Confesso che scrivo queste quattro righe senza né entusiasmo, né illusioni. Controvoglia è la definizione esatta. Stanchezza e noia, nel vedere come si ripetano continuamente gli stessi stereotipi, gli stessi riflessi quasi pavolviani. E nel recinto sempre più piccolo e ininfluente di ciò che resta della cosiddetta “sinistra radicale” (qualcuno la definisce ormai come “compagneria”), dove in alcune decine, al massimo centinaia, di persone, ce la suoniamo e ce la cantiamo nell’indifferenza generale. Ma tant’è, questa è la penosa situazione in cui siamo ridotti.

Mi riferisco alle mini-polemiche suscitate dall’articolo di Mario Gangarossa, pubblicato ieri sul blog. Riassumendo per chi non l’ha letto e non ha voglia di leggerselo: Mario sostiene che l’unico modo di fermare il genocidio a Gaza (e in prospettiva in Cisgiordania) è la creazione di un fronte comune tra i proletari palestinesi e i proletari israeliani, senza nessuna fiducia nelle direzioni politiche rispettive, entrambe reazionarie, antiproletarie, ecc. E senza nessuna fiducia nei presunti “governi amici”, (a partire da quello degli ayatollah), governi al servizio delle rispettive borghesie e dei vari imperialismi. Per cui saluta favorevolmente lo sciopero generale di lunedì 2 settembre contro il governo Netanyahu, pur avendo chiari i limiti, pesantissimi, di quella mobilitazione. Insomma, il classico invito a risalire faticosamente la china dal disastro palestinese, ritrovando la bussola della lotta di classe, che è per definizione internazionalista. Inoltre sottolinea la differenza tra un’azione, anche violenta, di tipo rivoluzionario o comunque legata a una mobilitazione di massa, e un’azione isolata, di pseudo-avanguardia, caratterizzata da moltissimi aspetti negativi, a partire dagli stessi obiettivi immediati.

Quando ho postato questo articolo nelle varie chat locali (ed in una “nazionale”, chiamata “Discutere a sinistra”) mi aspettavo, da parte di molti, la solita manfrina degli sventolatori di bandiere (nazionali) che, a prescindere da ogni considerazione razionale, scelgono sempre un “campo” in modo totalmente acritico, e vedono come un cedimento al nemico ogni riflessione che non si limiti a denunciare quanto è cattivo il “campo” avverso. Succede da sempre, si sa. E ancor più dopo il febbraio 2022, con la guerra russo-ucraina. E ovviamente (anche se con qualche giustificazione in più da parte mia, visto che il genocidio in corso è sostanzialmente unidirezionale) questo avviene per il massacro in Palestina. Ma non mi aspettavo che qualcuno arrivasse addirittura a “giustificare” l’esecuzione degli ostaggi innocenti o a negare il fatto che gli assassini di Vittorio Arrigoni fossero dei jihadisti (che io preferisco chiamare islamo-fascisti). Tanto più che non stiamo parlando, in quest’ultimo caso, dei pogrom degli inizi del ‘900 o del massacro di Deir Yassin del 1948, ma di un fatto molto recente e ben conosciuto da chiunque si occupi della questione palestinese. Scrivere che “ad uccidere Vic sono stati i sionisti, non gli islamisti” ha lo stesso “spessore” culturale e informativo, come ha sostenuto un compagno, di sostenere che la Terra è piatta, tanto è sotto gli occhi di tutti la documentazione del processo fatto ai suoi assassini salafiti dalle stesse autorità di Gaza (cioè Hamas). Stendiamo poi un velo pietoso sui successivi sviluppi giudiziari, ma la sentenza è ben chiara. Meno assurdo, ma comunque grave, è il commento di un autorevole esponente nazionale di Potere al Popolo (che peraltro è pure un amico personale a cui mi legano battaglie comuni su scala locale e nazionale), che paragona (anche se lui preferisce parlare di una “constatazione di fatto”) le fucilazioni degli ostaggi della Comune di Parigi del 1871 con quelle degli ostaggi catturati da Hamas. Come se dei ragazzi di un rave party, o dei membri dei kibbutz (di cui alcuni, tra l’altro, a quanto pare filo-palestinesi) avessero le stesse responsabilità, politiche e di classe, dell’arcivescovo di Parigi, delle spie di Versailles o dei banchieri parigini! E come se i comunardi, proletari il cui anelito era la costruzione di un mondo nuovo di liberi ed eguali, avessero qualcosa in comune con degli oscurantisti religiosi che sembrano riemersi dal profondo Medioevo!

Certo, il vergognoso genocidio a cui assistiamo da 11 mesi, le orribili immagini che quotidianamente vediamo in TV o nei social possono portare all’esasperazione, ad una rabbia che fa dimenticare la razionalità, alla scelta troppo generosa di “perdonare tutto” a chi sembra avere la direzione politica dei massacrati pur di far pagare ai massacratori (e magari ai loro parenti ed amici, o peggio ancora a quelli che hanno in comune coi massacratori solo la nazionalità legata ad un passaporto) il fio per le loro malefatte. Comprensibile (anche se non giustificabile, a mio avviso) se parliamo delle migliaia di ragazzi poco politicizzati spinti a scendere in piazza, per la prima volta nella loro vita, dalla sacrosanta indignazione verso ciò a cui assistono. Molto meno comprensibile per chi, con una lunga esperienza politica (o sindacale) alle spalle, dovrebbe essere uso agli strumenti dell’analisi marxista, e non a quelli delle tifoserie da stadio.

Flavio Guidi


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