di Gianni Sartori
Vorrei tanto sbagliarmi, ma temo che quando questo mio modesto contributo approderà (se approderà) in rete la questione potrebbe già essere stata – poco elegantemente – risolta. E sui ghiacci della Groenlandia (Kalaallit Nunaat) sventoleranno migliaia di bandiere a stelle e strisce. Con le buone o con le cattive. O magari verrà semplicemente divisa in due da una linea retta. Orizzontale (tipo Corea) o forse verticale (tipo Nuova Guinea), ma comunque tracciata con il righello. Con una parte definitivamente statunitense e un’altra, formalmente indipendente, sotto tutela euro-Nato-danese.
E in ogni modo, comunque vada, costellata di bunker, piste per aerei, basi militari…
Un caso da manuale di “indipendenza a geometria variabile” che si traduce in pura e semplice annessione coloniale da parte di qualche superpotenza.
Metodo già analizzato una quindicina di anni fa da Manuel Castells denunciando come la comunità internazionale si dichiari “favorevole all’autodeterminazione di un popolo o difenda l’integrità di un paese a seconda di chi, del come e del quando”.
Ricordava che osseti e abkhazi si erano ribellati contro la Georgia nello stesso periodo in cui i ceceni si sollevavano contro la Russia. Inizialmente gli Usa appoggiarono l’insurrezione cecena, ma tollerarono facilmente la repressione da parte della Georgia. Analogamente nel caso del Kosovo (dove è stata poi costruita un’immensa base statunitense) si è invocato il diritto all’autodeterminazione, negato invece a baschi e catalani.
Per non parlare dei curdi naturalmente…
“Le posizioni sul diritto all’autodeterminazione – scriveva il sociologo catalano – sono frutto di un cinismo tattico” e l’indipendentismo sarebbe divenuto uno “strumento geopolitico fondamentale in un mondo globalizzato e interdipendente”.
Al momento, metà gennaio, l’ipotesi che va per la maggiore (senza escludere una brusca invasione-occupazione militare) è quella della pura e semplice compravendita. Con la promessa di 100mila dollari a testa per ognuno dei 57mila abitanti della grande isola artica. Se finora da parte dei rappresentati politici groenlandesi si evocava un’improbabile indipendenza totale (per non essere “né americani – leggi statunitensi – né danesi), più recentemente il premier Jens Frederik Nielsen ha voluto precisare che “noi stiamo con la Danimarca, non con gli USA” (suscitando peraltro commenti poco rispettosi e velate minacce da parte di Trump). Poco prima invece si chiedeva di “negoziare direttamente con gli USA”. Per cui Washington poteva rivendicare di avere conseguito un suo obiettivo, quello di allontanare Nuuk (la capitale della Groenlandia) da Copenaghen. E quindi dall’Europa.
Come lasciava intendere con le sue dichiarazioni la responsabile degli esteri groenlandese Vivian Motzfeldt: “la Groenlandia ha bisogno degli Stati Uniti e gli Stati Uniti hanno bisogno della Groenlandia”.
Con il senno di poi così si spiega perché nelle elezioni in Groenlandia del marzo 2025 Trump & C. appoggiassero – ricambiati – gli indipendentisti di Narelaq (formazione definita “populista radicale”). L’indipendenza propedeutica all’annessione.
Elezioni poi vinte dal Partito democratico dell’attuale premier Jens-Frederik Nielsen (centrodestra, finora considerato “gradualista in materia di indipendenza”) consentendo la formazione di una coalizione con un altro partito di destra e due di sinistra e l’esclusione di Narelaq.
Nel mondo non mancavano i precedenti. Non è certo da ora che i poteri globali reali(economici, militari, tecnologici…) stabiliscono caso per caso, a proprio uso e consumo, se appoggiare una richiesta di autodeterminazione (o una lotta di liberazione) legittimarne la repressione o anche inventarla di sana pianta.
Ne ricordo una al limite della farsa, quando un gruppo di aspiranti golpisti (e membri di una loggia massonica) cominciarono ad arruolare mercenari per sobillare la rivolta secessionista nel Cabinda. Regione angolana ricca di petrolio (anvedi la combinazione !). Mettendo spregiudicatamente in campo ben due ONLUS (Freedom for Cabinda e Freedom for Cabinda Confederation) create appositamenteper ricevere donazioni.
Altri casi da manuale, il Katanga di Tshombe nell’ex Congo belga o anche in Bolivia il caso di Santa Cruz (capoluogo della parte più benestante del Paese, abitata in prevalenza da discendenti dei colonizzatori). Non escludo che all’epoca il presidente Evo Morales, leader del MAS, abbia rischiato di fare la fine di Lumumba (assassinato nel 1961 dagli sgherri di Tshombe al servizio del neocolonialismo).
Ma torniamo alla Groenlandia, probabilmente destinata- magari grazie al cavallo di Troia indipendentista – al ruolo di ennesimo cortiletto di casa degli Stati Uniti.
L’inizio della colonizzazione danese risaliva al 1721.
Quando un predicatore mezzo danese e mezzo norvegese, Hans Egide, vi sbarcò alla ricerca dei discendenti dei Vichinghi qui insediati trecento anni prima e di cui si erano perse le tracce. Temendo fossero tornati al culto tradizionale (“pagano”) degli Asi e anche per aggiornarli sulle novità religiose avvenute nel frattempo (la riforma protestante). Ma non trovando nessun discendente vivente dell’esule Erik il Rosso si vide costretto a ripiegare sugli inuit. Per convertirli al cristianesimo e battezzarli non esitò a usare metodi brutali, in particolare ai danni degli sciamani. Nelle stesse circostanze vennero fondate diverse colonie commerciali lungo la costa.
Nel 1953 la Groenlandia fu annessa al regno di Danimarca con uno status di Governo regionale sottoposto all’amministrazione danese. Nel 1979 venne concessa l’Autonomia e (dopo il referendum del 2008) l’Autogoverno nel 2009 (competenze in ambito legislativo, giudiziario e nella gestione delle risorse naturali).
Senza dimenticare la presenza significativa di oro, uranio, argento, ferro e terre rare, la Groenlandia poggia su quello che viene considerato il maggior deposito di combustibili al mondo. Attirando quindi l’interesse di compagnie internazionali (società onshore e offshore) che già in passato vi hanno realizzato perforazioni (compaiono le piattaforme), indagini sismiche e valutazioni sui possibili profitti.
L’estrazione di tali risorse verrà sempre più facilitata dallo scioglimento (a causa del riscaldamento globale) dell’inlandsis, il ghiaccio che da secoli ricopriva il 90% dell’isola. Per lo stesso motivo si rende ormai navigabile il famoso “passaggio a nord-est”.
Complessivamente gli abitanti sono poco meno di sessantamila (la maggior parte indigeni inuit), residenti nelle 17 cittadine della costa occidentale (Nuuk, Sismiut, Ilulissat…) e in un’ottantina di insediamenti. Oltre alla storica presenza militare statunitense della base aerea Pituffik Space Base.
Ammetto che personalmente non ho esperienza diretta della Groenlandia.
Ho incontrato esponenti del popolo inuit solo in un paio di occasioni (troppo poco per fare testo). La prima volta a Bolzano nel 1989 in occasione di un convegno organizzato da Radio Tandem (tra i fondatori Alex Langer) e dal giornalista Giovanni Giacopuzzi di Radio popolare.
Vi presero parte molti esponenti dei popoli europei minorizzati (non chiamiamoli minoranze). Come il catalano Aureli Argemi (del CIEMEN), l’esponente sloveno-triestino Samo Pahor (all’epoca consigliere nazionale per la pubblica istruzione), l’occitano Alan Roch, il corso Yves Stella (Cuncolta Naziunalista), il basco Txema Montero (parlamentare europeo per Herri Batasuna), il lettone André Urdze, lo scozzese Roy Petersen (Comunn na Gàidhlig), il bretone Jean Pierre Deredel (Strolat ar Brezoneg), un esponente del popolo Sami (impropriamente chiamati “lapponi”), Reidar Erke, rigorosamente in costume tradizionale…
Non mi aspettavo invece di incontrare un autentico inuit, Hans Rossing, rappresentante del partito groenlandese Siumut (socialdemocratico) al parlamento danese e in precedenza(dal 1980 al 1986) presidente della Inuit Circumpolar Conference.
Ci fu una breve conversazione (con Giacopuzzi in veste di interprete, mi pare) al bar tra un caffè e un cappuccino in cui ci parlò del suo impegno per la comunità. Niente di che, anche se con il senno di poi avrei dovuto intervistarlo (come nella stessa occasione non mancai di fare con Stella, Montero, Argemì e anche Eva Klotz).
All’epoca tifavo apertamente per l’indipendenza della Groenlandia (e non solo), ma erano altri tempi. Sia perché nel frattempo molti dei partecipanti sono ”andati oltre” (Argemi, Stella, Pahor…), sia perché i tempi sono cambiati (anche se non nella direzione auspicabile). Se allora l’idea dell’indipendenza si poteva coniugare con quella di un’autentica autodeterminazione, con la difesa dei diritti (donne, minoranze, classi subalterne…oltre che dell’ambiente) e magari anche con un qualche progetto di socialismo (vedi Herri Batasuna nei Paesi Baschi, il Sinn Fein in Irlanda, Emgann in Bretagna, il PKK in Kurdistan…) con l’odierna sistematica strumentalizzazione delle lotte di liberazione (perfino quella dei curdi, temo) siamo appunto arrivati al capolinea.
In seguito, verso la metà degli anni novanta, ebbi ancora a che fare con gli inuit se pur indirettamente. Il senatore vicentino Francesco Bortolotto (a sua volta allertato da Green Peace) mi aveva informato su una fantomatica “factory” intestata a due inuit groenlandesi con sede ad Arzignano (patria della concia). Azienda votata alla lavorazione, previo abbattimento, delle pelli delle foche. Un sopralluogo in loco permise di verificare che molto probabilmente si trattava di pura e semplice rappresentanza, una copertura. Dietro le finestre, dall’esterno, si intravedeva una stanza praticamente vuota (un tavolo ricoperto di polvere, un telefono e un paio di sedie…).
Da successive indagini risultò che i due inuit erano solo dei prestanome (possiamo definirli “collaborazionisti“ ?) e che in realtà l’azienda era in mano a una società giapponese. Evidentemente si tentava di aggirare le norme a protezione delle foche approfittando delle deroghe per la popolazione indigena (in quanto la caccia era considerata “attività tradizionale” degli inuit, come qualche anno prima mi aveva già spiegato Hans Rossing). Tutto qui. In seguito, grazie soprattutto all’impegno di Green Peace e di altre organizzazioni protezioniste, la caccia e la lavorazione delle pelli di foca pare abbiano subito un significativo ridimensionamento. Si spera non solo temporaneo.
Del resto negli anni novanta del secolo scorso il “contenzioso” tra Green Peace e Tokyo non si limitava alle foche, ma riguardava anche la questione delle balene. Nel solo 1997 le baleniere giapponesi avevano ucciso 440 esemplari dei grandi cetacei a rischio estinzione e almeno 438 vennero catturate l’anno successivo. Il tutto avveniva sotto la copertura di un fantomatico “programma scientifico”. Divenne particolarmente nota – e famigerata – la Nisshin Maru che operava anche nei “santuari”, in aperta violazione delle decisioni della IWC (Commissione baleniera internazionale). A tentare di sbarrar loro la strada la ben più modesta flotta degli ambientalisti (tra cui l’Arctic Sunrise).
Ai nostri giorni, con l’ormai imminente invasione statunitense, è lecito preoccuparsi sia per il destino dell’ambiente naturale della Groenlandia, sia per tutte specie a rischio estinzione che la abitano da millenni. Oltre alle foche e ai cugini trichechi (aaveq), l’orso bianco (nanoq), il bue muschiato (umimmak), la volpe artica (terianniaq, sia bianca che azzurra) e il lupo artico…
Senza dimenticare ovviamente le balene (arfeq, una quindicina di specie), narvali e beluga.
Oltre ai danni scontati per un aumento delle presenze a attività umane (basi militari, impianti di estrazione…) è probabile che fauna e flora risentiranno dell’incremento del turismo più o meno elitario (v. le crociere sempre più di moda anche in zone finora quasi incontaminate).
Come dire…C’è del marcio in Groenlandia ?
Gianni Sartori
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