L’organizzazione più importante dal punto di vista del numero di militanti (ma anche la più effimera) è certamente Lotta Continua. Essa è in un certo senso la più lontana dalle componenti storiche dell’estrema sinistra italiana, e ha le sue origini immediate nel filone cosiddetto “operaista”, nato negli anni ’60, come già ho ricordato, intorno ad alcune riviste.

La rivista “Il Potere Operaio” (da non confondere con il quasi omonimo e successivo “Potere Operaio”) nasce nel ’67, ed ha tra i suoi animatori un giovane studente pisano, Adriano Sofri, ex militante del PCI, che sarà uno dei fondatori, due anni dopo, di LC.

Il Potere Operaio si caratterizza e differenzia rispetto ai gruppi maoisti, trotskisti e bordighisti per varie posizioni politiche, ma soprattutto per la sottolineatura della spontaneità delle masse rispetto al ruolo dell’avanguardia “esterna” (comune alle altre componenti, tutte più o meno debitrici della lettura leninista del marxismo) e per una sorta di esaltazione del ruolo strategico della “violenza proletaria”. D’altro lato si differenzia dalle componenti anarchiche, ritenendosi interno all’orizzonte marxista (con un anti-statalismo limitato alla contrapposizione allo “stato borghese”, rifiutando per esempio la condanna dell’esperienza maoista o vietnamita, chiarissima invece per gli anarchici).

Il composito gruppo “operaista” raccolto intorno alla rivista accresce la sua influenza nelle università italiane durante il “fatidico” 1968, ma è solo col ’69 operaio che matura la necessità di dar vita ad un vero e proprio “partito”.

Nella primavera del ’69 alla FIAT Mirafiori di Torino si sviluppano una serie di lotte piuttosto dure, con fenomeni di “scavalcamento” delle Commissioni Interne sindacali da parte di una base operaia in maggioranza proveniente dal meridione d’Italia, poco sindacalizzata e quindi poco abituata alle mediazioni tipiche di sindacati egemonizzati dai partiti della sinistra storica parlamentare.

In seguito a queste lotte Torino diventa un centro di attrazione per molti militanti provenienti dal filone “operaista” (e ovviamente anche da altre correnti) di tutta Italia. Nel maggio del ’69 nasce l’Assemblea operai-studenti, cui partecipano un po’ tutte le componenti dell’estrema sinistra (ma anche gli universitari del PCI) e che riesce a portare il movimento studentesco torinese (uno dei primi ad aver occupato, già nel ’67, le facoltà) davanti alle fabbriche in lotta.

Dopo gli incidenti tra operai e polizia del 3 luglio (la cosiddetta “rivolta di Corso Traiano”), l’Assemblea operai-studenti convoca un convegno nazionale “dei comitati di base e avanguardie operaie”, per il 26-27 luglio 1969. In questa assemblea si verifica una spaccatura all’interno della componente “operaista”: da un lato gli “operaisti” più, diciamo così, tradizionali, che puntano sulla centralità della fabbrica (da questi nascerà Potere Operaio); dall’altra coloro che, come Il Potere Operaio pisano (Sofri) e il grosso del movimento studentesco torinese (Guido Viale, Luigi Bobbio, ecc.) puntano su un allargamento delle lotte sul piano territoriale, coinvolgendo settori non operai della società (il famoso “Prendiamoci la città” di Lotta Continua). Altro elemento di dissenso è la concezione dell’avanguardia, meno lontana da quella classica “leninista” nel caso di Potere Operaio, più “spontaneista” nel caso della componente, diciamo così, “pisano-torinese”1.

Questa seconda componente adotterà il nome, appunto, di Lotta Continua, dall’intestazione dei volantini diffusi dall’Assemblea operai-studenti. Tra l’estate e l’autunno del ’69 il progetto di Sofri, Viale, Bobbio, ecc. incontra l’adesione di altri gruppi a Pavia, Milano, Trento.

Il primo numero della rivista Lotta Continua esce il 1 novembre 1969, sotto la direzione di Piergiorgio Bellocchio: sono 12 pagine a rotocalco, con una tiratura di 65.000 copie diffuse in maniera militante. La rivista, con periodicità prima mensile, poi quindicinale, avrà tra i suoi direttori, tra gli altri, Pio Baldelli, Marco Pannella e Pier Paolo Pasolini, e cesserà le sue pubblicazioni il 2 febbraio del ’72, per trasformarsi nel quotidiano “Lotta Continua” l’11 aprile dello stesso anno.

Durante l’autunno “caldo” del ’69 la neonata Lotta Continua accelererà la sua espansione, riuscendo ad avere un ruolo spesso molto importante nelle lotte operaie e studentesche, soprattutto a Torino, dove riuscirà a mettere in discussione, almeno parzialmente, l’egemonia tradizionale sulla classe operaia del PCI e della CGIL e che sarà, in un certo senso, il suo “feudo” fino allo scioglimento.

In questa prima fase espansiva LC si caratterizza per un “estremismo” particolare, ancor più degli altri gruppi della “nuova” sinistra (non certo sospettabili di moderatismo). I suoi slogan (“Vogliamo tutto! Tutto e subito!”) i suoi inni alla “violenza proletaria”, la sua contrapposizione frontale rispetto al PCI ed ai sindacati, il suo rifiuto degli stessi Consigli di Fabbrica (“siamo tutti delegati!”) ne fanno un punto di riferimento per settori crescenti della gioventù radicalizzata nelle scuole, nelle università, ma anche all’interno delle fabbriche e nei quartieri popolari.

L’impetuosa crescita sbocca nel convegno di Torino del luglio 1970, in cui lo slogan “Agire da partito” chiarisce la volontà di sistematizzazione e stabilizzazione, in parziale discontinuità con lo spontaneismo integrale (o quasi) del primo anno di vita di LC2.

La riorganizzazione in quanto partito è imposta, secondo LC, anche dal livello di scontro (anche militare) imposto dalla borghesia e dallo stato con la “strategia della tensione” (culminata il 12 dicembre 1969 con la “Strage di Stato” di Piazza Fontana a Milano).

LC è convinta che l’aggressività rinnovata dei neofascisti, l’aumento della repressione e delle provocazioni degli apparati dello stato facciano parte di un progetto di svolta autoritaria dello stato italiano, una specie di “golpe strisciante” fascisteggiante a cui bisogna rispondere riorganizzando le forze proletarie e rivoluzionarie verso un’offensiva politica e sociale (con aspetti anche “militari”, senza per questo arrivare a teorizzare la lotta armata, ritenuta prematura e “sostitutista”) in grado di bloccare i progetti dell’avversario. In questo quadro i partiti della sinistra “riformista” e i sindacati vengono visti come pure appendici del “nemico di classe”: la contrapposizione è quindi frontale.

Nel luglio del ’71 si svolge a Bologna il II convegno nazionale di LC: in questo convegno lo slogan “Prendiamoci la città”, già lanciato nell’anno precedente, diventa centrale. Dopo la fase della lotta di fabbrica (la cosiddetta “autonomia operaia”), che avrebbe già raggiunto il massimo delle possibilità espansive, bisogna passare alla lotta sul territorio, alla “presa della città” e alla creazione di “basi rosse”, in attesa di passare alla terza fase, quella dell’insurrezione e della lotta armata.

Tra il ’71 e il ’72 il “partito” LC continua la sua crescita numerica, al punto da poter lanciare un quotidiano, nell’aprile ’72, che viene ad aggiungersi al Manifesto, uscito già nel ’71.

In questo periodo muovono i primi passi dei piccoli gruppi che teorizzano e praticano la lotta armata (come i GAP e, soprattutto, le Brigate Rosse), e LC mantiene un atteggiamento di relativa simpatia nei loro confronti (vedi il comunicato sul sequestro Macchiarini a Milano)3.

In sostanza, LC (come molti altri gruppi dell’estrema sinistra dell’epoca) vede la situazione italiana come “rivoluzionaria”: da un lato un proletariato “autonomo” dal controllo riformista, disposto allo scontro frontale; dall’altro una borghesia in preda al panico, disposta ad usare la repressione più feroce (stragi, fascismo, omicidi in piazza, ecc.). Si tratta solo di permettere e favorire la trascrescenza delle lotte “offensive” dei proletari verso una dinamica insurrezionale.

Nel convegno di Rimini del marzo 1972, infatti, LC propone di “alzare il tiro” e spingere allo “scontro generale” in vista della prevista “fascistizzazione” dello stato, incarnata dal democristiano Fanfani (e, dopo le elezioni, da Andreotti).

Alle elezioni del ’72 LC invita all’astensione, nonostante la presenza di liste di altri gruppi dell’estrema sinistra (in primis Il Manifesto), coerentemente con la sua visione “emergenziale” della situazione. Simboli di questa posizione “estremista” sono le posizioni espresse da LC sull’uccisione da parte dell’ERP argentino del dirigente FIAT Oberdan Sallustro, su quella del commissario Luigi Calabresi, presunto responsabile dell’assassinio dell’anarchico Giuseppe Pinelli nel dicembre del ’69 e sull’attentato all’ex governatore dell’Alabama George Wallace. In tutti e tre i casi LC, pur non ritenendo positiva la forma di lotta dell’attentato, considera sostanzialmente “giustizia proletaria” quanto accaduto4.

Nel frattempo LC è diventata davvero un partito: un quotidiano, una segreteria, una sede nazionale e centinaia di sedi locali, molte migliaia di militanti. Nell’aprile del 1973, in occasione del Convegno Operaio di LC svoltosi a Torino, si comincia a realizzare una certa svolta rispetto alla fase “estremista” 1969-72. Simbolo di questa “svolta” è l’accettazione dei Consigli di Fabbrica (iniziata già in sordina alla fine del ’72, quando alcuni delegati di LC vennero eletti in vari CdF).

Un altro tassello alla riflessione di LC è fornito dall’estero: è la situazione cilena, con l’aggravarsi delle tensioni politiche e sociali in seguito alla vittoria di Unidad Popular nel 1970. In realtà LC sembra accorgersi solo ora del “problema cileno”, in seguito alle minacce di golpe militare: si affaccia per la prima volta una visione dei riformisti (in questo caso Allende, Corvalán, ecc.) come qualcosa di diverso da una semplice appendice della borghesia. E inizia una discussione sulla possibilità che un eventuale “governo delle sinistre” diventi un passaggio obbligato per arrivare ad uno sbocco rivoluzionario.

Il golpe cileno dell’11 settembre 1973 porta LC ancora più avanti in questa direzione. Mentre il PCI trae a suo modo una lezione dai fatti cileni (la politica del “compromesso storico” con la DC), l’estrema sinistra, ed LC in particolare, vede in una dialettica tra un governo della sinistra riformista (che godrebbe della fiducia della maggioranza del proletariato) e la base che lo ha eletto aspettandosi un miglioramento più o meno immediato delle proprie condizioni di vita e di lavoro, la “clavis aurea” per una radicalizzazione dello scontro politico e sociale, in vista dell’auspicata rivoluzione.

La novità di queste posizioni rispetto all’estremismo precedente crea qualche scontento minoritario (a Firenze esce il Collettivo Carceri, che darà vita in seguito ai Nuclei Armati Proletari), ma permette un ulteriore balzo in avanti del peso politico e del radicamento numerico di LC.

La nuova parola d’ordine centrale di LC diviene così “Il PCI al governo”, destinata ad imporsi (non senza resistenze) all’interno del “partito” nel 1974-75.

Le resistenze però vanno crescendo a mano a mano che il nuovo profilo di LC come “partito uguale agli altri dell’estrema sinistra” si va affermando. In occasione della battaglia in difesa della legge sul divorzio (referendum del 12 maggio 1974) LC abbandona il suo astensionismo, invitando a votare NO all’abrogazione, al fianco non solo degli altri gruppi e partiti di sinistra, ma anche dei partiti borghesi “laici” (come repubblicani e liberali). Anche lo “splendido isolamento” rispetto agli altri gruppi dell’estrema sinistra viene abbandonato. Nasce una specie di “triplice alleanza” (non priva di contrasti) con Avanguardia Operaia e il PdUP-Manifesto che caratterizzerà gli anni tra il 1974 e il 1976.

I malumori dei settori “estremisti” rispetto a quella che percepiscono come una “svolta moderata” del gruppo dirigente riunito attorno a Sofri portano alle prime scissioni significative, come quella che nell’autunno del ’74 porterà alla fuoruscita dell’intero servizio d’ordine della sezione di Sesto S. Giovanni (MI). I fuorusciti costituiscono i primi nuclei della futura “Autonomia Operaia”, ma nel primo biennio della loro esistenza non riescono ad andare oltre l’ambito locale.

In realtà LC continua la sua crescita: nel 1975 si stimano i suoi militanti in oltre 20 mila5. Nella primavera del 1975 finalmente si tiene il suo I Congresso Nazionale (gli altri erano stati denominati “convegni”). Si tratta, anche nella scelta del nome, di una presa d’atto dell’avvenuta trasformazione in partito a tutti gli effetti. La linea politica è notevolmente cambiata rispetto alla fase “estremista” 1969-72. Il capitalismo resta in crisi (anzi, si è in presenza della più grave crisi dopo quella degli anni Trenta) e l’Italia è “l’anello debole della catena imperialista”. Quindi la rivoluzione proletaria resta all’ordine del giorno in Italia. Ma la crisi non verrà risolta con una vicina insurrezione, ma da una crescita graduale della coscienza rivoluzionaria delle masse, ottenuta facendo esplodere le contraddizioni interne al PCI, in modo che la loro esperienza concreta le porti ad abbandonare le illusioni nella politica riformista e a passare nelle fila del “partito rivoluzionario”. Come si vede, un notevole avvicinamento alla tradizione leninista “classica”.

Alle elezioni regionali del 15 giugno 1975, LC rifiuta di appoggiare le liste d’estrema sinistra e invita a votare per il PCI. In soli tre anni, quindi, è passata dall’astensionismo al voto (per quanto tattico e “strumentale”) per il maggiore dei partiti riformisti. In un certo senso, la percezione di LC come il più estremista dei (grandi) gruppi della sinistra extraparlamentare si sta trasformando nel suo opposto. Si comincia a vedere in LC il più moderato, il più “filo-PCI” (dopo Il Manifesto) dei gruppi.

La fuoruscita di gruppi e singoli militanti comincia ad essere importante (anche se, almeno nei primi tempi, non intacca la forza numerica di LC, che si mantiene sostanzialmente intatta, almeno a livello nazionale, fino all’estate del ’76.

Soprattutto nell’area milanese l’emorragia comincerà ad indebolire seriamente la federazione: entro la fine del ’75 buona parte del servizio d’ordine (tra cui il famoso “collettivo” del Casoretto)6 e una parte degli operai della zona nord (che daranno poi vita all’esperienza di “Senza Tregua”) escono da una LC ritenuta ormai “semi-riformista”. È soprattutto sul terreno della valutazione dell’uso della “forza” che questi gruppi rompono con LC. Non è un caso che una parte di questi militanti confluirà poi nei gruppi armati, in particolare in Prima Linea.

Nel settembre del ’75 l’avvicinamento tra LC, AO e PdUP-Manifesto porterà all’organizzazione di un enorme “festival del proletariato giovanile” a Licola (vicino a Napoli) con decine di migliaia di giovani giunti da tutta Italia.

Questa “triplice alleanza” porta alla presentazione (paradossalmente spinta soprattutto dagli ex-astensionisti di LC) alle elezioni politiche del 20 giugno 1976 di una lista unitaria di (quasi) tutte le forze dell’estrema sinistra. Si tratta del cartello elettorale Democrazia Proletaria, che otterrà meno di 600 mila voti (1,5% e 6 deputati). Solo uno dei 6 deputati appartiene a Lotta Continua (si tratta del napoletano Mimmo Pinto, leader del movimento dei “disoccupati organizzati”).

La delusione in LC è cocente, e a due livelli: innanzitutto la forza elettorale della sinistra rivoluzionaria appare poca cosa, rispetto alla forza del PCI, che ha ottenuto quasi 13 milioni di voti, pari al 34,4% e a 228 deputati (aumentando di 3 milioni e mezzo, + 7,2%, di voti rispetto al ’72).

In realtà, anche se tutto ciò non dovrebbe allarmare LC (non è infatti lei a teorizzare il necessario “stadio” del governo PCI per farla finita con le illusioni riformiste?), il gruppo dirigente e la massa dei militanti si aspettavano un risultato ben diverso. Si sperava almeno in un 3% e una quindicina di deputati (era stato anche prodotto un manifesto che diceva “Col 3% si può cominciare!”).

In secondo luogo, LC viene “punita” anche dagli elettori dell’estrema sinistra: dei 6 deputati, 3 appartengono al PdUP, due ad Avanguardia Operaia, ed uno solo a Lotta Continua (eletto tra l’altro solo per la rinuncia di un candidato del PdUP, Vittorio Foa).

Questi risultati deludenti contribuiscono a far precipitare una crisi incipiente, i cui sintomi erano già avvertibili almeno da un anno. La perdita di militanti (“verso destra”, iniziata alla fine del ’72 ed aggravatasi nel ’75, o verso “sinistra” iniziata nel ’74 e diventata anch’essa importante nel ’75) che fino ad allora era stata più o meno compensata dai nuovi ingressi, comincia a diventare inarrestabile.

In questo clima di delusione e crisi si aggiunge, con la forza di un tornado, la contestazione interna delle femministe di LC, che accusano il gruppo dirigente e l’intero partito di non aver fatto i conti fino in fondo con la cultura patriarcale e maschilista che impregna l’intera società italiana.

In questo quadro il II congresso di LC, riunitosi a Rimini tra il 31 ottobre e il 5 novembre del ’76, si rivela, più che un congresso, una specie di “happening”7. Gli oltre 1200 delegati ed invitati partecipano ad un congresso in cui, in un certo senso, ognuno si sente parte a sé: non avvengono quasi riunioni plenarie, tutto si svolge in “commissioni” (operaia, femminista, servizio d’ordine, ecc.) le une contrapposte alle altre, senza alcuna volontà di sintesi. La stessa relazione del segretario, Sofri, non viene messa ai voti, come se si fosse accettato il fatto che il congresso “non decideva nulla”. Veniva eletto un “Comitato Centrale” di 60 membri, al quale le donne decidevano di non partecipare (con una sola eccezione). In un certo senso LC “tornava alle origini”, al suo spontaneismo del ’69, ma questa volta senza la cultura “operaista” di 7 anni prima. E si rinunciava ad indicare uno sbocco politico ai vari “movimenti”, assecondando una dinamica centrifuga già in atto da vari mesi, e destinata a sboccare in un relativamente rapido auto-dissolvimento durante il 1977.

LC era arrivata al capolinea (anche se il quotidiano, come espressione di un’area “culturale” di riferimento, continuerà ad uscire fino al 1982): essendo, in un certo senso, il frutto più “genuino” dell’esplosione del 1968-69, non poteva sopravvivere nella nuova fase “di riflusso”. Un riflusso che, come l’ascesa, che era durata due o tre anni (e addirittura fino al ’73 secondo alcuni), non sarà repentino: il “movimento del ’77” (che per certi versi rappresentò un po’ il “canto del cigno” della generazione “sessantottina”) sarà lì a dimostrare che non tutte le “energie rivoluzionarie” erano esaurite (anche se in modo incomparabilmente minore e più superficiale rispetto al ’68-’69). E la stessa lotta della FIAT dell’ottobre 1980 dimostrava l’anomalia del “caso Italia”, col suo “maggio strisciante” durato quasi un decennio.

LC non mantiene rapporti organici con nessuna organizzazione dell’estrema sinistra spagnola, anche se ci sono contatti, soprattutto con il MCE. L’attenzione verso la transizione spagnola è piuttosto altalenante: momenti di grande interesse (come tra il settembre del ’75 e i primi mesi del ’76) si alternano a momenti di quasi indifferenza (come nel ’74 o nel ’78). Durante la transizione escono 472 articoli (su oltre 1.500 numeri del quotidiano).

1D. Giachetti, Il giorno più lungo. La rivolta di Corso Traiano, Pisa, 1997

2L. Bobbio, Storia di Lotta Continua, Milano, 1988

3Vedi LC quotidiano, 4 marzo 1972

4Ibidem, 18 maggio 1972

5G. Vettori, La sinistra extraparlamentare in Italia, Milano, 1975

6M. Philopat, La banda Bellini, Torino, 2007

7Vedi LC quotidiano dei giorni del congresso, tra l’1 e il 6 novembre 1976

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