di Ghayath Naïsse *   estratti

………….La fulminea occupazione di Mossul, in Iraq, da parte di Daesh (10 giugno 2014), il successivo ampliamento verso zone curde e yazide, gli atroci massacri di militari e civili sono tutti fatti che sono serviti da preliminari alla proclamazione dell’obiettivo dichiarato dell’organizzazione, e cioè lo Stato del Califfato (29 giugno 2014), a cavallo di Iraq e Siria, con un territorio equivalente a un terzo della superficie complessiva dei due Paesi.

Nelle regioni “liberate” della Siria, sul terreno militare l’influenza dei gruppi islamisti estremisti ha preso rapidamente il sopravvento, a causa della debolezza, in fatto di organizzazione e di armamento, dell’Esercito libero: le promesse di armi e attrezzature fatte dai Paesi del cosiddetto gruppo degli «Amici del popolo siriano» non sono mai state mantenute. In realtà, non avevano mai avuto l’intenzione di farlo, limitandosi al rifornimento di armi leggere, insufficienti a evitare lo sterminio. Contemporaneamente, però, Qatar, Turchia, Arabia Saudita e importanti reti di sostegno alla jihad islamica hanno largamente foraggiato i gruppi islamisti estremisti………….

La sconfitta del movimento popolare e democratico

Raqqa, le prima città a essersi liberata dalle forze del regime il 4 marzo 2013, è certamente un esempio emblematico per chiarire le pratiche del Daesh nei confronti del movimento popolare. Dopo la liberazione questa città aveva attraversato un periodo di intensa effervescenza culturale, politica e popolare, sino a quando non è poi caduta sotto il controllo di Daesh. Il 30 marzo 2014, Richard Spencer, inviato del «Sunday Telegraph», scriveva infatti che «la città di Raqqa è sotto il controllo dei gruppi liberali d’opposizione. La città, ubicata nella Siria settentrionale, è animata da gruppi di discussione filosofica e politica […]. Le iniziative si susseguono con una intensità e una vitalità impressionanti. Gli attivisti hanno dato il via a diverse campagne (“Nelle nostre strade si respira la libertà”, “La nostra bandiera”, “Il nostro pane”), hanno organizzato un’esposizione di lavori artigianali e artistici il cui introito era destinato alle famiglie dei martiri, hanno lanciato la campagna “La nostra Raqqa è un paradiso”, che consiste, tutti i venerdì, nel ripulire una via cittadina».

La situazione di Raqqa può esemplificare quella della maggior parte delle città e regioni “liberate”, prima della loro conquista da parte del Daesh. Se anche numerose altre brigate, islamiche o no, hanno praticato la violenza contro questo o quel militante, hanno arrestato il tale o il tal altro, hanno effettuato esecuzioni arbitrarie, Daesh si è distinta per il violento approccio totalitario ai danni di qualunque attività indipendente, democratica, per la sua ideologia, per l’imposizione alla popolazione di comportamenti sociali reazionari.

La commissione d’inchiesta delle Nazioni unite ha pubblicato (14 novembre 2014) un rapporto, Il regno del terrore: vivere sotto lo Stato islamico in Siria, ove è scritto che Daesh «ha diffuso la paura in Siria perpetrando crimini contro l’umanità e crimini di guerra». La commissione ha chiesto che i suoi dirigenti siano processati dalla Corte penale internazionale. Il rapporto, che si è basato sulle testimonianze di circa 300 vittime e testimoni oculari, sostiene inoltre che questa organizzazione «mira a dominare ogni aspetto della vita dei civili sotto il suo controllo, mediante il terrore, l’indottrinamento e l’elargizione di servizi a coloro che si sottomettono». Daesh «pratica una politica di sanzioni discriminatorie – come per esempio le tassazioni o le conversioni forzate – sulla base dell’identità etnica o religiosa, la distruzione dei luoghi di culto e la sistematica espulsione delle minoranze». Il rapporto aggiunge che Daesh ha «decapitato o lapidato uomini, donne e bambini nelle piazze, nelle città e nei villaggi del nord-est della Siria» e «ha esposto i cadaveri delle vittime su delle croci per tre giorni, ha infilzato le loro teste sulle recinzioni dei parchi, a guisa d’avvertimento per la popolazione circa le conseguenze di un rifiuto di sottostare all’autorità del gruppo armato». Ricorda poi gli stupri contro le donne, che spingono le famiglie a maritare precipitosamente le figlie minorenni, nel timore che siano date in moglie a forza ai combattenti di Daesh. Per terrorizzare gli abitanti, l’organizzazione infligge pubblicamente delle «pene legali», tagliando le mani ai «ladri», o ricorrendo alla flagellazione e alla crocifissione.Il rapporto, infine, rivela come questa organizzazione barbara, composta in maggioranza da stranieri, prediliga i «bambini in quanto garanti d’una lealtà duratura nel tempo e d’una adesione ideologica, nonché combattenti devoti che considerano la violenza come un modo di vita».

Lo Stato “daeshista“: «Noi trascineremo la gente incatenata in paradiso»

A differenza degli altri gruppi salafiti jihadisti, Daesh ha un particolare progetto per la costruzione, ora e non in futuro, con la forza delle armi e della violenza, di uno Stato e di una società. Dopo aver affrontato l’Esercito libero e gli altri gruppi jihadisti concorrenti, e aver esteso la zona di influenza del suo «Stato», Daesh s’è preoccupata di garantirsi le fonti di finanziamento: in particolare, i pozzi di petrolio e i punti strategici di passaggio. Per fare un esempio, nel governatorato di Deir el-Zor, per poter mettere le mani su due campi petroliferi (fra i quali quello di al-Amor), si è scagliata selvaggiamente contro la tribù Shaïtat, uccidendone centinaia di membri e costringendone alla fuga migliaia d’altri. Il sito della Middle East Online, in un réportage del 13 agosto 2014, sostiene che Daesh controlla 50 pozzi petroliferi in Siria e 20 in Iraq. Anche se queste cifre si sono leggermente abbassate in seguito a controffensive delle forze governative irachene alla fine del 2014, gli introiti petroliferi giornalieri di Daesh sono stimati attorno ai tre milioni di dollari. Inoltre, Daesh ottiene in tasse dai commercianti circa 60 milioni di dollari al mese, incassa denaro per il riscatto degli ostaggi, vende esemplari archeologici rubati ed è, infine, finanziato dai suoi simpatizzanti dei Paesi del Golfo e d’Europa.

A parte la violenza e il terrore, Daesh ricorre anche ad altri mezzi per assicurarsi il favore degli abitanti. Per esempio, dopo i massacri dei Shaïtat a Deir el-Zor, ha distribuito gratuitamente gas, elettricità, carburante e cibo. Inoltre, dopo che ha fatto cessare i furti con le punizioni che abbiamo su ricordato, ha certamente conquistato un certo appoggio negli ambienti più poveri ed emarginati. In particolare, ha iniziato a versare salari, molto bassi, ai disoccupati. Ai propri combattenti, però, assegna 300 dollari al mese, oltre alla fornitura gratuita dell’alloggio e alla soddisfazione dei bisogni più elementari. In questo modo l’adesione a Daesh è diventata conveniente per certi gruppi emarginati socialmente, i cui interessi di classe non avevano trovato una forma di rappresentanza politica adeguata.

Nella sua capitale Raqqa e nelle regioni sotto il suo controllo Daesh organizza ogni aspetto della vita quotidiana degli abitanti. Solo i suoi membri possono girare armati. La sua forza di sicurezza (la polizia islamica) dispone di due reparti diversi per il controllo delle donne e degli uomini: la brigata «al-Kansa», formata da donne armate dell’organizzazione, ha il diritto di fermare qualunque donna per strada e di perquisirla, mentre il battaglione «al-Hasba» fa lo stesso con gli uomini.

Infine, Daesh ha istituto un vero e proprio governo, con sede a Raqqa e ministeri come quelli dell’istruzione, della sanità, delle risorse idriche ed elettriche, degli affari religiosi, della difesa.

Nel 2013, la maggioranza dei siriani delle regioni di cui stiamo parlando riteneva che Daesh fosse un’organizzazione «straniera» e «d’occupazione» o, come si è espresso un attivista di Deir el-Zor, «un movimento colonizzatore, allo stesso modo di Israele che ha occupato la Palestina con i coloni [5]. Ciò nonostante, nel 2014 Daesh s’è assicurata una non trascurabile, anche se fragile, base sociale. Da notare – lo ha sottolineato un militante di Raqqa sul sito «Stanno scannando Raqqa nel più assoluto silenzio» – che Daesh non ha effettuato né proposto alcuna nazionalizzazione o legge che ponesse un limite alla cupidigia dei grandi mercanti monopolisti, con i quali anzi intrattiene ottimi rapporti.

Che cos’è il «daeshismo»

Lo studio dell’evoluzione di Daesh come organizzazione sorta dalla matrice delle varie correnti salafite jihadiste islamiste dagli orientamenti ultrareazionari (la più importante delle quali è al-Qaida) non basta a spiegarne la specificità ideologica e pratica. La comparsa sulla scena di Daesh rappresenta una frattura netta con questi gruppi, che si spinge fino alla loro eliminazione fisica. Inoltre, c’è una evidente tendenza alla «daeshizzazione» di interi settori delle altre organizzazioni jihadiste: una delle più importanti di esse, il Fronte al-Nusra, sembra diviso in due tendenze, una delle quali si avvicina a Daesh con le sue prese di posizione e la sua pratica. Quanto al movimento d’Ahrar al-Sham, in una certa misura conserva ancora la sua originale identità salafita jihadista, benché alcune delle sue brigate siano ormai inclini a adottare il «daeshismo». E, quel che è peggio, c’è poi l’adesione a Daesh e al Califfato di altri gruppi jihadisti reazionari in vari Paesi, soprattutto nell’Africa settentrionale.

Si potrebbe dire che non v’è alcun interesse politico o pratico nella ricerca delle caratteristiche di Daesh, in quanto non è altro che una componente della controrivoluzione reazionaria. Ma questo “nuovo“ fenomeno non può essere compreso – l’abbiamo visto – prescindendo dalle condizioni materiali socioeconomiche che ne sono alle radici. Non è possibile opporvisi politicamente senza prima comprendere le condizioni materiali che hanno concorso alla sua costituzione e all’ampliamento della sua area d’influenza, per passare poi all’elaborazione di politiche adatte a farvi fronte dal punto di vista delle classi sfruttate e oppresse, in altre parole dal punto di vista marxista.

È necessario ricordare ancora una volta che nell’esposizione del processo che ha condotto alla formazione di Daesh ci siamo concentrati sul fatto che una delle cause essenziali del suo successo stava nella natura dei regimi iracheno e siriano, con le loro brutali politiche reazionarie, oltre che nell’intervento imperialista. L’occupazione americana dell’Iraq, distruggendone ciò che restava di infrastrutture e di tessuto sociale, ha creato le condizioni ideali per lo sviluppo di simili movimenti. La guerra in atto da diversi mesi contro Daesh, condotta da un’alleanza imperialista guidata dagli Stati Uniti, non si concluderà con la sconfitta di Daesh, ma finirà con l’attirargli ancor più simpatie, perché verrà vista come colei che si oppone all’imperialismo americano, il nemico principale.

Noi pensiamo che il “fenomeno” Daesh – per come si è sviluppato, per la sua specificità rispetto ai movimenti jihadisti tradizionali, per la sua rapida e “sorprendente” comparsa all’interno di un processo rivoluzionario, per il fatto che sia riuscito a schiacciare ogni forma di espressione rivoluzionaria nelle zone che ha occupato e a imporre ai loro abitanti un determinato stile di vita e la propria ideologia, per come ha costruito il suo “Stato” – debba essere esaminato alla luce dell’esperienza fascista: non tanto nelle sue particolari espressioni nei vari paesi europei, quanto nel quadro dei nuovi movimenti fascisti, quindi in un senso ben circoscritto. Questa svolta pericolosa del corso della rivoluzione siriana, e della stessa storia del Paese, ha preso molti di sorpresa, in modo che «destino storico e destino personale sono diventati bruscamente una sola e identica cosa per migliaia, e più tardi milioni, di esseri umani. Non furono solo i partiti politici a soccombere, ma fu la stessa esistenza, la sopravvivenza fisica, di interi gruppi umani a divenire improvvisamente problematica», per ricorrere alla descrizione dell’ascesa del fascismo fatta dall’intellettuale marxista rivoluzionario Ernest Mandel [6].

È certo che la definizione del fascismo come «potere del capitale finanziario» elaborata dal Komintern (staliniano) negli anni Trenta del secolo scorso non può essere utile per spiegare l’emergenza del Daesh, come del resto non era servita per interpretare correttamente il fenomeno del fascismo in Europa e non serve per comprendere i nuovi movimenti fascisti che vanno affermandosi nei Paesi europei e altrove.

Fra i più eminenti intellettuali marxisti è stato Trotskij a fornire la più convincente analisi e spiegazione dell’emergere del fascismo in Europa. Egli non si è accontentato di dire che il fascismo «arriva al potere spintovi dalla piccola borghesia», ma ha condotto l’analisi più a fondo, ritenendo che gli strati sociali sui quali si basa il fascismo sono ciò che egli definisce la «polvere dell’umanità», e cioè «piccoli artigiani e piccoli commercianti delle città, funzionari, impiegati, tecnici, intellettuali, contadini caduti in rovina» [7], ai quali noi potremmo aggiungere i disoccupati.

Nell’affrontare il fenomeno del fascismo, Trotskij è partito da un’analisi di classe della società e da una profonda comprensione della legge dello sviluppo ineguale e combinato, secondo la quale strutture vecchie di secoli, con i relativi rapporti di produzione e ideologie, coesistono con strutture moderne, con i relativi rapporti di produzione e ideologie. Ernest Mandel ha così riassunto la profonda comprensione del fenomeno fascista cui era giunto il fondatore della IV Internazionale: «Come pochi altri scrittori marxisti (per esempio, Ernst Bloch e Kurt Tucholsky), Trotskij ha compreso la desincronizzazione parziale delle forme socioeconomiche e ideologiche, e cioè il fatto che idee, sentimenti e desideri irrazionali molto radicati propri dell’epoca precapitalistica erano ancora presenti in ampi strati della società borghese (in modo particolare nelle classi intermedie minacciate dalla pauperizzazione, ma anche in settori della borghesia stessa, degli intellettuali declassati e degli strati più arretrati della classe operaia). Meglio di chiunque altro egli ne ha tratto le seguenti conclusioni politiche e sociali: in condizioni di forti e crescenti pressioni, di contraddizioni di classe socioeconomiche sempre più insopportabili, settori significative delle classi medie e gli strati sociali ricordati prima – la «polvere umana», così giustamente Trotskij li definiva – potevano venire amalgamati in un potente movimento di massa, ipnotizzati da un dirigente carismatico sostenuto da settori della classe capitalista e del suo apparato statale, e usati come un ariete per schiacciare il movimento operaio con l’intimidazione e il terrore sanguinario.» [8]

Trotskij ha inoltre insistito sulle distinzioni fra fascismo da una parte e bonapartismo e altre forme di dittatura dall’altra, e cioè sul fatto che il fascismo «è una forma specifica di apparato esecutivo forte» e di «dittatura dichiarata» caratterizzata dalla distruzione totale di ogni organizzazione della classe operaia, comprese le più moderate, e quindi anche la socialdemocrazia. Il fascismo si sforza di rendere materialmente impossibile ogni forma d’autodifesa della classe operaia organizzata, con la sua totale atomizzazione. Ricavare dal fatto che la socialdemocrazia prepara il terreno al fascismo la conclusione che socialdemocrazia e fascismo sono alleati, e di conseguenza che non ci si deve alleare con la prima contro il secondo, è dunque un errore.

La caratterizzazione del fascismo come movimento che si appoggia sulle masse della «polvere umana» si adatta perfettamente a Daesh. Il fascismo, in linea generale, si costituisce come un partito-milizia per abbattere lo Stato e sostituirlo con un altro di tipo fascista. E i fascisti, secondo il ricercatore italiano Emilio Gentile, «pretendevano di essere un’aristocrazia di uomini nuovi, nata con la guerra, che doveva impadronirsi del potere per rigenerare una nazione corrotta» [9]. Il fascismo mira «a organizzare delle masse e non delle classi», afferma Gentile, secondo il quale gli studi storici hanno sottolineato che «l’obiettivo del fascismo non mirava né a “trasformare il mondo esterno né a rivoluzionare la società, ma a trasformare la natura umana stessa”», disciplinando la popolazione e ricorrendo alla violenza bruta. È solamente in questo senso che possiamo dire che Daesh ha molti tratti in comune con le nuove forme dei movimenti fascisti e che lo Stato del Califfato è uno Stato fascista, con una sua natura particolare in determinate circostanze specifiche.

I compiti delle forze rivoluzionarie

Una simile affermazione pone prepotentemente il problema di quali debbano essere le forme d’intervento delle forze rivoluzionarie. E ciò mette immediatamente all’ordine del giorno il problema della costituzione di un fronte unico delle forze rivoluzionarie democratiche e di sinistra. Senza dimenticare la questione delle modalità d’azione nei confronti della cricca al potere in Siria, che opprime e distrugge il nostro popolo e il nostro Paese.

Il processo rivoluzionario in Siria attraversa attualmente una fase molto negativa. Il momento di depressione del movimento popolare è dovuto agli attacchi devastanti del regime di Assad, ai massacri, allo sfollamento forzato di milioni di persone (metà della popolazione). A ciò si devono aggiungere i progressi delle forze reazionarie della controrivoluzione (Daesh, al-Nusra eccetera) a spese dell’Esercito libero e il restringimento degli spazi di espressione e mobilitazione del movimento popolare anche nelle zone “liberate” dal regime.

Al contrario di quanto credono alcuni, ogni invito al ripiegamento, al silenzio e alla smobilitazione delle forze popolari rivoluzionarie – che equivarrebbe alla capitolazione di fronte al feroce attacco delle varie forze controrivoluzionarie in lotta tra loro – sarebbe disastroso e non farebbe che aggravare ancor più la situazione già degradata della rivoluzione. Al contrario, noi riteniamo che ciò a cui dobbiamo dedicarci con tutte le nostre forze consiste nel mobilitare ovunque i gruppi, i coordinamenti, le forze rivoluzionarie per proseguire nelle manifestazioni e in tutte le forme di lotta per favorire la ripresa del movimento popolare, anche se oggi è debole e disperso, ma tuttora esistente: nelle zone controllate dalle forze di al-Nusra, per esempio, ha già cominciato a dar segni di vitalità. Per fare tutto questo, però, ci serve uno strumento; un Fronte unico delle forze rivoluzionarie democratiche e di sinistra in grado di elaborare una strategia d’azione combattiva e centralizzata, che rifaccia proprie le rivendicazioni di base della rivoluzione popolare. Nelle zone dell’Esercito libero e della resistenza popolare lo scontro con le forze reazionarie, nonostante lo scarso armamento a disposizione, non è una velleità, ma una questione di vita o di morte per la rivoluzione e il movimento popolare. Il poco di cui dispongono le forze rivoluzionarie sarà sufficiente se esse si uniranno attorno a una direzione politica e militare centralizzata a livello nazionale. Non ci si può infatti limitare a un fronte unico sul piano politico: deve essere anche militare.

Fra gli avversari delle forze rivoluzionarie non vi sono solamente le forze reazionarie della controrivoluzione: vi è anche la cricca al potere. Occorre non dimenticare mai che rovesciare quest’ultima è la precondizione per poter sconfiggere le forze fasciste e reazionarie………..

In questa lotta su molteplici fronti i marxisti rivoluzionari della corrente della Sinistra rivoluzionaria si sono assegnati anche un obiettivo fondamentale per conseguire il quale operano senza sosta: la costruzione del partito operaio rivoluzionario di massa.

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Note

* Ghayath Naïsse, medico, militante della sinistra rivoluzionaria, in esilio, è uno dei fondatori del Comitato per la difesa delle libertà democratiche (CDF) in Siria, fondato nel dicembre 1989 e di cui la maggior parte degli aderenti è stata incarcerata o esiliata. Questo articolo, datato dicembre 2014, è apparso nel marzo 2015 sul numero 5 della rivista marxista rivoluzionaria araba «Rivoluzione permanente». La sua traduzione in francese, a opera di L. T., è apparsa sul numero 616-617 (giugno-luglio 2015) del bimestrale «Inprecor». La traduzione dal francese è di Cristiano Dan.

 

 


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