Schematizzando, la “campionessa” del NO, secondo il sondaggio pubblicato oggi dal Corriere della Sera, dovrebbe avere queste caratteristiche. Alle quali bisognerebbe aggiungere, e questo era scontato, l’orientamento politico, ovviamente a sinistra. Molto meno scontato (e dovrebbe farci riflettere) è il livello economico: la condizione elevata supera addirittura quella bassa (mentre il “ceto medio”, cioè la piccola borghesia, è quello che meno ha premiato il NO). Sarebbe come dire che i ricchi ed i poveri cristi (proletari?) sono le categorie “sociali” meno favorevoli a questo governo. Non possiamo pretendere da Pagnoncelli un’analisi di classe dei risultati. Il fatto che la condizione economica “elevata” sia al primo posto fra i sostenitori del NO meriterebbe una riflessione. Forse la schiacciante vittoria del NO nelle aree urbane (notoriamente con un PIL pro capite più elevato delle aree rurali, dove prevale il Sì) crea questo effetto piuttosto inatteso. Lo stesso si può dire per la condizione professionale. Se non stupisce vedere gli studenti universitari essere al primo posto per il NO (e all’opposto le casalinghe al primo posto per il Sì), lascia un po’ perplessi vedere al secondo posto dirigenti e liberi professionisti (a pari merito con i pensionati). In definitiva, più che la smarrita coscienza di classe sembra imporsi il livello socio-culturale. Non è una novità, almeno negli ultimi 25 o 30 anni. E c’è da rimboccarsi le maniche, compagn*. Senza illudersi di recuperare il “campione” del Sì, che è, a quanto pare, un vecchio con scarso livello culturale, cattolico, con un livello economico medio.

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Faremmo bene a cominciare a non considerare il reddito come principale indicatore di un’appartenenza di sinistra o, peggio ancora, di coscienza di classe. In Catalogna nel 2017 uno degli argomenti (anche di molti italiani) per denigrare e disattivare un movimento popolare che per forme e contenuti avrebbe dovuto essere sostenuto dalle forze di sinistra europee fu precisamente che il reddito medio dei suoi sostenitori era superiore a quella dei contrari (dato manipolato perché nella media non si contavano i banchieri e il grande capitale, ferocemente antiindipendentisti). Studi più seri dimostravano già allora che il dato veramente importante era il livello di formazione e cultura politica e che nel campo indipendentista l’interesse per la politica, intesa come impegno civico, sociale ed ideologico era molto più presente che in quello unionista, dove, invece, primeggiavano gli aspetti identitari.
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Verissimo, ma resta comunque un problema. La scomparsa dei grandi partiti operai negli ultimi 40 anni, che orientavano la parte più cosciente del proletariato (pur senza essere rivoluzionari) ha lasciato una parte importante della nostra classe in balìa degli strumenti di dominio della borghesia (mass media, social, ecc.). Gli operai degli anni ’60 e ’70, pur avendo spesso solo la licenza elementare, avevano una coscienza di classe (non tutti, ovvio) costruita in decenni di lotte, sedimentate nei partiti e nei sindacati operai. Oggi sembra sempre più il livello culturale il discrimine. Più sei ignorante (anche nel senso culturale ampio) più sei di destra
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