Sulla guerra di Trump e della sua gang di filo-fascisti al “nemico interno” c’è in Italia un incredibile silenzio, come se la cosa non ci riguardasse da vicino, molto da vicino. Proviamo a romperlo descrivendo tre momenti-chiave di questa guerra: il funerale di Charlie Kirk a Glendale in Arizona (21 settembre), l’adunata di generali e ammiragli nella base dei marines di Quantico in Virginia (30 settembre), la “tavola rotonda” alla Casa Bianca sul movimento “antifa” (8 ottobre). Un vero e proprio crescendo.
Il funerale di Charlie Kirk
Il funerale di Kirk, capo politico del vasto movimento giovanile Turning Point USA (oltre 200.000 aderenti) caratterizzato da un violento razzismo contro gli immigrati, specie se islamici, e contro gli afro-americani, e da un aggressivo machismo contro le donne, e contro omosessuali e transgender, si è trasformato in un’adunata militante di fan del suprematismo bianco. L’ha dominata l’infuocata retorica di Stephen Miller, quello che viene indicato come “il cervello di Trump” o, almeno, il suo consigliere n. 1, il vero “capo del governo”. Ascoltiamolo attentamente perché dice, senza filtri, ciò che la banda trumpiana pensa di sé, e ciò che prepara per la maggioranza proletaria degli Stati Uniti d’America:
“Ciao Patrioti. Ciao al nostro impavido Presidente, Donald J. Trump. E ciao a milioni di americani in tutto il Paese che si sono riuniti con tristezza e dolore per piangere Charlie Kirk, ma anche per dedicarsi a portare a termine la sua missione e ottenere la vittoria nel suo nome. (…) i nostri nemici non possono comprendere la nostra forza, la nostra determinazione, la nostra risolutezza, la nostra passione. La nostra ascendenza e la nostra eredità risalgono ad Atene, a Roma, a Filadelfia, a Monticello. I nostri antenati hanno costruito le città. Hanno prodotto l’arte e l’architettura. Hanno costruito l’industria. Erika [è la moglie di Kirk, imprenditrice, sospettata di traffico di minori in Romania con la sua immancabile opera di beneficenza – n.] poggia sulle spalle di migliaia di anni di donne guerriere che hanno creato famiglie, città, industria, civiltà, che ci hanno tirato fuori dalle caverne e dall’oscurità per condurci alla luce.
“La luce sconfiggerà l’oscurità. Prevarremo sulle forze della malvagità e del male. Non possono immaginare cosa hanno risvegliato. Non possono concepire l’esercito che hanno suscitato in tutti noi. Perché noi rappresentiamo ciò che è buono, ciò che è virtuoso, ciò che è nobile. E a coloro che cercano di incitare alla violenza contro di noi, a coloro che cercano di fomentare l’odio contro di noi, cosa avete? Non avete niente. Non siete niente. Siete malvagità. Siete gelosia. Siete invidia. Siete odio. Non siete niente. Non potete costruire nulla. Non potete produrre nulla. Non potete creare nulla. Siamo noi che costruiamo. Siamo noi che creiamo. Siamo noi che eleviamo l’umanità. (…) Non avete idea di quanto saremo determinati a salvare questa civiltà, a salvare l’Occidente, a salvare questa repubblica. (…) Noi abbiamo la bellezza. Abbiamo la luce. Abbiamo la bontà. Abbiamo la determinazione. Abbiamo la visione. Abbiamo la forza. Abbiamo costruito il mondo in cui viviamo ora, generazione dopo generazione. E difenderemo questo mondo. Difenderemo la bontà. Difenderemo la luce. Difenderemo la virtù. Non potete terrorizzarci. Non potete spaventarci. Non potete minacciarci. Perché noi siamo dalla parte del bene. Noi siamo dalla parte di Dio. (…) Dio benedica Turning Point [l’organizzazione politica di Kirk, di matrice fascio-suprematista]. Dio benedica i nostri eroi. Dio benedica gli Stati Uniti d’America.” (1)
E’ il linguaggio esaltato fino al delirio dei profeti dell’Impero amerikano, sicuro che “Dio” (o la “Provvidenza”) abbiano scelto gli Stati Uniti come “la città posta sulla collina” a indicare la strada al mondo intero attribuendo ad essi, per sempre, il divino diritto-dovere di imperare sul mondo. Ma i “nostri nemici”, che per Miller sono l’incarnazione dell’oscurità, del nulla, del male, sono anche i nemici interni – tutti coloro che si frappongono al “Make America Great Again”, a questo feroce, funesto, demente suprematismo nazional-razziale.
La maxi-adunata di generale e ammiragli a Quantico
Passano pochi giorni e il “nostro impavido Presidente” dai capelli giallo-arancione a riporto – dopo aver cambiato nome al Dipartimento (ministero) della difesa in Dipartimento della guerra – convoca nella base di Quantico in Virginia, insieme al suo fido Hegseth, centinaia di generali e ammiragli per trasmettere loro questo messaggio:
“Da questo momento in poi, l’unica missione del Pentagono è la guerra. (…) Benvenuti al Dipartimento della Guerra, l’era del Dipartimento della Difesa è finita”. E’ necessario che gli Stati Uniti si preparino a risalire la china riconquistando “l’ethos del guerriero” dopo “decenni di decadenza” nei quali “l’esercito è stato costretto da politici stolti e sconsiderati a concentrarsi sulle cose sbagliate”. Per questa ragione il Pentagono abbandonerà l’approccio “woke”, non ammetterà più “ragazzi vestiti da donna”, o gente che “adora il cambiamento climatico”; non perderà più il suo tempo con le “questioni di genere” (la denuncia frequente degli abusi sessuali) o i reclami per razzismo: “Come abbiamo già detto, e ripetiamo: abbiamo finito con tutta questa merda”. Niente donne che non hanno la potenza fisica necessaria, niente barbuti, niente obesi. Su queste nuove basi le sole cose che contano sono il merito e la preparazione della vittoria nelle guerre future. Poi, “se i nostri nemici saranno così stolti da sfidarci; saranno schiacciati dalla violenza, dalla precisione e ferocia del Dipartimento di Guerra”. [Ci vengono alla mente le brucianti sconfitte subite da questa (in)vincibile armata in Vietnam, Afghanistan, Somalia, contro popoli dai mezzi bellici infinitamente inferiori ai suoi, e le mezze sconfitte in Corea e in Iraq… ma in questa retorica del rilancio dell’imperialismo yankee questi sgraditi “particolari” vanno cancellati.]
Fin qui Hegseth. Trump, a sua volta, si è impegnato a spendere oltre 1.000 miliardi per le forze armate già nel 2026, “la cifra più alta nella storia del nostro Paese” (in questo non mente) – un titolo decisivo per ambire al Nobel per la pace. “Insieme, nei prossimi anni, renderemo il nostro esercito più forte, più resistente, più veloce, più feroce e più potente di quanto non sia mai stato prima”. E ha promesso: “Non saremo politicamente corretti quando si tratterà di difendere la libertà americana, saremo una macchina da guerra” – non dubitiamo, è l’ultima carta che vi resta. Noioso seguire passo passo il suo interminabile e ondivagante sproloquio, con le lodi sperticate degli Stati Uniti super-power, dell’esercito yankee, dei suoi sottomarini che sono 25 anni in avanti rispetto a quelli di Russia e Cina, o dei B-2 che hanno colpito l’Iran, e simili.
L’aspetto più rilevante del suo discorso è stata l’identificazione (parziale) del nemico interno: sembrerebbero le grandi città americane governate dai democratici, ma questa è solo la superficie. Il bersaglio diventa più preciso quando Trump afferma: il mese scorso “ho firmato un ordine esecutivo per fornire addestramento a una forza di reazione rapida che possa contribuire a sedare i disordini civili. Sarà una cosa importante per le persone presenti in questa sala, perché il nemico viene dall’interno e dobbiamo gestirlo prima che sfugga al controllo“. Ecco: i “disordini civili”, cioè le lotte, i movimenti di lotta. Affronteremo le situazioni di queste città “una per una”, “e questo sarà un aspetto fondamentale per alcune delle persone presenti in questa sala”. Dopotutto, “anche questa è una guerra. È una guerra all’interno“.
Il dispiegamento della Guardia nazionale e dei marines a Los Angeles. L’occupazione di Washington da parte di agenti federali pesantemente armati e truppe della Guardia Nazionale provenienti da una mezza dozzina di stati controllati dai Repubblicani. Il nuovo impiego di forze federali a Portland, in Oregon. Le promesse di trattamento analogo a Memphis, Chicago, San Francisco e New York – quali che siano le decisioni contrarie dei giudici e le norme costituzionali che lo potrebbero impedire. “Ho detto a Pete [Hegseth, il capo del Dipartimento della guerra] che dovremmo usare alcune di queste città come campi di addestramento per i nostri militari: Guardia Nazionale, militari”. Di quale “addestramento” si tratti, è chiaro: lo schiacciamento delle proteste di massa e delle forme di resistenza alle politiche della sua amministrazione (ce ne sono state molte finora, anche se non oceaniche). E una nuova importante giornata di lotta si annuncia per il 18 ottobre all’insegna dello slogan “No Kings”.
La guerra agli immigrati “clandestini”, cioè privi di permesso di soggiorno a causa della normativa che gli rende difficile l’accesso ad esso, è stata soltanto il primo atto di questa guerra interna non alle minoranze – come sostengono tanti miopi critici della sinistra democratica – ma alla maggioranza della popolazione statunitense, fatta di operai/e, proletarie/e, salariati/e di tanti colori e nazionalità. Non a caso l’adunata di Quantico è stata fatta alla vigilia del government shutdown – la chiusura temporanea delle attività governative che si verifica quando il Congresso non approva il bilancio. Trump ne sta approfittando per licenziare, secondo il piano apprestato da Musk, centinaia di migliaia di pubblici dipendenti nei settori dell’istruzione, sanità e servizi sociali gettando così altra benzina sul fuoco della protesta sociale che si fa sentire quotidianamente in piccoli, ma diffusi, episodi di resistenza alle brutali azioni delle pattuglie anti-immigrati. Guerra interna agli immigrati (al ritmo di 3.000 fermi e sequestri al giorno), ai “disordini civili”, ai movimenti di lotta, ma anche ai singoli oppositori, perfino blandi oppositori, la cui “resistenza” istituzionale può innescarne di assai più pericolose.
La “tavola rotonda” contro il movimento “Antifa”

Un altro fondamentale tassello per la definizione del nemico interno è stato indicato nella singolare “tavola rotonda” organizzata pochi giorni fa (8 ottobre) alla Casa Bianca per illustrare chi sono gli “Antifa” e perché vanno distrutti sul modello Gaza. Si tratta, notoriamente, di un movimento non troppo organizzato, ma Trump e i suoi l’hanno inquadrato come organizzazione terroristica da stroncare con ogni mezzo. Questo versante più apertamente politico della guerra interna è stato aperto dalla campagna scatenata contro gli attivisti per la Palestina, la loro espulsione o sospensione dalle università, il taglio dei fondi agli Atenei che non si allineano all’indirizzo rigidamente filo-sionista dell’amministrazione Trump. Ora il bersaglio si allarga di molto, all’intera opposizione politica, anche quella decisamente moderata e quasi del tutto silente, come i DSA di Sanders e Ocasio Cortes.
In questa adunata di propagandisti del maccartismo, diversi dei quali dalle chiare simpatie nazi-fasciste, l’anti-fascismo, e perfino la semplice opposizione alle misure contro gli immigrati, sono stati tacciati di “terrorismo” in modo da poter giustificare il ricorso a mezzi eccezionali per stroncarne l’attività (3).
Trump ha dichiarato trionfante: “ci siamo sbarazzati della libertà di parola“, e ha liquidato le pacifiche proteste di piazza degli scorsi mesi come il risultato di un piano ordito da una non meglio specificata “rete terroristica di sinistra”, non si capisce bene se identificata o meno con Antifa, di sicuro da stroncare. E con il parallelo avviso ai complici o difensori di questa presunta rete: “state in campana, perché altrimenti tocca a voi”, non vi salverete da arresti e destituzioni – che Trump ha già cominciato a chiedere per sindaci, governatori, magistrati, etc. che vorrebbero frenare questa politica.
Noem, la Segretaria alla sicurezza interna incaricata di perseguitare gli immigrati, ha descritto la “rete antifa” come qualcosa di “sofisticato quanto l’ISIS o Hezbollah”, mentre la Procuratrice Generale (ministro della giustizia) Pam Bondi ha assicurato: li “smantelleremo mattone dopo mattone”, “distruggeremo l’intera organizzazione da cima a fondo” in quanto “organizzazione terroristica straniera“. Il nemico interno come agente del nemico esterno – a pagamento s’intende. Questa lurida masnada di servi del capitale non sa concepire attività che non sia prezzolata, il solo loro ideale essendo accumulare denari e difendere con ogni forma di violenza e di frode chi ne ha accumulati di più. Se i nemici esterni, nel caso osassero sfidare il dominio amerikano, sarebbero “schiacciati dalla violenza, dalla precisione e ferocia del Dipartimento di Guerra” – parola di Hegseth -, cosa devono aspettarsi i nemici interni?
Fermiamoci qui – nella prossima puntata ragioneremo sulle cause e le conseguenze di queste politiche che designano, nel declino storico della superpotenza statunitense, il cammino ad una nuova guerra civile.
(continua)
(3) https://thehill.com/video-clips/5545538-watch-live-trump-white-house-roundtable-antifa
da: https://pungolorosso.com/2025/10/11/la-feroce-guerra-di-trumpco-al-nemico-interno-1/
Scopri di più da Brescia Anticapitalista
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.