PIANGEVA!
Piangeva e scuoteva il suo corpo massiccio. Le braccia inerti, ai fianchi, tirate verso terra. Come a ancorare la sua furia impotente; per non sbagliare, per i figli chiusi di sopra con la madre.
Piangeva in un lamento di parole sussurrate che uscivano difficili dal cuore buio.
E il corpo sembrava ondeggiare nella tempesta che gli era piombata addosso; come una ladra, alla prima oscurità, con un inganno vigliacco.

L’ho trovato così, il mio compagno Mustafa. Nel vicolo stretto dove abita, davanti al portone in legno che non poteva aprire.
I carabinieri della compagnia di zona (Chiari) erano arrivati alle 19,30; in forze (una ventina), con l’ufficiale giudiziario, con i proprietari sbraitanti livore, con l’avvocato a guadagnarsi con ferocia la parcella, con i fabbri pronti a scardinare.
Avevano bloccato il portone con le auto di servizio e si erano schierati a impedire l’accesso nel cortile da cui si sale nell’appartamento di Mustafa.

Per tutto il giorno (MARTEDI’ 8 marzo), dalle 7 di mattina alle 6 di sera, avevamo aspettato invano il loro arrivo. Nessuno si era fatto vedere; non era la prima volta. In altre occasioni, davanti ai picchetti solidali e numerosi, il rinvio era stato dato d’ufficio.
Avevamo smobilitato, suggerendo a Mustafa di tenere sempre la porta chiusa e di non aprire a nessuno che non conoscesse, naturalmente.
Si era allontanato per incontrare dei conoscenti e, al ritorno, aveva trovato lo schieramento che lo bloccava e che stava per dare l’assalto all’appartamento.

Su di sopra, sua moglie e i loro tre bambini (di 3, 5 e 7 anni) si erano chiusi nella camera da letto. Insieme, in un abbraccio protettivo come ultima disperata difesa.
Mustafa l’aveva chiamata e le aveva detto quello che succedeva di sotto; quello che si stava preparando. Le aveva chiesto di resistere finchè poteva; di tenersi ben stretti i bambini. Lei piangeva e aveva paura, ma non avrebbe aperto. Nessuno avrebbe toccato i suoi figli.
Dopo, Mustafa, aveva cominciato a chiamare i suoi compagni; sparsi un po’ di qua e di là della provincia. Confusi nelle cose quotidiane della sera, fra i figli e la cena.
Siamo arrivati e, davanti, abbiamo trovato la decisione di eseguire lo sfratto a ogni costo.
Eravamo pochi: quattro o cinque. La proprietaria urlava la sua indignazione, con disprezzo e arroganza, verso chi si frapponeva fra lei e la sua sacrosanta proprietà.
L’avvocato non voleva sentire ragioni e sollecitava i carabinieri a sfondare la porta e a buttare fuori madre e figli.

Eccolo lì, in piena luce, nel buio della sera, lo stato che veniva di nascosto, con un sotterfugio banditesco, a sbattere via tre bambini e i loro genitori; condannati nella loro colpa di essere poveri, senza più lavoro, con l’aggravante di avere solo quei tre figli. Di essere dei proletari !
Non riuscivamo a capacitarci e chiedevamo spiegazioni e buttavamo in aria parole che montavano sempre più rabbiose dai cuori. Le scagliavamo contro il muro in divisa che rispondeva, al solito, “eseguiamo gli ordini”.
Niente da fare, la decisione era presa e Mustafa piangeva il suo furore impotente; perché aveva paura che qualsiasi cosa facesse, andasse a danno dei suoi tre bambini barricati di sopra, con la madre che li teneva stretti, nella paura e nell’amore.

Mentre parlavamo, e eravamo in pochi, intorno e dietro a noi arrivavano, di continuo, altri solidali. Molti erano già stati ,in quel vicolo, per tutta la giornata. Qualcuno, finito il lavoro e, a conoscenza della situazione, aveva lasciato il riposo in casa per venire a dare solidarietà e lotta.
Parlavo e non me ne rendevo conto. Solo quando ho visto dei carabinieri entrare, allarmati, nel portone, ho girato lo sguardo intorno. Eravamo diventati una cinquantina e, ancora, stavano arrivando.
Ci siamo guardati e tutti, carabinieri compresi, abbiamo capito che non avremmo accettato di vedere sbattere fuori casa, con violenza, una madre e i suoi tre figli.
“COSA SCRIVERETE SUL VOSTRO PROSSIMO CALENDARIO? Che venite di notte a buttare in strada le famiglie povere?
Che arrivate a impaurire i bambini?”

Alle 22, finalmente, l’arroganza degli ordini si è trasformata in disponibilità al dialogo.
Lo sfratto rinviato al 20 aprile e lo scoppio di gioia che trasformava la tensione e il furore in applausi e in urla liberatorie.
Gli abbracci fra di noi e le lacrime e la consapevolezza di aver fatto quello che era giusto.

Oggi sappiamo quanto pesa una lacrima strappata a un essere umano colpito nella sua condizione di miseria materiale.
Più delle leggi violente dello stato che lo obbligano all’emarginazione.
Più dei bilanci che misurano profitti e perdite che gli impediscono l’utilizzo dignitoso delle scuole, degli ospedali, dei servizi essenziali.
Più di ogni ricchezza santificata dalla legalità che lascia i piatti vuoti per ogni altro.

Sappiamo quanto pesa una sola lacrima rubata a ogni essere umano dannato dal capitale.
Siamo certi che tutto il loro peso affogherà i ricchi padroni del mondo; sicuri e protetti nella loro proterva condizione di privilegio.
Da quel vicolo buio e caldo di indignazione, dai muri di filo spinato violati, dal dolore oscurato che trova parole e pratiche resistenti; sale continuo un urlo di furore.
IERI A TRAVAGLUATO, fra Brescia e l’infamia, donne e uomini hanno alzato la misura della dignità e della solidarietà .

CIO’ CHE E’ GIUSTO E’ POSSIBLE

Il comitato ANTISFRATTI/DIRITTOALLACASA di Brescia

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