Pubblichiamo l’editoriale dell’ultimo numero di Controvento, la rivista dei compagni dell’omonima associazione marxista rivoluzionaria.


La storia accelera: mentre cresce l’onda nera della reazione e nascono maree blu europeiste, dobbiamo ritessere il filo rosso dell’identità e della coscienza di classe.
ll tempo della vita non è mai uniforme. Ci sono occasioni in cui sembra congelarsi e ogni cambiamento fatica ad aprirsi la strada, come se l’aria stessa diventasse solida e trattenesse ogni movimento. Ci sono occasioni in cui invece accelera improvvisamente e tutto sembra ribaltarsi, in una successione di eventi sino ad allora impensabili che porta a smarrire persino l’orientamento. Così è nella vita individuale, così è anche nella vita collettiva, nelle dinamiche sociali e nel succedersi degli avvenimenti storici.
Questi anni hanno un tempo accelerato, segnati dal succedersi veloce di passaggi epocali. La Grande Crisi del 2006/09 ha spezzato gli stabili disequilibri della lunga onda precedente, consolidati dal crollo della Unione Sovietica e dall’accelerata espansione capitalista cinese. La tendenza depressiva dominante (la difficoltà a riprodurre un’accumulazione espansiva dei capitali, per la sovrapproduzione e la caduta
del saggio di profitto) era allora stata contrastata dall’industrializzazione dei paesi in via di sviluppo e dall’integrazione dei mercati (Washington consensus), dallo sviluppo di debito e finanziarizzazione, da una rinnovata pressione sul lavoro (contenimento del salario diretto con le politiche dei redditi, de-strutturazione di quello indiretto con i tre pilastri pensionistici, erosione di quello sociale con tagli, aziendalizzazione e privatizzazioni del welfare). La gestione capitalistica della Grande Crisi ha radicalizzato queste controtendenze, affidando allo Stato un ruolo nella loro organizzazione: le Banche centrali hanno inondato il mondo di liquidità e rilanciato il debito globale (oggi ad oltre 320 trilioni di dollari, il triplo del PIL mondiale, oltre il 50% in più rispetto al 2010); l’integrazione mondiale ha assunto sempre più la curva-tura della tessitura di aree commerciali contrapposte (dalla Trans-Pacific Partnership sugli USA alla Regional Comprehensive Economic Partnership sulla Cina), mentre sul lavoro si è concentrata un’ulteriore offensiva a partire dalle politiche pubbliche (1).
La Grande Crisi ha comunque corroso il consenso delle classi dirigenti, mettendo in discussione la loro egemonia in moltissime formazioni sociali, nelle metropoli imperialiste, nei paesi intermedi e nelle perife-rie del mondo. Le grandi correnti europee popolar-conservatrici e social-progressiste si sono dovute evol-vere o riplasmare (2). Più in generale, sistemi politici e regimi che sembravano immutabili sono stati stravolti, si sono trasformati o sono stati resi più fragili e instabili. Nel decennio successivo alla crisi, infatti, si sono innescati nel mondo movimenti di massa, spesso con venature antisistematiche ma programmi
indefiniti, che hanno conquistato un’ampia partecipazione, una composizione interclassista e una certa fluidità (3). Nel quadro di una crescente disorganizzazione del lavoro, la scomposizione sociale si è intrecciata con gli sbandamenti successivi al crollo dell’URSS e allo sviluppo liberale della socialdemo-crazia: con il passaggio del secolo e la Grande Crisi, cioè, si sono esaurite le due storiche egemonie del movimento operaio del Novecento (4). Le scompagina te sinistre esistenti e le nuove soggettività non hanno comunque saputo cogliere l’occasione della crisi delle classi dirigenti e dei nuovi movimenti di massa: è mancata una prospettiva politica indipendente o, arrivati al potere, hanno espresso prospettive confuse, alleanze improponibili e una sostanziale subordinazione a strategie riformiste (5). Intorno alle classi intermedie, ai ceti minacciati dall’instabilità e dall’incertezza, è cresciuta invece un’alternativa re-azionaria, autocratica o fondamentalista, sospinta dalla strisciante competizione e dal ritorno a pulsioni nazionaliste (6). Questa destra, anche quando di governo, non è comunque riuscita a ribaltare la gestione
liberale della crisi, ma ne è stata comunque alimentata, a partire dalla lievitazione di revanscismi xenofobi e maschilisti (la promessa della riconquista di una gerarchia sociale di generi, nazionalità o religioni, in
grado di offrire appartenenze solide nelle temperie).
La pandemia ha sospeso il mondo per un paio di anni, confondendo per un breve periodo tendenze e controtendenze. Il successivo rimbalzo e le sue strozzature, a partire da quelle inflazionistiche, hanno riattivato le dinamiche di fondo della stagione di crisi. In questo quadro, si è inserito un nuovo fattore di accelerazione, che ha di fatto segnato uno spartiacque: l’invasione russa dell’Ucraina. La contesa tecno-logica tra USA e Cina (il tentativo di contenimento di Huawei e di isolamento generale sui microprocessori), la disastrosa fuga da Kabul nell’agosto 2021 (la definitiva sconfitta USA nelle guerre mediorientali, con l’affermazione dell’influenza iraniana in Iraq e la vittoria talebana in Afghanistan) e l’evidente disorientamento europeo (l’incapacità di coordinare politiche e istituzioni) hanno spinto la Russia a giocare la carta militare. Da allora, tutto corre. Il ritorno della possibilità di una guerra globale ha calamitato le dinamiche militari, economiche e sociali a livello mondiale,fungendo da orizzonte degli eventi (7). In pochi mesi abbiamo non solo visto rinascere una guerra di movimento e di trincea tra eser- citi regolari (dotati però di armi moderne, a partire dai droni guidati da IA), ma abbiamo visto la divisione del continente euroasiatico (l’esplosione di Nordstream), l’entrata nella NATO di paesi storicamente neutralisti, il fallimento delle sanzioni per il disallineamento di larga parte degli alleati NATO (dall’India al Sudamerica), un nuovo protagonismo cinese (mediatore tra Iran e Arabia Saudita), l’espulsione dei francesi dal Sahel, la ripresa inosservata delle guerre in Africa (Sudan e Congo, con milioni di sfollati e decine se non centinaia di migliaia di vittime), l’attacco palestinese del 7 ottobre, la barbarie di Gaza, l’invasione israeliana del Libano e l’azzeramento della direzione militare di Hezbollah, lo scambio diretto di colpi con l’Iran, l’affermarsi di ipotesi strategiche di pulizia etnica.
La nuova ascesa di Trump ha accelerato ulteriormente gli eventi. La sua vittoria si basa su una maggio- ranza popolare, che non a caso si estende al congresso, in una stagione di crescente partecipazione po-
litica (8). Si innesta inoltre su una stagione di imperialismo di attrito e segna lo sviluppo di un’onda nera internazionale, in qualche modo più radicale di quindici anni fa (9). Il diffuso clima nazionalista e di guerra spinge infatti non solo a evocare un cambio nella gestione capitalistica della crisi, ma anche a tentare di sospingerlo con politiche protezioniste e una sorta di neo-keynesismo militare, in sintonia con la neces- sità di attrezzare economie e società ai nuovi tempi dello scontro mondiale. Il grande capitale, bancario e industriale, è sempre ancorato alle strategie di accumulazione della stagione precedente e quindi fatica ad accogliere e sostenere nuovi assetti. L’acutizzarsi della competizione sul piano commerciale e indu- striale, però, accompagna queste tendenze e la presidenza Trump agisce per sospingerle. L’atteggiamento rodomontesco di Donald Trump e del suo nuovo compagno Elon Musk, entrambi eccessivi (10), tende a portare i loro discorsi sulla soglia del surreale, in qualche modo rendendoli bizzarri e irreali. Però come declama Mussolini nell’interpretazione della serie tv M, “Per cambiare la storia ci vuole sfrontatezza, violare ciò che è considerato inviolabile. Bisogna superare il confine che mai nessuno ha osato superare. E allora ci sarà chi griderà, chi strillerà che è inaudito. E lo potremmo discutere. Certo, discuteremo. Ma l’inviolabile è stato violato. Il confine è stato superato. E un confine superato non è più un confine”. Questo surrealismo di governo non è allora solo recita, è proprio il tentativo di abbattere limiti e imporre un nuovo paesaggio politico. In primo luogo, negli stessi USA, dai tempi e modi del licenziamento dei dipendenti federali alla deportazione dei migranti: serve ad imporre ad un Partito Democratico tramortito, ma soprattutto ad una società scompaginata, un nuovo autoritarismo americano. In secondo, ma non
secondario luogo, in politica estera. Prima ancora che nelle forzature su Zelensky e la tregua in Ucraina, con i dazi verso i paesi NAFTA (Messico e Canada), le ipotesi di annessione del Canada e invasione della
Groenlandia (territorio della Danimarca e quindi dell’Unione Europea), il sostegno alla pulizia etnica di Gaza. Questo surrealismo, ai limiti del ridicolo, sostiene in realtà scelte precise: una politica protezionista aggressiva, che punta a scompaginare le filiere produttive transnazionali, a partire dalla propria area commerciale e da quella europea; la rottura dell’asse atlantico, con il tentativo economico e politico
di disarticolare l’Unione Europea (persino minacciandone i territori confinanti); un cambio di assetto geopolitico verso la Russia, che si vorrebbe oggi provare a sottrarre dall’abbraccio cinese avviato nel 2014
(Euromaidan e accordo sui gasdotti) e stretto negli ultimi tre anni; il sostegno all’espansionismo israeliano, a partire dalla ripresa della guerra (come abbiamo visto in queste ore).
L’azione di Trump ha quindi accelera to gli eventi e precipitato dinamiche politiche a largo raggio. In questi mesi abbiamo visto sgretolarsi in pochi giorni il regime siriano di Assad, sopravvissuto ad
una devastante guerra civile e che proprio per questo sembrava indistruttibile. Abbiamo visto Ocalan uscire dal silenzio del carcere di Imrali e appellarsi ad un disarmo unilaterale del PKK, avviando trattive
di integrazione del Rojava. Abbiamo visto il governo rosso, verde e giallo della Germania collassare sull’ipotesi di una politica di debito per avviare il riarmo e riavviare l’economia; quindi, delle elezioni vinte
dalla destra della CDU e dai reazionari di AFD (con l’eccezione Linke), per far approvare dallo stesso parlamento in scioglimento un’inedita riforma costituzionale, che permette di derogare sul riamo ma
anche di rilanciare rilevanti investimenti infrastrutturali (11). La nuova aggressività commerciale USA, combinata con il cambio di atteggiamento verso la Russia e la prospettiva di rapida pace imposta in
Ucraina, ha inoltre spiazzato l’Europa e soprattutto la destra reazionaria europea.
L’inasprirsi della competizione mondiale e il cambio di atteggiamento geopolitico USA arriva oggi a mettere in discussione la tenuta dell’Unione, trovando le istituzioni federali inadeguate e una struttura
del capitale frammentaria, nel quadro del multipolare imperialismo del continente.
La destra reazionaria è cresciuta in questi anni su identità nazionaliste e interessi dei ceti intermedi antifederalisti: qui vi è lo spazio per una sinistra federalista in grado di
gestire riarmo e stato sociale (alla tedesca, diciamo), sostenuto dal Piano Draghi, da Repubblica e Michele Serra (la marea azzurra del 15 marzo).
Le moltitudinarie sinistre sembrano allora sempre più spiazzate dagli eventi, contradditorie e divise. Anche quelle genericamente radicali, classiste e di movimento, anche quella comunista e rivoluzionaria. Pesa su di loro la disorganizzazione della classe lavoratrice e il ripiegamento del conflitto sociale, pesano le sconfitte sociali e politiche (anche dove si è riuscito ad esprimere lotte importanti come in Francia), pesa il disorientamento e la contrapposizione sul conflitto ucraino, il 7 ottobre, il ruolo dell’Unione Europea. I cambiamenti, però, anche quando si muovono veloci, non si muovono a caso: corrono su linee
di faglia, binari e tendenze che sono maturate nelle fasi precedenti. Le sinistre sono oggi spaesate, perché hanno perso l’abitudine a guardarsi intorno, analizzare la struttura sociale e identificare tendenze e contro tendenze all’opera. Nell’ansia di stare nella corrente e nel tentativo di raggruppare la moltitudine, si sono concentrate sulle mille identità, interessi, parzialità del presente. Sono miopi. Quando tutto si muove, faticano ad orientarsi. Così, oggi, sembra prevalere la geopolitica, il diritto alla resistenza dei popoli, il sostegno ai paesi antimperialisti e ai sud del mondo, le soggettività identitarie della propria condizio- ne immediata.
Come abbiamo segnalato nell’ultimo numero di ControVento, noi pensiamo necessario muoversi in direzione ostinata e contraria. Per noi, cioè, oggi è necessario partire dall’analisi della struttura capitalista, dalla sua dinamica ineguale e combinata, dai conflitti che si sviluppano all’interno dei suoi rapporti di produzione. Riorganizzare la classe lavoratrice, nel conflitto sociale, sindacale e politico, per l’unità delle lotte, per l’indipendenza della classe lavoratrice, contro le attuali tendenze alle autocentrature e ai movimenti interclassisti. Questo oggi vuol dire anche, e forse soprattutto, contrastare l’inquadramento
in logiche nazionaliste: sviluppare quindi un movimento di massa contro la guerra, la militarizzazione sociale, la competizione che sia compiutamente disfattista. Per questo oggi è un tempo di resistenza, contro riarmo e nazionalismi di massa.

1) In Europa attraverso il pareggio di bilancio, l’ulteriore precarizzazione e lo smantellamento dei servizi universali; in Asia attraverso politiche autoritarie volte a contenere lotte sociali e crescita dei salari. A livello globale, abbiamo quindi visto un’accentuazione della disarticolazione di condizioni, coscienze e identità della classe tra territori, categorie e settori.
2) Questo non è avvenuto solo in Italia con la formazione del PD e le trasformazioni del centrodestra (la crisi del berlusconismo), ma anche in Francia con il crollo del
neo-gollismo, Macron, l’evaporazione del PS; in Grecia con lo sviluppo di Syriza, la caduta e la rinascita del Pasok, la riconfigurazione nazionalista della Nea Dimokratia
di Mitzkotakis; in Germania con il cristianesimo sociale della Merkel; in Gran Bretagna con il Labour di Corbyn e i Tor y di May, Johnson e Truss; in Spagna con il PSOE
di Sanchez e il PP di Rajoy; in USA con la sorta di nuova Rainbow Coalition di Obama e la ridefinizione del campo repubblicano prima con il Teaparty e poi con Trump.
3) Occupy Wall Street o Black Lives Matter in USA; gli Indignados in Spagna; i Gilet Jaunes e Noit Debout in Francia, le primavere arabe (Tunisia, Siria, Egitto e Libia), il movimento
verde ed ai successivi movimenti sociali in Iran, Gezi park in Turchia, il movimento Tishreen (ottobre) in Iraq, l’Hirak algerino, il movimento 17 ottobre in Libano; gli studenti nel 2011 e poi l’Estallido social in Cile, ecc. Pensiamo anche a Fridayforfuture e Nonunadimeno.

4) Si sono sostanzialmente dissolti, in un rapido passaggio storico, sia il movimento comunista di matrice stalinista sia il socialismo riformista innervato dai grandi sindacati burocratici. La crisi storica della dire- zione del proletariato (come sottolineata nel Programma di transizione del 1938) ha quindi cambiato forma, nel quadro di una crisi storica dell’organizzazione del proletariato. Il campo sociale del movimento operaio si è sovrapposto a movimenti multitudinari e pluri-identitari, con lo sviluppo di componenti democratico-radicali (biopolitica), comunitariste (zapatismo ed indigenismo), nazionaliste (chavismo), anarco-antagoniste (Temporary Autonomous Zone), soggettiviste (subaltern culture più o meno inter sezionali) ed ecologiste (radicali e riformiste). I partiti ampi della sinistra (Rifondazione, Die Linke, PT e in qualche modo PSOL, per molti versi SYRIZA, ecc) hanno provato a cogliere questa tendenza, ibridando radicalismo conflittuale e pratiche miglioriste, incagliandosi spesso nelle esperienze di governo.
Altre formazioni sono rimaste simbolicamente ancorate al campo stalinista (il KKE in Grecia, il PCP portoghese, il CPI e il CPI(M) in India, il PCC cileno), o a quello socialista (il Labour, la SPD, il PSOE), ma hanno provato ad interpretare queste nuove anime (spesso fallendo) o hanno riconfigurato la propria strategia. Le forze comuniste rivoluzionarie hanno quindi mancato un’occasione storica: divise e ancorate a codismi e settarismi sviluppati nei decenni precedenti, sono rimaste marginali, con un paio di isolate eccezioni (lo sviluppo del PO, del PST e del FIT in Argentina; le alleanze LO-LCR in Francia nei primi anni del duemila).
5) Pensiamo a SYRIZA in Grecia, Podemos in Spagna, Convergencia social in Cile, per certi versi La France Insoumise in Francia e i 5 Stelle in Italia (con tratti progressisti su una matrice reazionaria); pensiamo all’assenza di una soggettività politica indipendente dai nazionalismi e dai fondamentalismi religiosi nelle rivolte giovanili del mondo arabo e mediorientale degli ultimi quindici anni (primavere arabe, Iran, Iraq, Libano, ecc).
6) Pensiamo all’affermazione di Erdogan e Modi, Netanyahu e Hamas, Shinzo Abe in Giappone e i fratelli Kaczynski in Polonia, Orban e Bolsonaro, Pinera e la prima presidenza Trump, come il governo gialloverde di Salvini e Conte.
7) In fisica, è quella linea dello spazio-tempo che circonda un buco nero, segnando il limite oltre il quale nessun evento può influenzare un osservatore esterno. In pratica, il buco nero funge da centro di gravità talmente forte che tutti gli eventi in un certo campo tendono ad esser ricondotti a lui, compresa la luce. Così, la possibilità concreta di un conflitto globale, anche a livello nucleare, è diventato un attrattore in grado di innescare ampi processi di preparazione militare, politica e sociale che a sua volta sospingono verso quell’esito.
8) Dal 2000, gli elettori USA sono aumentati di 50 milioni (il 50%), oltre 20 milioni dal 2016.
9) La parabola sempre più nazionalista e autoritaria di Erdogan in Turchia, Modi in India e Netanyahu in Israele, l’elezione di Milei in Argentina, Bukele in Salvador, Meloni in Italia, ma più in generale lo sviluppo di partiti reazionari in Gran Bretagna (Reform Uk, 14,3% nel 2024, 4 milioni di voti e Farage ai Comuni), Francia (il superamento del 30% per il Rassemblement National, la sua entrata nella maggioranza parla- mentare), Germania (AFD al 20%, con la destra CDU di Merz come cancelliere), lo sviluppo dell’estrema destra nei paesi iberici e scandinavi, ecc.
10) Pensiamo al dialogo davanti alle telecamere con Zelensky e alla sua cacciata dalla Casa Bianca del primo, ma anche al braccio teso alla cerimonia di inaugurazione della Presidenza, alla t-shirt esibita nello studio ovale, all’arringa sul licenziamento dei dipendenti pubblici alla prima riunione di governo del secondo.
11) Nel nuovo parlamento uscito dalle elezioni, l’opposizione di Die Linke e AFD avrebbe reso impossibile questa deroga costituzionale. Così, l’impensabile politica a debito è stata approvata sul filo (e oltre) della correttezza istituzionale e sarà gestita da un governo CDU-SPD, con un Piano Merz che prevede l’esenzione del freno del debito per le spese in difesa superiori all’1% (si prevede circa 500 miliardi di euro) e altri 500 miliardi di euro in 12 anni per strade, ponti, ferrovie, scuole e ospedali (40 miliardi all’anno per ognuna dei due interventi: una dimensione non lontana dal PNRR italiano, ma prolungata per il doppio del tempo).


Scopri di più da Brescia Anticapitalista

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.