Quando, molti anni fa (i primi anni ’70?) lessi per la prima volta questa disgiuntiva luxemburghiana, ero in un periodo di ottimismo rivoluzionario privo di sfumature. La felice congiunzione tra una situazione politica, italiana ed internazionale, che vedeva un rapido spostamento a sinistra di masse sempre più ampie di giovani e di proletari, e una situazione personale legata alla gioventù (avevo 17 o 18 anni), predisponeva senz’altro a questo stato d’animo. Per cui, se non avevo ben chiaro il senso del primo concetto (sapevo solo che quello che c’era in URSS o in Cina non mi sembrava un gran che, mentre ammiravo ciecamente l’esperienza cubana), credevo di intuire a cosa si riferisse Rosa col secondo. Mi immaginavo questa famigerata “barbarie” come una specie di “ritorno al medioevo” (se non all’età della pietra), con una devastazione sociale e ambientale da film di fantascienza (tipo “Il pianeta delle scimmie” o “2022: i sopravvissuti”). In ogni caso qualcosa di molto lontano dalla possibilità di realizzarsi. E le scritte con le quali i maoisti di “Servire il popolo” coprivano i muri della città (“Fra 5-10 anni l’Italia sarà rossa”) non mi sembravano tanto lontane da un moderato realismo. Vedevo, insomma, un’umanità già di per sè in marcia vittoriosa verso il socialismo (anche se non potevo essere certo di quale socialismo si trattasse), ancor prima di dover essere di fronte alla famigerata barbarie, che sarebbe stata, nel peggiore dei casi, l’allarme generale, capace di svegliare anche le coscienze dei più ottusi, dei più ignoranti, dei più pigri ed egoisti. Quanto di questo ottimismo a 360º fosse dovuto alla mia età, quanto alla situazione politica e quanto alla cultura, diciamo così, deterministico-positivista, non mi è facile dirlo. Non avevo mai letto nè Bernstein, nè Kautsky (e tanto meno gli epigoni socialdemocratici o stalinisti dei due “maestri” della SPD), e nemmeno conoscevo il dibattito che aveva animato la II Internazionale tra gli anni ’90 del XIX secolo e il 1914. Ma ero figlio della cultura maggioritaria (e di gran lunga!) del movimento operaio italiano (tutta la mia famiglia, e nel senso allargato del termine, era del PCI), leggevo fin dalle medie l’Unità (la domenica), Vie Nuove, e i libri di produzione sovietica che arrivavano come regalo per gli abbonamenti alla stampa del partito. Si può dire che “respiravo” quotidianamente quello che poi imparai a riconoscere come una specie di “evoluzionismo socialdemocratico”, per cui la strada era già tracciata verso le “magnifiche sorti, e progressive”. Il mio aderire all’estrema sinistra, il rompere con il PCI (che fino ai 14, 15 anni era stato il “mio” partito di riferimento) mi aveva portato a radicalizzare, approfondendole, le mie posizioni “comuniste”, ma senza rompere con questa impostazione di fondo.
Ora, dopo oltre un quarto di secolo di sconfitte (a cui bisogna aggiungere almeno un decennio, tutti gli anni ’80, tutt’altro che “progressista”, anche se meno univoco del post-’89), la mia opinione su entrambi i concetti a cui accennava la Luxemburg si è evidentemente modificata. Non voglio qui parlare di socialismo, ma piuttosto di barbarie. Non credo più, e da tempo ormai, che la barbarie che ci aspetta sia necessariamente un ritorno GENERALIZZATO all’età della pietra. O almeno, non mi sembra questa la prospettiva a breve o medio termine (sempre che a forza di giocare agli “apprendisti stregoni”, le classi dominanti del pianeta non si facciano scappare qualche imprevista accelerazione, magari col dito sul bottone nucleare). Comincio a percepire i segni di barbarie incipiente in modo molto più sfaccettato e, per così dire, articolato. E a vedere i paralleli con i due momenti clou della barbarie del XX secolo, la I e soprattutto la II guerra mondiale (in particolare tra il 1941 e il 1945). I dieci milioni di morti nelle trincee della Grande Guerra, i 55 milioni di morti della Seconda sono stati un disastro immane, ma, tutto sommato, “localizzato”. L’intero emisfero occidentale è stato risparmiato (se escludiamo le poche centinaia di migliaia di soldati statunitensi e canadesi morti in combattimento nel Pacifico ed in Europa). L’Africa subsahariana, l’Asia occidentale e meridionale (con l’eccezione indocinese, ma anche qui in modo relativo) anche. E pure in Europa, la grande maggioranza dei francesi, degli inglesi, degli scandinavi, e persino degli italiani e dei tedeschi, fino al 1942-43 (per non parlare dei paesi neutrali) viveva la guerra come una serie di ristrettezze economiche, pesanti ma, tutto sommato, sopportabili. Solo alcuni settori più avanzati della classe operaia (come nell’Italia del marzo 1943) riuscirono a trovare la forza e la determinazione per ribellarsi. Persino tra coloro che dovettero subire la “Grande” barbarie, quella del “male assoluto” dei campi di sterminio, la rivolta rimase un fatto episodico (non ho qui il tempo per sviscerare la vexata quaestio delle responsabilità, delle difficoltà dovute ad una iper-repressione fino a quel momento sconosciuta, ecc.). Tutto questo per dire che i segni di imbarbarimento che si moltiplicano nel pianeta (dalla barbarie eclatante e spaventosa dell’ISIS o di Boko Haram, ai bombardamenti continui su popolazioni indifese a cui ormai siamo assuefatti, dalla Siria all’Afghanistan, dal Kurdistan allo Yemen, ma anche le barbarie “banali” contenute nelle frasi della vecchietta israeliana che si lamenta del fatto che sono “troppo pochi” i bimbi palestinesi uccisi a Gaza dai bombardamenti “mirati” dell’aviazione sionista, o nei commenti cinici e razzisti dei bottegai leghisti rispetto ai migranti annegati nei nostri mari) sono sempre più diffusi territorialmente, e sempre più profondi qualitativamente, ma non riescono a creare quella sana reazione “allarmistica” che ci si sarebbe potuti aspettare. D’altra parte, per fare un esempio d’una barbarie meno “stringente”, ma foriera di nere tempeste, basta dare un’occhiata all’evoluzione dei comportamenti elettorali della maggior parte dei paesi: è vero che le elezioni sono uno specchio deformato dei reali rapporti di forza nella società (e ancor più deformato da quando viviamo in regimi di “dittatura televisiva”), ma sono comunque un indicatore. In Europa, nell’ultimo quarto di secolo, c’è stato uno spostamento a destra impressionante. Non solo l’estrema destra è ormai quasi ovunque oltre il 20% (con punte anche superiori in paesi come l’Austria, la Francia, la Svezia, per non parlare del vergognoso Est del continente, basti pensare all’Ungheria, alla Polonia, all’Ucraina), ma la stessa “destra di governo”, presuntamente “republicaine” (per usare un termine caro ai nostri amici d’oltralpe) è impregnata di valori e culture tipiche dell’estrema destra razzista e fascistoide (con l’Est di nuovo all'”avanguardia” in questo, Russia compresa, ma senza risparmiare paesi come l’Italia, la Francia, la Gran Bretagna, ecc.). E la stessa “sinistra” moderata e riformista di un tempo si è trasformata più o meno velocemente in una serie di partiti di destra “liberale”, più o meno civilizzata (il “blairismo” è stato l’archetipo di questo slittamento rapido), che usa un linguaggio magari un po’ meno rozzo (non sempre!) ma che condivide in pieno l’orizzonte politico e culturale del “ventre che ha partorito il mostro”: da Renzi a Hollande, dalla SPD al PASOK, gli esempi sono molti. La subcultura di destra è ormai ampiamente egemone nelle società europee, così come in quelle medio-orientali e nordafricane (sub specie islamica e/o islamista), o indiana (Modi, il neo-presidente d’estrema destra induista, docet). E la Cina stalino-capitalista, la Corea del Nord ridotta a spaventosa caricatura della già penosa dittatura di Kim-Il-Sung, o il Giappone neo-imperiale non mi sembrano da meno. Certo, qualche elemento in contro-tendenza appare, in particolare nelle Americhe o in qualche paese europeo (Grecia, Spagna e forse Portogallo). Ma sono segnali fragili (e le recenti vittorie della destra cavernicola negli USA, in Argentina e in Venezuela lo dimostrano, così come il voltafaccia di Tsipras). Lo smantellamento delle conquiste economico-sociali prosegue un po’ ovunque (e spesso, paradossalmente, è l’estrema destra a conquistarsi spazi “opponendosi” demagogicamente, a parole, a questi attacchi, vedi Lega Nord o Front National) a passi da gigante, l’erosione degli stessi diritti civili e libertà democratiche pure (e non solo là dove regna il terrore islamo-fascista, come in Siria, Iraq, Libia, Iran o Arabia Saudita). E persino dove si vedono flebili segnali di luce nell’oscurità (per esempio in Grecia, in Spagna o in alcuni paesi latinoamericani), queste luci sono spesso “macchiate” da valori estranei alla cultura progressista (come il nazionalismo, statalista o meno). Insomma, per tornare al refrain del “pessimismo della ragione”, mala tempora currunt. La barbarie sfaccettata ed invasiva avanza in mille rivoli. E noi, i lavoratori, un po’ come la rana della storiella, una volta immersi nell’acqua ancora fredda che qualcuno ha messo a scaldare, anche se cominciamo a sentir sempre più caldo, non sembriamo aver capito in quale pentola siamo stati cacciati. Siamo ancora a tempo per tentare, con un balzo, di saltar fuori dalla pentola? Non lo so, ma non abbiamo altra alternativa che provarci. A meno che non si preferisca restare in attesa della cottura, che ci aspetta di certo se ce ne restiamo fermi, magari aspettando “la rossa provvidenza”.
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