Pubblico questo interessante articolo, di cui di nuovo non condivido la linea politica per le dettagliate informazioni che fornisce, tra le quali l’impegno della base di Ghedi col suo 6° stormo nella missione di guerra che si sta sviluppando in Iraq in sordina……

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La natura difensiva e pacifica del 6° stormo di Ghedi lo si può vedere dal suo stemma e motto che riproduco.

di Giuseppe Cucchi da Limes

Le Forze armate italiane operano a sostegno del governo di Baghdad in un contesto di guerra la cui pericolosità non è chiara all’opinione pubblica nazionale. I vertici militari sono pronti al peggio, la politica e la cittadinanza non ancora.

Quando si parla di operazioni militari, la speranza è sempre che esse possano svolgersi in un clima che riduca al massimo o addirittura escluda l’uso della violenza.
In situazioni particolari possiamo configurare le nostre missioni in modo tale da sperare che, pur nel generale clima conflittuale in cui sono inserite, esse vengano viste quasi come “missioni di pace”, evitando così di divenire un privilegiato bersaglio per l’avversario.
Quando ciò avviene, paradossalmente, il livello di rischio per il personale impegnato può rivelarsi maggiore di quello insito nelle normali operazioni, soprattutto se una momentanea apparente sicurezza induce ad abbassare la guardia.
Parimenti elevati sono i rischi di altro tipo che corrono i governi e le forze politiche cui risale la responsabilità del coinvolgimento delle forze nonché le opinioni pubbliche che hanno accettato l’idea dell’indispensabilità dell’intervento.
Una situazione di questo tipo, a ben guardare, è quella delle cinque missioni su cui si articola in questo momento la nostra presenza in Iraq – missioni che per il momento non comportano l’uso della forza e che potrebbero non comportarlo mai, se saremo particolarmente fortunati.
Vero, esse non sono in realtà missioni di pace, visto che si svolgono su richiesta di un governo che è in guerra e avvengono nel quadro di una coalizione di alleati che sostiene il suo sforzo di recuperare la parte del territorio nazionale occupata dallo Stato Islamico. Per la loro natura e per le loro caratteristiche, vengono però percepite come tali dalla nostra opinione pubblica. Ciò probabilmente spiega perché il governo non abbia incontrato, nel farle accettare, le difficoltà di altre occasioni.

Un esame più approfondito consente di valutarne tanto il carattere bellico quanto la potenziale pericolosità. Scrutiniamole una per una, iniziando dalle due missioni di addestramento. Quella a Bagdhad è affidata ai Carabinieri per la preparazione della polizia locale, quella a Erbil schiera un po’ meno di 300 addestratori dell’Esercito impegnati a qualificare per il combattimento alcune migliaia di peshmerga curdi.
Passi per i Carabinieri, ma – considerato come i curdi si siano evidenziati sinora come i più validi oppositori dello Stato Islamico – si può ben capire quali possano essere i sentimenti delle truppe del Califfo nei riguardi dell’altra missione addestrativa.
Agli elicotteristi dell’Esercito è invece affidata la missione di “Personal Recovery”, destinata a recuperare personale della coalizione rimasto isolato in situazioni di particolare rischio. Quanto ciò possa essere pericoloso ce lo precisa il ricordo della missione, con successo solo parziale, svolta dai russi in Siria per recuperare l’equipaggio del loro Mig abbattuto. Che a volte occorrerà anche combattere lo indica il tipo di mezzi scelti per accompagnare i 180 uomini della missione: quattro NH90, blindati e pesantemente armati, scortati da quattro A129 Mangusta, veri e propri squali aerei da combattimento.
La missione decisa più di recente è quella dei 450 soldati inviati a proteggere la ditta Trevi durante i lavori per la riparazione della diga di Mosul. Anche questa a prima vista può apparire umanitaria, diretta a sventare il rischio di catastrofici crolli e inondazioni. Ma non si tratta certo di un intervento che l’Is, schierato a distanza relativamente breve, vedrà di buon occhio. Ne siamo talmente consci che il contingente parte dotato di carri armati Ariete e cannoni semoventi, destinati a bloccare col loro fuoco l’avvicinamento dei camion bomba, magari blindati, che gli estremisti di questo teatro hanno dimostrato di saper utilizzare con mortale efficacia.
L’ultima missione è la ricognizione aerea affidata ai quattro Tornado e ai due Predator gestiti da 140 uomini del 6° stormo che operano da una base in Kuwait. Come più volte ripetuto in parlamento e fuori, né gli aerei né i droni sono armati. C’è però da considerare che trasmettono in tempo reale i dati acquisiti ad altri mezzi della coalizione, cui regole di intervento ben diverse permettono un’azione di fuoco immediata.
Quindi, anche se ancora non stiamo combattendo e non abbiamo sparato un solo colpo in terra irachena, il complesso delle nostre missioni in quel paese si configura già come un intervento in un conflitto.
A peggiorare le cose, il totale dei soldati italiani impegnati ci identifica come i maggiori contributori di forze alla coalizione dopo gli Stati Uniti. Se poi andiamo a contare unicamente i boots on the ground, eliminando i militari schierati fuori dal territorio, dal secondo posto passiamo al primo, superando anche gli Usa……………….

 

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