di Mario Gangarossa
L’aspirazione del popolo palestinese ad avere una propria nazione nasce all’interno di un contesto storico ben preciso.
La stagione del panarabismo, dell’Egitto di Nasser e del partito Baʿth in Siria e Iraq.
La stagione delle borghesie arabe “non allineate” e antagoniste alle potenze imperialiste dominanti, e delle direzioni politiche che avevano guidato il processo di decolonizzazione nella regione.
Il nazionalismo panarabo è l’idea che tutti i popoli arabi — legati da lingua, cultura, storia e identità comuni — debbano unirsi in una sola nazione araba.
È quindi un nazionalismo sovranazionale, simile al panslavismo o al pangermanesimo in Europa.
Il nazionalismo palestinese nasce e si sviluppa in questo contesto, influenzato dal nasserismo, dalla costituzione della Lega Araba, dall’esperimento della Repubblica Araba Unita che vide Egitto e Siria provare a costituire uno Stato federato.
Il punto più alto dello scontro fu la nazionalizzazione del Canale di Suez e il successivo intervento franco-inglese che decretò la fine delle due nazioni come potenze colonialiste.
I colori della bandiera palestinese fanno riferimento a quella visione del mondo e a quel preciso periodo storico, sono i colori che il panarabismo riprese dalla insurrezione araba anti ottomana del 1916.
Sono i colori che rappresentano le quattro dinastie storiche arabe a cui la nazione emergente faceva riferimento ideale.
Li ritroviamo nella bandiera della Giordania, della Siria, dell’Iraq, dello Yemen, del Sudan, dell’Egitto, della Libia.
La sconfitta nella guerra arabo-israeliana del 1967 fu un colpo mortale al panarabismo, mise in crisi la leadership di Nasser e la fiducia in un fronte unito.
Fu la sconfitta storica della “terza via” che aveva trovato una sponda nelle pulsioni terzomondiste alimentate da una Cina che già aveva spaccato il “campo socialista” e bollato per “social imperialisti” gli inquilini del Cremlino.
Fu la fine della Palestina araba, “laica e socialista”.
Il ruolo progressista e antimperialista della borghesie arabe finisce lì.
Dagli anni ’70 in poi, emergono identità nazionali separate e soprattutto cresce l’islamismo politico, che si contrappone al panarabismo laico e alle deboli organizzazioni di ispirazione marxista
Reazione “fascista” che riporta indietro l’orologio della storia e cancella l’identità e la stessa lotta fra le classi, facendo ripiombare i popoli al livello di coscienza dei briganti vandeani.
Le classi dirigenti delle nazioni arabe ormai decolonizzate e “sovrane” trovano più conveniente per la loro sopravvivenza scendere a patti coi vincitori della concorrenza internazionale, si cercano un protettore e entrano nel mercato e nelle relazioni politiche e militari che quel protettorato impone.
Le lotte per l’indipendenza nazionale contro il colonialismo e l’imperialismo, di per se, sono lotte dentro il sistema di relazioni generate dal mercato, dall’economia del capitale.
Lotte intestine alla classe borghese dominante.
Avrebbero avuto una valenza eversiva dello “stato di cose esistente” solo in presenza di un organizzato e forte proletariato internazionale, capace di diventare un punto di riferimento e di dirigere il processo di liberazione di quei popoli.
Nate sotto la spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre iniziarono a boccheggiare quando quella rivoluzione fu sconfitta. Sopravvissero a se stesse fin quando esisteva una parvenza sia pure solo formale di “campo socialista”.
Quelle lotte, e le borghesie e i gruppi che le dirigevano, erano un sottoprodotto della rivoluzione sociale del proletariato.
La borghesia dei “popoli oppressi” nasce come classe rivoluzionaria, unifica nella lotta contro lo straniero oppressore l’intero popolo, si erge a difensore degli interessi dell’intera compagine nazionale, ma una volta raggiunti i suoi obiettivi, si trasforma in classe reazionaria, impegnata nella strenua difesa dei propri interessi e dei propri privilegi.
In assenza di una presenza autonoma dei proletari impegnati sul terreno della lotta di classe e orientata a trasformare “da subito” la lotta nazionale in lotta per il socialismo, la lotta anticoloniale e antimperialista si ridusse ben presto a un cambio di padrone.
Alla sostituzione della dominazione straniera con la dominazione indigena.
Cambiarono le forme dell’oppressione di classe ma la sostanza di quella oppressione rimase identica al passato.
In un mondo ormai spartito e in balia del mercato non esiste nessuna autonomia per nessuna nazione.
L’intreccio di rapporti economici politici e militari è tale che o stai da una parte o dall’altra.
E tutte due le parti rispondono alla stessa leggi e alle stesse logiche.
Sono fazioni di un sistema mondiale di sfruttamento del lavoro umano, concorrenti per accaparrarsi la loro fetta di profitti.
L’unico modo che il popolo palestinese ha per costituirsi in nazione è trovare, fra gli imperialismi dominanti, un protettore.
Uno Stato abbastanza importante da scommettere sulla sua esistenza e garantirgli la sopravvivenza.
La Palestina libera dagli israeliani può esistere solo se occupata dagli altri.
Un bantustan, come altre volte ho scritto.
Un bantustan che servirà a equilibrare i rapporti di forza nella regione e fare da contraltare agli “eccessi” di Israele.
Uno Stato palestinese sarebbe oggi uno Stato reazionario come tutti gli altri Stati esistenti al mondo.
E nel quadro di quella complessa situazione non potrebbe che essere quello che è effettivamente, in nuce, già oggi.
Il gendarme e il normalizzatore di un conflitto da cui la borghesia palestinese ne è uscita sconfitta.
Che lo si riconosca formalmente dipende dalla capacità che ha di vendersi al migliore offerente, approfittando dei litigi e della concorrenza fra le nazioni “che contano”.
Una strada molto stretta e scivolosa, ma la borghesia è abituata a “cambiare cavallo” a gettare nel fango le bandiere nazionali che essa stessa ha cucito, quando si accorge che non servono più.
La cosa più autolesionista che i proletari palestinesi potrebbero fare è andarsele a raccattare quelle bandiere e agitarle come se fossero le loro.
E continuare a morire per gli interessi di chi li dirige.
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Bastano solo le prime tre righe di questo testo a rivelare l’ignoranza storica stellare dell’autore.
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