Episodio 12 – Jenin

Spostarsi in Cisgiordania è come giocare d’azzardo, può andarti bene o può andarti male. Per limitare la casualità nei loro spostamenti quotidiani, i/le palestinesi hanno creato dei gruppi Wapp e Telegram in cui scrivono informazioni in tempo reale sulla chiusura o apertura dei checkpoint, di modo che una persona possa avere un minimo di scelta sulla strada da percorrere, quando possibile. Questo sistema si è evoluto recentemente in un’app vera e propria: https://play.google.com/store/apps/details?id=com.palestineroads.palestineroads , attualmente però non funziona.

Per andare da Nablus a Jenin ci sono due possibili strade, ma questa volta la scelta è obbligata, e non per colpa di un checkpoint: la strada che passa per Tubas è attualmente Zona Militare Chiusa, una forma di intervento dell’esercito che gli consente di fare tutto quello che vuole.

Con i bulldozer rompono le strade, distruggono il sistema idrico e quello elettrico, abbattono case. Sequestrano e interrogano persone per ore, giorni. Ieri per esempio una decina di persone sono state sequestrate durante tutta la giornata e rilasciate nel mezzo della notte con mani legate e nessun effetto personale nel mezzo del nulla. L’unica cosa che potevano fare era camminare verso casa.

Arrivo a Jenin con un orange bus, uno dei tanti furgoni Ford Transit che percorrono in lungo e in largo tutta la Cisgiordania. Alla stazione dei bus viene a prendermi Ali, il figlio di Khalid. Quando sei in viaggio in West Bank non vieni mai lasciatә solә: le persone che ti ospitano si assicurano sempre di affidarti ad un’altra persona, aspettano che il tuo bus parta e ti chiamano per sapere se sei arrivatә ed è andato tutto bene.

A casa di Khalid la televisione è accesa: abituarsi ad Aljazeera da un’altra prospettiva del mondo, un altro baricentro. La notizia più sconvolgente della giornata è quella dell’esecuzione da parte dell’IDF di due giovani disarmati a un km da casa di Khalid. Scoprirò poi che anche i media israeliani, tranne quello legato a Netanyahu, condannano l’accaduto.

Jenin è una città massacrata, la vita sociale è ridotta a zero, il cinema non esiste più. Meno di due anni fa molte zone della città sono state distrutte, l’asfalto divelto, il sistema idrico distrutto, i detriti spinti nei cortili delle case delle persone. Circa 22.000 persone sono state cacciate dalle proprie case, 14.000 dal Refugee Camp, le altre dai quartieri adiacenti della città. Dopo i primi giorni di riparo nei corridoi delle moschee o degli edifici pubblici, le persone hanno poi trovato rifugio a casa di familiari, hanno affittato altri appartamenti coperti per alcuni mesi dal governatorato di Jenin, si sono trasferite nell’Arab American University housing, poche avevano un seconda casa, nessuno è rimasto per strada. Ogni casa distrutta dagli occupanti viene ricostruita dai residenti o, in alternativa, altri tipi di alloggio vengono forniti. Jenin viene descritta come “unyielding to occupation”, intransigente/incrollabile/irremovibile all’occupazione, e proprio per questo fortemente colpita dagli occupanti. Non molla, ricostruisce.

La famiglia di Khalid è super accogliente, sua moglie una cuoca bravissima, mangiamo insieme Malfoof (riso arrotolato in foglie di verza) e usciamo per comprare un immancabile knafeh.

Il giorno dopo io e Khalid andiamo insieme a fare il classico trekking del venerdì: il gruppo questa settimana aveva pianificato di venire a Jenin, in una zona fortunatamente sufficientemente lontana dalla zona militare chiusa.

Finalmente vedo il verde, i campi coltivati, le serre, gli alberi da frutto, e pure un allevamento di cammelli (sia da latte che da carne). In lontananza si vede la pianura di Marj Ibn Amer, la pianura più estesa e fertile di tutta la Palestina, considerata la culla dell’agricoltura palestinese, nonostante parte di essa si trovi nei territori occupati nel ‘48.

Camminiamo immersi negli ulivi e ci godiamo un’altra giornata di sole.

Chiara


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