Mentre il Front National diventa il primo partito in Francia, l’opposizione di destra vince, per la prima volta in 17 anni, le elezioni in Venezuela. Poteva andar peggio? Sì, poteva anche piovere, come diceva il grande Woody Allen nel suo capolavoro “Love and Death”, mentre guardava attonito il quadro desolante di morte e distruzione dopo una battaglia, rispondendo ad un suo commilitone. Qualche anno fa, leggendo un romanzo di “fantapolitica” ambientato in una Francia del futuro governata dal FN, avevo avuto la sensazione che si trattasse, appunto, di “fantascienza”. Ed ora eccoci qua, incredibile dictu: si avvicina sempre più la possibilità concreta che sia l’estrema destra a governare il paese transalpino. In questa corsa folle verso il baratro, iniziata 25 anni fa da Bush sr. con la (seconda) Guerra del Golfo, acceleratasi a varie tappe (dalla Jugoslavia all’Afghanistan, dall’Iraq alla Siria, ecc. ecc.) sembra prendere consistenza la “profezia” dello “scontro tra fondamentalismi”. Le voci assordanti delle barbarie contrapposte riempiono i giornali, le tv, il web, mentre il silenzio (o al massimo qualche flebile vocina) caratterizza l’unico attore teoricamente capace di rompere questa spirale perversa: il movimento operaio internazionale. L’unica nota dissonante, in questo quadro disastroso (al di là del movimento NO GLOBAL, oggi morto e sepolto, a quanto pare) proveniva da un’America Latina che sembrava remare in direzione opposta, pur con molte contraddizioni. Ora, la vittoria della destra neoliberista in Argentina ed in Venezuela sembra riportare anche il continente “bolivariano” nella corrente suicida dove le destre, più o meno cavernicole, conducono il genere umano (anche se, forse, non tutto è completamente perduto in quelle zone). Il ventre fecondo che partorì il mostro della barbarie nazifascista sta partorendo, uno dopo l’altro, decine di mostriciattoli nauseabondi: alcuni sventolano le bandiere d’un Islam incredibile e spaventoso, altri un simulacro di tricolore che è l’esatta negazione di quello dell’89, altri ancora le aquile zariste o le stelle e strisce dell’America peggiore, quella dello schiavismo, dell’annientamento dei popoli autoctoni, di Hiroshima e Nagasaki, del napalm. E gli altri, innumerevoli mostriciattoli “minori” sono in coda, dietro a quelli che oggi riempiono le “une” dei giornali, cercando di mescolare il loro fetido alito di morte a quello delle “primedonne” della scena internazionale.

Che fare? si chiedeva già Lenin (e prima di lui Cernishevskij) oltre un secolo fa. La semplicità difficile a farsi, come diceva Brecht: solo la ripresa di una prospettiva radicalmente anticapitalista, comunista e libertaria che sappia rinnovare le stanche membra di un proletariato enormemente cresciuto negli ultimi trent’anni (oltre un miliardo nel mondo d’oggi, contro i 350 milioni degli anni settanta), ma che sembra privo di voce, di volontà (e verrebbe voglia di dire, anche di vita propria) potrebbe avere qualche chance di impedire l’ennesima ricaduta nella barbarie (e una barbarie probabilmente molto più ampia geograficamente, e forse qualitativamente ancor più profonda di quella del 1939-45). Questa sferzata sulle reni di un proletariato inebetito non potranno darla né i pavidi riformisti che si illudono, con la politica dello struzzo, di evitare il disastro (Tsipras docet), né i “micromovimentisti”, per quanto a volte generosi, avvitati su se stessi, innamorati del proprio ombelico e rassegnati al piccolo cabotaggio da “comunismo esistenziale”. E neppure i tanti (o pochi) che ripetono come un mantra le sempiterne ricette buone per tutte le stagioni (e magari più attenti alle coltivazioni dei propri orticelli che a cogliere con generosità le pochissime occasioni per invertire l’infernale tendenza). Ma allora dove trovare (e in tempo!) una strada realisticamente percorribile? Ci sono sul terreno, in Italia, in Europa e nel mondo, forze sufficienti per tentare l’impresa? O siamo solo dei Don Chisciotte che lottano contro i mulini a vento? E c’è ancora tempo (anche senza pensare alla catastrofe ambientale già avviata su un piano inclinato) perchè l’impresa, ammesso che possa decollare, riesca a bloccare il salto nel buio?


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