Mathilde du Pradel
……Identica pressione sociale si esercita contro gli atei. Ne è testimonianza la condanna dell’11 gennaio 2015, nella provincia di Bahaira, di un giovane di ventuno anni a tre anni di prigione e 1000 lire di ammenda (circa 100 euro) per insulto all’islam, perché aveva menzionato il suo ateismo su Facebook. La sua presa di posizione aveva scatenato i fulmini di abitanti e giornalisti. Quando si è recato alla polizia per denunciare gli atti persecutori, il giovane è stato arrestato. Perfino il padre ha testimoniato contro di lui. Tre mesi dopo, l’attivista alessandrino Ahmed Harqan ha anch’egli tentato di presentare una denuncia per un tentativo di omicidio subito dopo una trasmissione televisiva, nel corso della quale aveva difeso a volto scoperto l’ateismo. La polizia lo ha arrestato, con l’accusa di diffamare la religione, picchiato e trattenuto per una notte, prima di finalmente rilasciarlo.
L’amministratore di una pagina Facebbok dedicata agli atei egiziani spiega che “molti atei si sono sentiti incoraggiati dalla libertà di parola conquistata con la rivoluzione del 2011 e hanno cominciato a esprimersi liberamente sulla stampa e nei social network”. Nel febbraio 2013, ancora presidente Morsi, vi era stato perfino un pubblico dibattito sull’ateismo, cui avevano partecipato atei e credenti in una moschea della Cairo antica, un avvenimento fino ad allora inedito. Ma attualmente quelli che osano esprimersi liberamente, pagano un caro prezzo: ogni volta polizia e giustizia si schierano con una maggioranza contrariata dai loro discorsi.
Anche qui, il fatto di essere ateo non è direttamente considerato reato dalla legge egiziana. Però l’articolo 98 (f) del Codice penale stabilisce una pena da 6 mesi a 5 anni di prigione e da 500 a 1000 lire di ammenda (tra 50 e 100 euro) per coloro che diffamano o insultano le tre religioni monoteiste.
Al-Ahzar e la chiesa copta unite
Secondo un rapporto pubblicato lo scorso dicembre, il centro di ricerca islamico e principale autorità autorizzata a emettere fatwa, Dar al-Ifta, vi sarebbero in Egitto 866 atei. Una cifra sbalorditivamente precisa e assai controversa, e senza alcun dubbio fortemente sotto stimata, che collocherebbe comunque l’Egitto al primo posto tra i paesi arabi in materia di ateismo. L’inchiesta conclude che tali cifre devono allarmare e impongono alle autorità religiose e politiche di reagire.
Nel luglio 2014, già il ministro del culto (waqf) e quello dello sport e della gioventù avevano lanciato una grande campagna nazionale per contrastare la diffusione dell’ateismo tra la gioventù, in collaborazione con Al-Azhar (la più alta istituzione dell’islam sunnita). Da diversi mesi, Al-Azhar e la chiesa copta uniscono le loro voci e moltiplicano le dichiarazioni contro il pericolo dell’ateismo, preannunciando proposte per contrastare la sua diffusione. Secondo Ishaak Ibrahim, ricercatore all’EIPR, specialista della libertà di credo e di espressione, “le autorità egiziane considerano l’ateismo come una malattia mentale, che rende le persone colpite incapaci di determinarsi bene e che richiedono un trattamento”.
Nei fatti, questa lotta contro l’ateismo si traduce anche in azioni di forza, come la chiusura di un caffè del centro cittadino da parte delle autorità municipali il 10 novembre 2014. Secondo loro, era frequentato da atei che vi praticavano il “culto di Satana” e consumavano droga. Questa vicenda rientra anche in una campagna diretta a screditare la gioventù contestataria nell’opinione pubblica: molti frequentatori del caffè del centro, dei quali vengono denunciate le pratiche “devianti”, sono militanti e rivoluzionari.
Escalation religiose
“Il governo promuove una escalation repressiva contro omosessuali e atei, per garantirsi una reputazione di custode dell’ordine morale e religioso, in una sorta di competizione col movimento islamista”, commenta Ishaak Ibrahim. Fin dal discorso di investitura, il presidente Abdel Fattah al-Sissi aveva rivolto un appello “a tutte le famiglie, scuole, moschee e chiese” per un rafforzamento dei valori morali. Pur schiacciando la confraternita dei Fratelli Mussulmani – oramai classificata come organizzazione terrorista – il regime intende dimostrare di essere molto più capace di essa in materia di moralità.
La repressione si accompagna a un vero e proprio martellamento dei media filo governativi che denunciano instancabilmente le minacce che incombono sull’Egitto. “Coi loro discorsi sui pericoli dell’omosessualità o dell’ateismo, i media creano un clima fortemente ansiogeno”, spiega Scott Long. Suscitando la paura, alimentano un circolo vizioso e rafforzano le tendenze conservatrici che forniscono una legittimazione popolare alla repressione.
Secondo Long, tutto ciò tende soprattutto a sviare l’attenzione della popolazione dalla reali difficoltà politiche ed economiche. Già nel 2001, a proposito della vicenda del Queen Boat, Hossam Bahgat, noto avvocato dei diritti dell’uomo, sottolineò l’uso da parte del regime di Hosni Mubarak di processi sensazionalistici per tentare di far dimenticare il peggioramento dell’economia. Quattro anni dopo la rivoluzione del 25 gennaio, il ritorno a queste pratiche sembra essere un ulteriore elemento a dimostrazione del ritorno al passato in Egitto.
Dal sito osservatorio internazionale per i diritti.
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