Arrivammo in piazza sotto l’acqua.
Fradice le nostre bandiere rosse; fradici gli striscioni. Fradice le “guevara” e ogni altro indumento.
I portici già affollati di compagne e compagni venuti per la manifestazione antifascista.
Ci spostammo a cercare un riparo e fu una questione di attimi, fra lo schianto e le vite.
Dopo, la corsa nel fumo e le pietre sbriciolate e i corpi ammucchiati: interi e a brandelli. Neri di bomba e rossi di sangue.
Fu una questione di attimi fra il poter ritornare, ogni 28maggio, e il restare là fissati su una lapide. In piazza Loggia, nel cuore della mia città.
La mia città è Brescia e da quel 28 maggio del settantaquattro, sono tornato ogni anno, la stessa mattina della carneficina.
A ricordare quello che è stato; che sono vivo e non sono cambiato.
Il 28 maggio del 2012, decisi di accompagnare gli studenti che, da piazza Garibaldi, andavano in piazza Loggia. Lo feci perché lo schieramento di polizia che li accompagnava e li controllava era esagerato. Perché mi ricordavano i miei passi della prima volta. Di quando studente scoprii la guerra in casa; con la bomba, i morti e i feriti innocenti, la paura e le lacrime. E le strategie dell’odio e del terrore; coi suoi pensatori nel buio, a tirare i fili degli assassini.
Come da copione, la prima carica si scatenò a freddo, durante il percorso. Le manganellate mi piombarono sul collo e sulla schiena mentre coprivo, col mio corpo, una compagna. Dopo, all’imbocco della piazza, le transenne corazzate di poliziotti e di carabinieri in assetto antisommossa, per impedire al corteo di entrare.
Improvviso, l’urlo di furore, fuori e dentro la piazza, che faceva saltare ogni blocco e spingeva il corteo dentro; fra i carabinieri che manganellavano con inutile stupidità.
Dentro, nel cuore della nostra città ferita, come ogni anno, il giorno ventotto del mese di maggio.
Dentro la “nostra” piazza riconquistata.
Per ricordare lo schianto di fumo e di sangue. A ribadire che quel giorno di lotta è, anche, contro lo stato e i suoi servitori violenti.
Domani, martedì 17 maggio, sarò processato con altre compagne e altri compagni, per quella mattina del 2012.
Per essermi ribellato a un ordine ingiusto e vigliacco, mi siederò con orgoglio sul banco degli imputati.
Sarà la sesta volta in questo anno.
Guardo quel ragazzo di diciotto anni che camminava fradicio fra i suoi compagni, per raggiungere la piazza della manifestazione antifascista.
Il suo cuore è, ancora, il mio che continua a restare in movimento a fianco dei dannati, degli sfruttati, dei violentati dal capitale e dai suoi cani da guardia e da morte.
Domani sarò in tribunale, ma oggi (lunedì 16 maggio) è un altro giorno di lotta e di resistenza per impedire uno sfratto contro una madre, un padre e il loro bambino; tutti colpevoli di povertà. Lo facciamo a Montichiari, in via Ciotti al numero 138.
Questa è l’unica vita che conosciamo.
Per dare una possibilità a quella che verrà.

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