Ieri sera, al salone Buozzi della Camera del Lavoro di Brescia, c’è stata un’assemblea (una settantina i presenti) sulla questione palestinese organizzata da Rifondazione Comunista. Ospite d’onore il compagno Ofer Cassif, deputato di Hadash sospeso dalla Knesset per aver condannato il genocidio in atto a Gaza, militante del Partito Comunista Israeliano. L’intervento di Ofer è stato sicuramente il clou della serata, perché non si è limitato a parlare dei massacri e della barbarie del governo Netanyahu (come accade quasi sempre negli ultimi due anni nelle manifestazioni e discussioni sulla situazione in Palestina) ma ha affrontato (anche se a mio modesto parere in modo non esaustivo, visti i tempi relativamente ristretti) alcuni nodi politici essenziali. Intendiamoci, non sottovaluto la necessità del lavoro di denuncia della barbarie sionista ovunque si possa (vista la potenza dell’apparato di propaganda filo-sionista), ma sinceramente, a quasi due anni dall’inizio di questa nuova fase della “pulizia etnica”, trovo poco produttivo il semplice reiterare l’elenco dei misfatti, soprattutto se il pubblico, come spesso accade, è costituito dalle decine o, più raramente, dalle centinaia di appartenenti all’area della sinistra, già abbondantemente informata e convinta della necessità di porre fine al genocidio. Ofer ha, per fortuna, fornito informazioni sull’Altra Israele, quella, ancor minoritaria ma in crescita, che si oppone non solo all’attuale barbarie, ma all’intero progetto sionista, e quella, ormai piuttosto consistente (Ofer ha parlato di un terzo della popolazione) che, pur non avendo rotto col sionismo, è indignata con Netanyahu e in generale con la destra sionista per il livello di ottusa barbarie raggiunto. Questi elementi di crisi e di vera e propria rottura del “blocco sionista” (unica, flebile speranza, secondo me, di poter fermare la macchina da guerra israeliana, vista l’impotenza – e a volte la complicità più o meno soggettiva – delle direzioni palestinesi) sono stati esposti dal comunista ebreo Cassif con chiarezza, fornendo molti elementi di riflessione sia a chi, come me, ha sempre pensato che lo scontro di classe in Palestina non potesse essere annullato nella dicotomia “ebrei-arabi”, sia per chi (ahimé la maggioranza della stessa “compagneria”) appiattiva la complessità della vicenda nello schema “popolo oppresso – popolo oppressore”). Al di là degli elementi di divergenza (Ofer, pur sostenendo la necessità della battaglia globale contro il sionismo come ideologia razzista e suprematista, ritiene che, tatticamente, sia necessario appoggiare il progetto dei “due popoli, due stati”) è stata una boccata, politicamente parlando, d’aria pura in quasi due anni di mobilitazioni contro il genocidio. Purtroppo in sala mancavano inspiegabilmente molti dei protagonisti di queste mobilitazioni. Forse, per alcuni, è più rassicurante ascoltare il racconto dei vari aspetti del genocidio che riflettere politicamente sulle prospettive di uscirne senza facili miti destinati a crollare miseramente di fronte alla dura realtà?
Flavio Guidi
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