Con il termine “pasokizzazione”, nel recente dibattito politico italiano ed europeo, si intende il fenomeno di svuotamento elettorale e di militanti che ha praticamente reso quasi marginale il PASOK (il partito socialdemocratico greco), passato, in soli due anni, da un peso elettorale quasi sempre superiore al 40% (e mai inferiore al 30% negli ultimi 35 anni!) al 5, 6% , massimo 7% dell’ultimo biennio. Lo svuotamento è avvenuto in gran parte a favore di forze situate alla sua sinistra (soprattutto SYRIZA, ma anche il KKE o ANTARSYA, seppure in maniera molto meno vistosa). Da quando ciò è avvenuto, lo spettro della “pasokizzazione” turba i sonni non solo dei dirigenti social-democratici europei, ma anche dei leader politici della borghesia europea, abituati a quel giochino della cosiddetta “alternanza” tra partiti direttamente borghesi e conservatori e partiti teoricamente ” di sinistra”, eredi della tradizione socialdemocratica, che garantiva loro sonni tranquilli. Ora, se è vero che l’emergere dell’estrema destra sembra essere il fenomeno più allarmante (non tanto per lor signori, quanto per noi, e il movimento operaio in genere) è pur vero che il rapido spostamento a destra degli ex-socialdemocratici riformisti (ora sempre più social-liberali e “al centro” dello schieramento elettoral-politico) ha via via aperto lo spazio (con l’eccezione, ahimé, dell’Italia) a forze decisamente più a sinistra della socialdemocrazia. D’altra parte tutto ciò è abbastanza normale: il “tradimento” del “popolo della sinistra” da parte degli eredi di Willy Brandt o di Olof Palme (a loro volta ben più moderati dei Jaurés, dei Turati, dei Kautsky) non poteva passare impunito. Per quanto la base di massa di questi partiti potesse essere “moderata” e riformista, si trattava comunque in gran parte di lavoratori disposti a seguire un partito che, anche se non prometteva il socialismo, sembrava garantire quei “progressi” (welfare state in primis) che rendevano un po’ più accettabile la vita del lavoratore salariato nell’ambito di un sistema capitalista.

Ora tutto questo non c’è più: non solo i social-liberali non garantiscono nessun “progresso”, ma addirittura sono gli alfieri di molti dei peggiori attacchi alle condizioni di vita e di lavoro delle larghe masse dei lavoratori (Renzi docet, ma anche Blair, Zapatero, Valls-Hollande, ecc.). E questo non può non avere conseguenze, sul medio periodo.

In realtà il processo di indebolimento dell’influenza della socialdemocrazia (contraddittorio finché si vuole, e da analizzare caso per caso con le sue specificità nazionali), è iniziato già da qualche decennio, prima lentamente (anni ’80 e ’90), poi in crescendo, fino al precipitare degli ultimi 4 o 5 anni.

 Mi limiterò ad alcuni esempi, sul mero terreno elettorale. Cominciamo dal partito “leader” dell’internazionale “socialista”, quella SPD dalle tradizioni più che secolari. Partendo dal dato medio degli anni ’70 (circa il 44% dei voti), la SPD scende negli anni ’80 al 38%, al 37% negli anni ’90, al 35% nel primo decennio del nuovo secolo, fino al 25,7% delle ultime elezioni (2013). Oggi i sondaggi la danno intorno al 22% (effetti della Grosse Koalition). Altro dato interessante: mentre negli anni ’70 i partitini a sinistra della SPD erano sotto l’1% (rapporto di uno a più di 40 col “gigante” socialdemocratico), negli anni ’80 la media è del 7% (rapporto di uno a 5), salita al 10% negli anni ’90 (comparsa della PDS), con un rapporto di uno a 3,7, ed al 16% nel primo decennio del XXI secolo (rapporto di uno a poco più di 2). Alle elezioni del 2013 la Linke, i Verdi ed alcuni gruppetti ottengono il 16% (rapporto di uno a 1,5 circa). I sondaggi odierni danno ai partiti a sinistra della SPD il 21%: siamo quasi al sorpasso. Se è presto per parlare di “pasokizzazione”, la perdita di voti della SPD verso la sua sinistra resta comunque imponente.

Analogo è il caso degli altri paesi nordici: in particolare citerò il caso olandese, che vede il Partito Laburista ormai stabilmente sorpassato sia dagli ex maoisti del SP sia dall’Alleanza Rosso-Verde (in cui militano anche compagni nostri), al punto da essere ormai stabilmente sotto l’8%. In questo caso sì possiamo parlare di “pasokizzazione”. Persino in Danimarca e Svezia la dinamica, pur non così accentuata come in Olanda, è simile al dato tedesco. Le recenti elezioni in Irlanda, con l’affermazione del Sinn  Fein e dell’Alleanza Anticapitalista a scapito dei laburisti (ridotti a meno del 7%) va nella stessa direzione.

Ma passiamo a paesi più meridionali. Sono ormai lontani i tempi in cui si parlava di un “socialismo mediterraneo” presumibilmente più radicale della socialdemocrazia nordica.

In Spagna il PSOE ha tutto sommato tenuto fino al recentissimo successo di Podemos. Se negli anni ’80 aveva una media “tedesca” (44%), confermatasi negli anni ’90 (39%) e nel decennio successivo (40%), con gli anni ’10 si è quasi dimezzato (25% in media). Alle elezioni del 2015, col 22%, ha raggiunto il punto più basso della sua storia post franchista (pur essendo ormai “all’opposizione”) ed i sondaggi attuali lo danno tra il 20 e il 22%. Le forze a sinistra del PSOE hanno risentito degli alti e bassi della politica del PCE (cuore della coalizione Izquierda Unida) fino all’esplosione di Podemos. Così, negli anni ’80, la media era dell’8% (rapporto uno a 5 col PSOE), negli anni ’90 erano al 10% (uno a quattro), per scendere al 7% nel decennio successivo (uno a quasi 6), per risalire al 18% negli anni dieci (uno a 1,5), per poi effettuare il sorpasso nelle elezioni del 2015 (26%), ulteriormente rafforzato nei recentissimi sondaggi.

Più complicato il caso francese: il sistema elettorale maggioritario (con la spinta al “voto utile” contro la destra), la crisi verticale del PCF dopo il 1990, la presenza altalenante dei verdi e di un’estrema sinistra strutturata e militante, ne fanno un caso a parte. L’indebolimento del PS è concentrato negli ultimi 3 o 4 anni. Infatti, la media del 37% degli anni ’80 era sì scesa al 22 negli anni ’90, per poi risalire al 26 nel decennio successivo, fino a toccare il 31% nel 2012. Ma da allora la caduta appare verticale: gli ultimi sondaggi danno il PS sotto il 14%. Per quanto riguarda le forze a sinistra del PS, dal 14% degli anni ’80 si era saliti fino al 20% dei ’90 (ma con un PCF in netto calo), per ridiscendere al 12% del decennio successivo, stabilizzatosi al 13% alle elezioni del 2013. I sondaggi recenti danno, almeno nel caso delle presidenziali, un 14/15% a Melanchon (Front de Gauche) e un 5% ai due candidati trotskisti (NPA e LO). Si tratterebbe, per la prima volta dagli anni ’60, di un sorpasso da parte della sinistra “radicale” su quella socialdemocratica.

Un caso a parte è quello britannico, sia per il sistema elettorale estremamente antidemocratico (alle ultime elezioni i laburisti hanno avuto un incremento di voti doppio di quello dei Tories, ma hanno perso seggi, mentre questi ultimi li hanno incrementati!) che spinge al parossismo il “voto utile”, sia per la buona notizia di uno spostamento a sinistra dovuto all’elezione a sorpresa di Jeremy Corbin a leader del Labour, che, nei recenti sondaggi, pare riuscire a sorpassare i conservatori. D’altra parte nel Labour da sempre erano presenti minoranze di sinistra radicale, o addirittura rivoluzionaria, che spesso hanno avuto un ruolo importante, facendone un partito socialdemocratico sui generis.

Comunque, da quanto scritto sopra, mi sembra innegabile la tendenza. Sono lontani i tempi in cui i mass-media borghesi potevano usare impunemente il termine “LA sinistra” per indicare la socialdemocrazia, soprattutto al nord. Oggi, quasi dappertutto, è più forte la sinistra più o meno radicale dei partiti social-liberali. Con l’unica, significativa eccezione dell’Italia. Ma questa è tutt’un’altra storia.

Flavio

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