Di Antonio Moscato
Guai ad abbassare la guardia, prendendo sul serio le dichiarazioni di Renzi che rettificano quelle meno accorte di Roberta Pinotti. In una nuova “guerra di Libia” ci si può finire anche senza averla programmata, semplicemente per l’irresponsabilità dei vari servizi segreti in concorrenza tra loro come riflesso delle molte guerricciole dei vertici militari per accaparrarsi il bottino delle commesse.
Può essere che la Pinotti esca presto di scena, non solo perché troppo coinvolta nei meschini conflitti tra generali, ma anche per varie leggerezze che la accostano come stile all’ammiraglio De Giorgi (quello dello champagne sempre pronto per lui in ogni porto), come i Rolex ed altri regali che avrebbe ricevuto dal Kuwait dopo la commessa da 8 miliardi per 28 caccia Eurofighter. [Sulla guerra nelle forze armate e le disavventure della imprudente ministro, si veda qui il servizio di Lettera43.it.]
Ma anche se la Pinotti venisse sostituita da qualcuno meno coinvolto nell’attività di piazzista per conto della lobby militare-industriale, l’Italia potrebbe trovarsi presto in qualche grosso guaio, a causa degli impegni già presi per inventare un governo amico a Tripoli, e grazie a una presenza militare in zona già iniziata da tempo, anche se malamente mimetizzata dietro il pretesto “umanitario” della lotta agli scafisti.
Proprio mentre Renzi assicura di aver resistito “alle pressioni per andare in Libia”, scegliendo “una strada diversa”, l’informatissimo Francesco Grignetti su “La Stampa” fornisce i particolari di una “missione” che da oltre un anno quattro sommergibili (di costruzione italo tedesca e dal modico costo di un miliardo di euro l’uno), svolgono “davanti alle coste libiche”, allo scopo dichiarato di “controllare le comunicazioni” tra i molti protagonisti della guerra civile strisciante in corso. Sia pure con i toni di un bollettino di guerra rilanciato enfaticamente da un giornalista embedded, Grignetti fornisce comunque alcune informazioni interessanti. Prima di tutto si lascia scappare che “per spiare le comunicazioni nemiche” i quattro sommergibili possono arrivare anche “sotto costa”, con tutte le più moderne attrezzature elettroniche ma anche con il “tradizionale carico di siluri”. E anche che sono parte integrante della “missione Mare sicuro, affidata dal governo alla Marina, che da tredici mesi vede 900 marinai pattugliare il Mediterraneo centrale”. Il suo scopo era quello di “tutelare gli interessi nazionali nell’area”. Come? Attraverso la “protezione dei mezzi nazionali impegnati in attività di soccorso” ma anche la “sorveglianza /protezione delle piattaforme petrolifere in concessione/operate da ENI”, ed altri compiti come la deterrenza a organizzazioni criminali, e anche “l’attuazione di misure che impediscano il reimpiego dei natanti utilizzati per attività illecite”, ecc. [Vedi qui in proposito il sito della Marina militare].
Come lo hanno fatto? Dai risultati non sembra che abbiano fatto molto. E piuttosto, come lo faranno? Lanceranno un siluro contro ogni imbarcazione sospetta? Come potranno accertare se un motoscafo appartiene a un’organizzazione criminale o a una delle tante milizie libiche, data la scarsissima preparazione linguistica dei nostri militari?
E quando il nostro coinvolgimento (senza particolari competenze e senza nessun diritto) nei conflitti interni avrà come sottoprodotto un attacco a un nostro scafo, o a uno dei tecnici dell’ENI o di altre imprese, come evitare un clima di esaltazione nazionale per i “nostri eroi”, come è stato creato per i due sconsiderati marò che facevano il tirassegno su immaginari pirati dei mari del sud? C’è il rischio di trovarsi costretti da un’opinione pubblica ignorante e faziosa a ritorsioni che avvierebbero un conflitto generalizzato. Con presumibili ricadute terroristiche sul nostro territorio…
Unica notizia interessante e parzialmente rassicurante: viste le oscillazioni della politica italiana, c’è stato un paese che si è offerto al posto dell’Italia, che inizialmente si era prenotata, per fornire la guardia presidenziale al fantoccio Serraj: il Nepal. Come mai un paese relativamente piccolo e disastrato, ancora alle prese con le conseguenze di un terremoto distruttivo di un anno fa, si è offerto per questa missione? È semplice: non ha ottenuto aiuti per la ricostruzione, ma ha una lunga tradizione di esportazione di feroci mercenari ben retribuiti: i gurkha…
Intanto Renzi, Gentiloni, Kerry e altri signori che non ne hanno il minimo diritto stanno viaggiando per andare a Vienna per decidere come sostenere il finto governo che hanno istallato a Tripoli. E contemporaneamente alcune centinaia di nostri militari, senza la minima preparazione, sono mandati a presidiare un fronte secondario ma vicinissimo al territorio controllato dal Daesh: la diga di Mosul, dove senza saperlo vanno a difendere gli affari della Impregilo e della Trevi. Anche da lì, conflitti imprevedibili possono portare lutti subito, e possibili ritorsioni terroristiche in seguito.
Il nostro governo sta giocando col fuoco, in una irresponsabile concorrenza con Gran Bretagna, Francia, che hanno ormai apertamente arruolato l’Egitto di Al Sissi, che intanto soffia sul fuoco delle poderose correnti anti italiane ravvivate in Cirenaica dalla nostra ambiguità. Al Sissi spenderà il suo ruolo di protettore del governo di Tobruk e del generale Khalifa Haftar su molti piani, compreso l’affossamento definitivo del “caso Regeni”, a cui sembra rassegnato il governo italiano, visto che ha rinunciato perfino al modesto e tardivo mezzo di pressione del richiamo dell’ambasciatore.
Veramente c’è da tremare, pensando a dove ci potranno portare questi irresponsabili che ci governano.
(a.m.)

Annunci