Terzo paragrafo: trotskisti e maoisti

Il trotskismo italiano, come ho già accennato prima, aveva le sue radici negli anni trenta, ma il gruppo iniziale era stato spazzato via, per un motivo o per l’altro, durante gli anni della guerra.

Un primo tentativo di ricostruzione, nel 1944, di una nuova sezione italiana della IV Internazionale, il Partito Operaio Comunista, era naufragato dopo soli tre anni, per la rottura tra il gruppo dirigente del POC, di ispirazione sostanzialmente bordighista, e i pochi militanti trotskisti sopravvissuti, rientrati dall’esilio.

Un nuovo gruppo iniziava a formarsi a partire dal ’46 in seno alla Federazione Giovanile Socialista, largamente orientata in senso antistalinista e anti-socialdemocratico, intorno al segretario Livio Maitan. Dopo la formazione nel febbraio del ’48 del Movimento Socialista di Unità Proletaria, vicino al trotskismo ma non ancora ufficialmente sezione della IV Internazionale, il gruppo riunito intorno a Maitan dà vita nell’estate del ’48 alla rivista Quarta Internazionale.

Nel gennaio del ’49 nascono i Gruppi Comunisti Rivoluzionari, dalla fusione tra gli ex giovani socialisti di Maitan, un gruppo di vecchi militanti trotskisti (alcuni dei quali reduci della guerra di Spagna nelle milizie del POUM, come Domenico Sedran) e un gruppetto di fuorusciti dal PCI e dal Partito d’Azione. Con poco più di un centinaio di militanti, i trotskisti italiani danno vita nell’aprile del 1950 al giornale Bandiera Rossa, mensile e in seguito quindicinale.

Dopo un paio d’anni di tentativi infruttuosi di accrescere la loro influenza, i GCR decidevano alla fine del ’52 una svolta “entrista”. Si trattava di far entrare il grosso dei militanti nel PCI, mantenendo un piccolo gruppo esterno, intorno a Maitan. La speranza era di approfittare del clima di radicalizzazione della base del PCI (indotta dalla guerra fredda e dalla repressione) per creare una “corrente” di sinistra, interna al partito, influenzata dal trotskismo. Il gruppetto esterno avrebbe dovuto invece mantenere aperti Bandiera Rossa e la rivista Quarta Internazionale, punti di riferimento “pubblici”.

In realtà il lavoro “entrista” non riuscì a dare frutti significativi fino al 1956, data d’inizio del processo di de-stalinizzazione. Il nuovo quadro di crisi dello stalinismo post-XX Congresso permetteva ai GCR di uscire dall’isolamento che li caratterizzava, moltiplicando contatti ed incontri con numerosi intellettuali di area PCI o PSI (tra cui Fortini, Amodio, Momigliano, Pizzorno, Caprioglio, Panzieri, ecc.) ed allargando l’area militante e d’influenza. Frutto di questi primi relativi successi è il passaggio alla periodicità quindicinale di Bandiera Rossa e il proliferare di edizioni delle opere di Trotskij a partire dalla fine del ’56. Un primo tentativo di dar vita ad un’organizzazione più ampia, unificando in una Sinistra Comunista i GCR, il Partito Comunista Internazionalista (bordighista), la Federazione Comunista Libertaria e Azione Comunista, tra la fine del ’56 e la primavera del ’57, falliva.

A partire dal 1960, però (in concomitanza con la riattivazione delle lotte operaie simboleggiate dalla “rivolta” contro il governo Tambroni del luglio ’60 e dai fatti di Piazza Statuto a Torino nel ’62), il lavoro “entrista” dei GCR nel PCI e, soprattutto, nella FGCI, cominciava a dare dei frutti più corposi. Un certo numero di giovani militanti e dirigenti (soprattutto intellettuali) aderivano ai GCR: tra essi Samonà, Savelli (futuri fondatori della casa editrice più legata alla “nuova sinistra”, la Samonà e Savelli), Pellegrini (redattore dell’Unità), Vinci, Gorla, Corvisieri (protagonisti nel ’68 della nascita di Avanguardia Operaia), Illuminati, Moscato, Gobetti (figlio del famoso intellettuale amico di Gramsci, assassinato dai fascisti nel ’26, Paolicchi (segretario nazionale della potente Lega delle Cooperative), ecc. Tra il ’65 e il ’67 vari militanti trotskisti diventano dirigenti di federazioni della FGCI (come quella romana) e svolgono un ruolo chiave nei giornali della FGCI, come Nuova Generazione o La città futura.

Prova di questa crescita d’influenza nei settori critici di PCI e FGCI è l’ondata di espulsioni dal PCI che colpisce vari esponenti “entristi” nel 1966-67. Non solo i trotskisti vengono colpiti, ma più in generale gli esponenti della sinistra interna meno disposti a “disciplinarsi”, segno che il gruppo dirigente del partito avverte nitidamente il pericolo di una contestazione da sinistra non più limitata a pochi intellettuali senza reale peso politico.

La pubblicazione della rivista La Sinistra, nell’ottobre del ’66, diretta dal filosofo marxista Lucio Colletti, con collaborazioni di Chiaretti, Illuminati, Moscato, Bertrand Russell, Samonà, il musicista Luigi Nono, Foa, Feltrinelli, Basso, Libertini ed altri, è uno dei successi più significativi del trotskismo italiano (anche se la rivista si manteneva pluralista e non apertamente trotskista), con una tiratura che arrivava alle 17.000 copie (numero del novembre ’67, quando si decide il passaggio a settimanale)1.

Contemporaneamente i trotskisti intessevano rapporti sempre più stretti anche con realtà esterne a PCI-FGCI, come la rivista Quaderni Rossi (cui collaboravano vari militanti dei GCR), il gruppo siciliano Sinistra Comunista del deputato regionale ex-PCI Mario Mineo (gruppo che entrava nei GCR nel ’65) e persino i primi gruppi maoisti, che stavano spuntando come funghi in seguito alla rottura tra Cina e URSS.

Proprio l’ondata “maoista” sarà in un certo senso all’origine della crisi che colpirà i GCR, paradossalmente, proprio durante il ’68, l’anno del “fermento rivoluzionario” tanto auspicato.

Già agli inizi del ’68 si verifica una rottura all’interno dell’area di riferimento de La Sinistra. Da un lato vari militanti (con l’editore Feltrinelli in testa) credono giunto il momento di un’offensiva rivoluzionaria, per “fare in Italia come in Vietnam” (o Cuba), mentre il gruppo legato ai GCR ritene avventurista ed estremista questa posizione. La crisi successiva portava alla fine della rivista e del tentativo di riunificare “l’opposizione rivoluzionaria”, nell’aprile del ’68.

Nel frattempo le mobilitazioni, sia studentesche che operaie, rimettevano in discussione l’intero quadro politico e sociale. E, per la prima volta, vedevano un ruolo poco rilevante (soprattutto quelle studentesche) dei tradizionali partiti della sinistra parlamentare. O perlomeno gli stessi militanti di PCI e PSIUP (il PSU, nome del nuovo partito nato nel ’66 dalla fusione di PSI e PSDI, era ormai un partito governativo, quindi “fuori dal movimento”) erano sempre meno legati alla disciplina di partito e all’influenza dei rispettivi gruppi dirigenti.

I GCR tentavano di affrontare la nuova situazione in un convegno del marzo ’68, dove emergevano profonde divergenze tra i militanti inseriti nel movimento studentesco (e in piccola parte anche operaio) e il settore ancora legato alla tattica “entrista” nel PCI-FGCI. La conferenza dichiarava comunque conclusa l’esperienza “entrista”, ma con margini d’ambiguità che avrebbero portato entro la fine dell’anno ad una crisi verticale dell’organizzazione2.

Infatti negli ultimi mesi del ’68 la grande maggioranza dei militanti dei GCR abbandonava l’organizzazione, o in gruppo (come il nucleo milanese di Avanguardia Operaia) o individualmente, per “sciogliersi nel movimento”.

Questa situazione appariva paradossale (il movimento rivoluzionario tanto atteso e preparato arrivava, e uno dei gruppi più influenti dell’estrema sinistra pre-sessantottesca non solo non ne traeva vantaggio, ma addirittura veniva quasi spazzato via), ma l’attrazione del maoismo e del “nuovo” movimentismo era sempre più forte, ed i GCR, con il loro “entrismo”, apparivano, soprattutto agli occhi delle nuove generazioni, troppo legati al movimento operaio tradizionale, incapaci di mettersi in sintonia con “il nuovo che avanzava”. Il diffuso estremismo, che vedeva nel PCI e nei sindacati dei nemici frontali (e che giurava sulla scomparsa degli stessi in breve tempo) mal si conciliava con le valutazioni dei GCR (che continuavano a vedere nel “riformismo” una componente, per quanto moderata, del movimento proletario).

Per riorganizzare le forze rimaste, i GCR convocavano una nuova Conferenza nazionale nel marzo 1969, dove si prendeva atto della rottura col gruppo di Avanguardia Operaia (Vinci, Gorla, Corvisieri, ecc.) e con altri gruppi minori fuorusciti. Restavano attivi solo dei piccoli nuclei in una decina di città, ma in pochi mesi, nel clima infuocato dell’autunno “caldo”, l’organizzazione riusciva a reclutare nuove forze, sia studentesche che operaie, soprattutto a Torino e Milano, pur non riuscendo a recuperare il terreno perduto.

Ovviamente non c’era paragone con la crescita dei gruppi che si richiamavano al maoismo (inteso sia nel senso “ortodosso” stalinista, come facevano i gruppi m-l, sia nel senso più “libertario” come i gruppi, diciamo così, più “nuovi”). Il maoismo era sulla cresta dell’onda, era in un certo senso la “moda” dell’epoca, e contrapporvisi voleva dire andare davvero contro-corrente. Ne è prova il fatto che, nonostante i GCR riuscissero, a partire dall’autunno ’69, ad iniziare una certa ripresa, il gruppo fuoruscito di Avanguardia Operaia (vedi oltre), convertitosi ad un maoismo sui generis, inizialmente ben più piccolo, iniziava una crescita impetuosa che lo portava a superare gli effettivi dell’ex organizzazione “madre” in pochi mesi.

In generale comunque i GCR, pur riuscendo a “ricostruirsi” dopo il “terremoto” del ’68, fanno fatica ad uscire da quello che appare un isolamento rispetto alla corrente dominante: maoismo, spontaneismo, “terzomondismo”, estremismo radicale sono le caratteristiche che i trotskisti individuano (e criticano) nella nuova ondata di radicalizzazione giovanile.

Nel 1972 i GCR sono l’unica organizzazione dell’estrema sinistra che dia indicazione di voto per la lista del Manifesto (vedi oltre).

Nel 1973 si può considerare concluso il “recupero” , almeno in senso numerico, delle forze perse alla fine del ’68. Ne è prova visibile la grande manifestazione internazionale per il Vietnam tenuta a Milano il 12 maggio. In questa manifestazione i GCR riescono ad avere una presenza non insignificante, grazie però anche alle altre sezioni della IV Internazionale (soprattutto i francesi).

Resta comunque il fatto che, se prima del ’68 i trotskisti sembravano essere la componente più dinamica e politicamente significativa dell’estrema sinistra italiana, nel ’73 risultano, pur con lo stesso numero di militanti di 5 anni prima, infinitamente meno importanti non solo di LC, PdUP-Manifesto o AO, ma anche di molti altri gruppi maoisti o spontaneisti.

Nel 1974-75, mentre la situazione politica italiana comincia a cambiare (crisi economica, sconfitta della DC nel referendum del 12 maggio ’74, recupero del PCI, primi sintomi di crisi per i gruppi dell’estrema sinistra, ecc.) i GCR cercano di dar vita ad una specie di rapporto privilegiato con Lotta Continua, ritenuto il più interessante dei “partitini” emersi dall’ondata 68-69.

La campagna contro il golpe in Cile, quella in solidarietà con la rivoluzione dei garofani portoghese, quella contro la repressione franchista e, soprattutto, quella per le 35 ore vedono GCR e LC spesso unite, permettendo ai primi di uscire da una situazione di isolamento che durava ormai da 5 o 6 anni.

Alle elezioni amministrative del 15 giugno 1975 i GCR, pur favorevoli alla presentazione di una lista unitaria dell’estrema sinistra, non appoggiano le liste di PdUP-Manifesto-Avanguardia Operaia.

Visto che il loro interlocutore privilegiato, LC, ha scelto di votare PCI (vedi oltre), i GCR invitano a votare genericamente “a sinistra” (PCI o DP).

Alle elezioni politiche dell’anno seguente finalmente il grosso dell’estrema sinistra si presenta unito, compresa LC ed i GCR (anche se si tratta di un’unità “di facciata”) nelle liste di Democrazia Proletaria. Il risultato ottenuto appare piuttosto deludente, anche se vengono eletti 6 deputati (nessuno dei quali dei GCR).

In realtà i sintomi di crisi dell’estrema sinistra (ed in generale di riflusso dell’ondata rivoluzionaria post-sessantottesca) già visibili da qualche tempo, esplodono nella seconda metà del ’76, coinvolgendo in prima persona soprattutto l’interlocutore privilegiato dei GCR, Lotta Continua, che nel suo congresso di fine anno arriverà, di fatto, all’auto-scioglimento (vedi oltre).

Questa crisi non risparmierà nemmeno i GCR (anche se in ritardo rispetto a LC e agli altri gruppi) che, dopo aver faticosamente ricostruito la propria presenza (solo nel 1975 avevano superato il numero di militanti che avevano nel ’68), si ritrovano, un po’ come Sisifo, ad affrontare una nuova debacle.

In effetti il 1977 fu un “annus horribilis” non solo per LC (e il PCI), ma un po’ per tutta l’estrema sinistra italiana. La svolta “governativa” del PCI (che per la prima volta da trent’anni non era più all’opposizione, anche se non ancora al governo) e la svolta moderata dei sindacati scombussolano la situazione politica generale.

Mentre i “gruppi” entrano in crisi e il PCI inizia la parabola discendente che lo porterà, dopo vari scossoni, allo scioglimento, 14 anni dopo, le ultime “fiammate” disperate di un’estrema sinistra in riflusso danno vita al fenomeno ultra-minoritario ed autoreferenziale della cosiddetta “autonomia operaia” (e in misura ancora più minoritaria ai gruppi armati, come Brigate Rosse o Prima Linea).

I GCR, pur avendo mantenuto un atteggiamento notevolmente critico nei confronti sia di quello che definivano il “centrismo opportunista” dei gruppi maggiori, sia dell’estremismo disperato dei gruppi autonomi (definiti “centristi” al pari degli altri, seppur nella variante “ultra-sinistra”) vengono parzialmente travolti da questa nuova “mini-ondata”. Non è una crisi paragonabile a quella del ’68, ma in meno di un anno quasi la metà dei militanti esce dall’organizzazione. Lo stesso congresso del febbraio 1977, a Milano, risentiva già del nuovo clima, diciamo così, di “pre-riflusso”: l’implosione di Lotta Continua (vedi oltre), organizzazione su cui avevano puntato i GCR negli ultimi due-tre anni, non poteva non avere effetti negativi. La divisione in due “tendenze” (75 e 25% rispettivamente) contrapposte aveva ovviamente un effetto debilitante, e l’uscita di alcuni dirigenti aggravava il quadro complessivo.

Comunque la “crisi” del ’77 si rivelava meno distruttiva di quella del ’68: infatti in meno di un anno i GCR riuscivano a ricostruire il quadro militante pre-77 (ed in alcune realtà operaie del nord, a superarlo). Il congresso del luglio ’78 infatti avveniva in una situazione di relativo ottimismo, preludio alla fondazione della nuova organizzazione (la Lega Comunista Rivoluzionaria) nel novembre del 1979.

Durante la transizione spagnola, i GCR mantengono rapporti organici con la LCR-ETA (VI), poi LCR, sezione della IV Internazionale.

Bandiera Rossa è il giornale dell’estrema sinistra italiana che appare più interessato alla situazione spagnola (97 articoli su 97 numeri del giornale, uno per numero in media, un record!), anche ovviamente grazie al rapporto stretto con le diverse organizzazioni della IV Internazionale presenti nello Stato spagnolo.

Per quanto riguarda invece il maoismo, inteso come richiamo alle posizioni cinesi, contrapposte al “revisionismo” incarnato dall’URSS post XX Congresso, come si diceva all’inizio, bisogna aspettare gli anni sessanta per veder nascere i primi gruppi “filo-cinesi” esterni al PCI.

Le posizioni critiche verso la linea ufficiale del PCI interne all’orizzonte politico stalinista erano esistite già durante la Resistenza, ma, diversamente dal trotskismo o dal bordighismo, contrapposti frontalmente ad una linea politica definita opportunista già dagli anni venti, non avevano portato ad una cristallizzazione politica, tanto meno esterna alla “casa madre”.

I militanti che percepivano la linea di Togliatti e del PCI come moderata e in contrasto, seppur relativo, con quella di Stalin e del PCUS, erano rimasti, in generale, nel partito, limitandosi a critiche più o meno velate, a malumori, a tentativi di interpretare “da sinistra” la linea ufficiale.

Un punto di riferimento per questi settori era sempre stato (al di là, probabilmente, della sua volontà) Pietro Secchia, il responsabile dell’organizzazione del PCI tra il 1945 e il 1954.

Questo “stalinismo di sinistra” inizia a cristallizzarsi dopo l’VIII congresso del PCI, nel 1956, e soprattutto dopo il XXII congresso del PCUS, quando le divergenze tra la direzione cinese (ed albanese) e quella sovietica vengono alla luce apertamente.

La lotta contro “la via italiana al socialismo” teorizzata da Togliatti in modo esplicito dopo il ’56 è l’asse portante della polemica dei primi gruppi “marxisti-leninisti” (o “filo-cinesi”, come venivano chiamati dalla stampa “borghese”) in Italia. Il primo gruppo in assoluto che si costituì coscientemente come raggruppamento marxista-leninista fu quello padovano raccolto intorno al giornale Viva il leninismo! già nel settembre 1962, guidato da Vincenzo Calò, Ugo Duse, A. Bucco ed altri; nell’estate del 1963 a Milano, su iniziativa di G. e M. Regis, sorsero le edizioni Oriente, che ebbero un importantissimo ruolo nella diffusione di materiale cinese in Italia.

Nel 1964 esce Nuova Unità, un giornale che si propone di “unificare i marxisti-leninisti italiani”. E lo scopo sembra in gran parte raggiunto quando, nell’ottobre 1966, nasce a Livorno il Partito Comunista d’Italia (marxista-leninista), che in breve diventa il gruppo probabilmente più numeroso dell’estrema sinistra italiana pre-sessantotto (qualcuno parla addirittura di 20.000 iscritti agli inizi del ’68!) ed ottiene il riconoscimento ufficiale del PC cinese.

Ma l’ondata del ’68 travolge anche il PCdI (m-l), che inizia la parabola discendente nella seconda metà dell’anno, prima rompendosi in due tronconi (che si “espellono” reciprocamente), e poi riducendosi a poca cosa in pochi mesi. In poco tempo proliferano decine di gruppi “marxisti-leninisti”, sia su scala locale che nazionale. Uno dei più importanti, almeno dal punto di vista numerico, sarà l’Unione dei Comunisti Italiani (marxista-leninista), diventata poi Partito Comunista Italiano (marxista-leninista), conosciuta anche dal nome del suo settimanale, Servire il Popolo, che arriverà a dichiarare oltre 10 mila iscritti (nel 1972) e che otterrà 86 mila voti (0,3%) alle elezioni dello stesso anno, salvo iniziare una rapida parabola discendente già dall’anno seguente.

Ma quello che, di gran lunga, sarà il gruppo maoista più significativo degli anni settanta, sia dal punto di vista dell’influenza politica sia dal punto di vista della “durata” di questa influenza (circa un decennio, una durata eccezionale per un gruppo maoista) è uno dei pochi che non ostenterà la dicitura “marxista-leninista” nel nome: il Movimento dei Lavoratori per il Socialismo.

Il MLS nacque ufficialmente nel 1976, come continuatore sul piano “partitico” dell’esperienza del Movimento Studentesco (con le iniziali maiuscole!), un’organizzazione maoista nata all’Università Statale di Milano nel 1968 sotto la leadership di Mario Capanna e Salvatore Toscano.

Nei primi anni il “Movimento” è in realtà piuttosto composito, una struttura a metà tra un movimento studentesco vero e proprio (con le iniziali minuscole, in cui convivono varie posizioni della sinistra studentesca milanese) e una vera e propria organizzazione politica omogenea. A partire dal gennaio 1971 il MS tende a strutturarsi come un vero e proprio “partito”, con la fuoruscita (o l’espulsione) delle componenti non “ortodosse” rispetto alle posizioni del gruppo dirigente Capanna-Toscano. Nel marzo questa “svolta” porterà alla nascita della rivista mensile Movimento Studentesco, diffusa in migliaia di copie nelle scuole ed università italiane ed organo ufficiale del “Movimento”.

Famoso (non solo a Milano) è il suo “servizio d’ordine”, i cosiddetti “katanga”, protagonista di scontri con le forze di polizia e con l’estrema destra (e spesso anche con altri gruppi e partiti della sinistra, anche extra-parlamentare).

In breve il MS si struttura in sezioni e federazioni un po’ in tutta Italia (con un peso particolare in Lombardia) arrivando a contare varie migliaia di militanti, e diventando, almeno dopo il 1973, il gruppo più importante dell’area maoista (PCI m-l, PCdI ml, Lega dei Comunisti, OC m-l, Avanguardia Comunista, Lega m-l, ecc.) ed uscendo dal ristretto ambito studentesco.

Il Movimento attraversa una prima crisi nel febbraio del ’74, con la rottura della minoranza guidata da Capanna, Guzzini e Liverani. La maggioranza, guidata da Toscano e da Luca Cafiero, continua ed approfondisce ulteriormente la via della trasformazione in partito già abbozzata nel ’71.

Lo sbocco di questo ulteriore processo di omogeneizzazione è la proposta di “unificazione dei marxisti-leninisti” lanciata ad un convegno organizzato a Milano nell’ottobre del ’75 dal MS, dalla Lega dei Comunisti e dall’OC (m-l). Già dall’autunno del’74 il nuovo gruppo dirigente aveva lanciato un nuovo settimanale, Fronte Popolare, con lo scopo di “traghettare” l’esperienza del MS verso la costruzione di un nuovo partito marxista-leninista, che anche nel nome superasse l’ambito puramente studentesco.

Il nuovo partito nasce ufficialmente nel febbraio 1976, a Milano, e sceglie di chiamarsi Movimento dei Lavoratori per il Socialismo, anche per sottolineare la raggiunta “maturità” di un movimento nato in ambito universitario otto anni prima.

Alle elezioni del 20 giugno 1976 il MLS partecipa nel cartello “Democrazia Proletaria” (vedi oltre) senza però ottenere nessun eletto.

Nonostante la confluenza, nello stesso anno, di vari gruppi m-l (il più importante, Avanguardia Comunista, permetteva di rafforzare la federazione romana, fino ad allora debolissima), il MLS partecipa, come gli altri gruppi dell’estrema sinistra, del clima di delusione e riflusso che caratterizza la seconda metà dell’anno.

Il “movimento del ’77” vede il MLS in posizione di aperta critica e contrapposizione verso quella che era percepita come una deriva estremistica. Il nuovo segretario, Luca Cafiero (succeduto a Salvatore Toscano dopo l’improvvisa morte di quest’ultimo nel marzo del ’76), chiamato a gestire questa nuova fase di riflusso, rafforza i rapporti con il PdUP (vedi oltre), cercando di creare un polo “realista” e “moderato” in un’estrema sinistra in fibrillazione e spesso suggestionata dalle posizioni delle nuove formazioni “autonome”. Nel famoso convegno di Bologna del “Movimento del ’77” (settembre 1977), il MLS arriverà allo scontro fisico con i gruppi autonomi, confermando la sua fama di “gruppo moderato” (e stalinista) nell’ambito della sinistra rivoluzionaria.

A partire dal 1978 il rapporto con il PdUP per il Comunismo si fa sempre più stretto, al punto di poter parlare di PdUP-MLS come un’unica organizzazione, anche se la fusione formale avverrà solo nel 1981, tre anni prima della definitiva confluenza nel PCI.

Durante la transizione spagnola, il MLS mantiene rapporti, seppur non organici, prima con il PCE (m-l) e il FRAP, poi con il PTE e con l’ORT.

L’attenzione del MS-MLS verso la transizione spagnola è stata praticamente nulla fino alla fine del ’74 (2 soli articoli sul mensile “Movimento Studentesco”), per poi diventare molto importante (121 articoli per 200 numeri di “Fronte Popolare”).

1Maitan, Livio, La strada percorsa, Roma, 2002

2Ibidem

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