fare le mie scuse personali al popolo siriano. Non avrei mai dovuto esitare a sostenere la loro giusta causa. Non avrei mai dovuto anteporre considerazioni di carattere geopolitico alle vite dei siriani; e non avrei mai dovuto essere così ingenua da credere alla propaganda dell’asse di resistenza.

Devo le mie scuse ad un popolo che, per decenni, è stato calpestato, ridotto al silenzio e umiliato in nome della mia causa; ad un popolo il cui unico incontro con la “Palestina” è stato nei sotterranei di una prigione che portava il suo nome; un popolo da sempre deriso e accusato di essere troppo remissivo per poi essere abbandonato proprio nel momento in cui è insorto.

Devo le mie scuse ad un popolo accusato della carneficina commessa contro di esso, così come è successo a noi, traditi da un’opposizione che pretendeva di rappresentarli, così come è successo a noi. Devo le mie scuse ad un popolo cinicamente chiamato ad offrire un’alternativa al regime di Assad e agli islamisti mentre bombe e missili cadevano sulle loro teste. Quelle stesse persone che chiedono “Dov’è l’alternativa?” ignorano che i siriani pronti ad offrire una visione progressista sono stati arrestati, uccisi o esiliati dal regime.

Si potrebbe pensare che i palestinesi dovrebbero conoscere bene il cinismo che anima il discorso delle alternative e non dovrebbero imporre la stessa cosa a persone oppresse e impegnate e ricostruire tutto dalle macerie.

Eppure, nonostante le contraddizioni, palestinesi e siriani condividono lo stesso anelito per la libertà, lo stesso bruciante desiderio di vivere una vita dignitosa e il sogno di camminare per le strade della vecchia città di Damasco e Gerusalemme.

La strada che dovremo fare per giungere lì, tuttavia, non è quella che il regime e Hezbollah hanno disseminato di cadaveri, ma quella costruita dalle mani di partigiani palestinesi e siriani: da gente che sa che la propria libertà sarà sempre incompleta senza quella dei suoi fratelli e sorelle.

(trad. Paolo D’Urbano)

 

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