Chi critica e combatte l’islamismo “fa il gioco del sionismo e dell’imperialismo”.

Guardare alla storia come storia di lotta fra le classi, parlare di proletari e borghesi, di capitale è lavoro, di lotta per il socialismo, è essere “infantili e estremisti”.

Utili idioti che prestano il fianco alla propaganda del “nemico”.

La classe operaia del resto è morta, la sua morte è stata certificata e quel lutto è stato elaborato, i suoi “maestri” riposano in pace e le loro idee non hanno più gambe su cui camminare.

Ben altre sono le questioni oggi poste sul tappeto.

La storia è ritornata ad essere, come ai tempi in cui la borghesia muoveva i suoi primi passi e conquistava i suoi primi caposaldi, storia di popoli e di nazioni in guerra.

Oggi che la borghesia ha vinto ovunque e dovunque, non avendo più nessuna “nuova frontiera” da indicare ai suoi “pionieri”, non trova di meglio che ritornare ai suoi albori ripercorrendo le epopee del passato.

Rimette in discussione l’ordine che essa stessa si è data auto-cannibalizzandosi nel tentativo disperato di ritrovare l’ardore giovanile perduto.

Il capitale ha vinto.

Il lavoro è mera merce, pure in abbondanza.

Merce da smaltire per non inceppare i meccanismi di funzionamento del mercato.

I proletari non sono più un soggetto politico attivo.

Per le loro avanguardie non sono più nemmeno una “potenzialità”.

Il “comunismo” del secondo millennio non li prevede.

Qualcuno che si ricorda che un tempo esistevano e che hanno pure “fatto la storia”, un po’ per buona creanza, un po’ per scaramanzia, li relega nelle soffitte di un futuro lontano, quando “matureranno”, loro e le “condizioni oggettive”, come le pere tardive in un settembre di là da venire.

Per gli altri esistono solo i popoli e le nazioni, le alleanze, le guerre attraverso le quali risolvono le loro contraddizioni.

Esistono i “diritti” dei popoli e delle nazioni.

Esiste la lotta “contro l’imperialismo”.

Per questi maturi teorici della “rivoluzione antimperialista” il nemico principale, anzi l’unico nemico di tutti i popoli di tutto il pianeta è l’imperialismo, o meglio l’imperialismo americano.

Il mondo occidentale è una intera colonia asservita a Washington.

Gli “altri” sono nazioni che combattono per non fare la stessa fine.

La guerra per sconfiggere gli amerikani è l’obiettivo di questa fase storica.

La guerra per la liberazione delle “colonie” dall’unico straniero oppressore, lo straniero per antonomasia, l’unica guerra “giusta”.

All’alleanza con chiunque lotta contro gli Usa, si sacrifica ogni cosa, interessi aspirazioni, la stessa propria vita.

Tutto il resto serve solo a distrarre i “popoli oppressi” dai loro “compiti storici”.

Ovviamente l’imperialismo di cui si parla non è nemmeno più una categoria economica, quella descritta da Lenin nel suo libro, ignoto ai più.

Di quel testo non si è letto nemmeno il titolo che da solo già spiega ciò che poi viene argomentato.

Che se lo si fosse letto, l’idea che si possa combattere una nazione in cui il capitalismo ha raggiunto la sua “fase suprema”, senza il proletariato “cosciente organizzato”, senza la rivoluzione socialista, apparirebbe per quello che è.

Supportare le nazioni che sono un passo indietro dalla nazione imperialista più potente nella loro lotta per “entrare a piatto”.

Diventare partigiani dei “concorrenti” all’attuale imperialismo dominante e della loro pretesa di rimescolare le carte e costruire un “nuovo ordine mondiale”, più consono alle loro esigenze di sviluppo (capitalistico).

Tutto d’altra parte si lega. Se esiste l’imperialismo esistono le colonie. Poco importa se le presunte colonie non rispondono a nessuno dei requisiti che fa di una nazione una colonia.

E se esistono le colonie esistono i popoli oppressi e le borghesie antimperialiste.

E i popoli oppressori.

Sia gli uni che gli altri godono di una comune particolarità.

Gli uni e gli altri sono un insieme granitico di individui al cui interno non esiste nessuna contraddizione, non esistono le classi, e le contraddizioni vengono superate dal superiore interesse nazionale.

Gli oppressi dall’interesse comune a liberarsi dall’oppressione.

Gli oppressori dall’interesse comune a mantenere il loro ruolo di oppressori.

I termini, le parole, le categorie, non hanno più un valore oggettivo.

Diventano etichette soggettive.

Etichette che tu dai ad arbitrio e che servono a giustificare le tue analisi e la tua prassi.

Siamo nel mondo delle idee, delle teorie, delle speculazioni.

La prassi che ne deriva è la traduzione in farsa delle tragedie che altri vivono nella realtà.

Una realtà che si ignora perché, guardandola in faccia, si dovrebbe accettare come conseguenza quella di rimettere in discussione l’intero castello di supposizioni su cui è costruita la vostra falsa coscienza.

E se c’è una cosa che è esiziale per la nomenclatura politica della piccola borghesia “rivoluzionaria”, l’unico soggetto politico rimasto in carica, è l’autocritica.

Nel mondo delle idee non ci stanno contraddizioni, o se ci stanno vengono risolte coi sofismi e le formule di rito. Con le scomuniche e gli insulti.

Con l’arroganza tipica dell’intellettuale che è sempre pronto a insegnare e mai a imparare.

Nel mondo delle idee ha poca importanza se quelle che definisci colonie sono a loro volta paesi imperialisti aggressivi e famelici.

Ha poca importanza che gli “altri”, i non imperialisti, sono economie che si comportano, nei loro rapporti interni ed esterni, alla stessa maniera del “grande satana”.

Piccoli satana che vogliono e debbono crescere.

Ha poca importanza che gli alleati in questa “guerra santa” sono degli impresentabili e odiosi reazionari.

Dei macellai di popoli al pari dei sionisti, qualsiasi cosa intendiate con questo termine.

Non ha importanza dire e praticare le stesse cose che dicono i fascisti.

Termine che, anch’esso, non ha più nulla di oggettivo essendo diventato una etichetta intercambiabile da appioppare a chi, di volta in volta, individuiamo come nemico.

Nel mondo delle idee non esiste nemmeno il senso del ridicolo.

Un genocidio diventa resistenza.

Un gruppetto di fascisti che vogliono imporre la sharia, il legittimo rappresentante del popolo palestinese.

Un ghetto, un protettorato, un bantustan, uno stato nazionale

Un disastro politico e militare, un vittoria epocale.

Una sceneggiata hollywoodiana, una azione di solidarietà internazionalista.

Nel mondo reale i proletari lottano contro coloro che sentono e vivono come loro nemici.

Non sono né più né meno stupidi di voi.

In Iran, in Egitto, In Turchia, In Siria, per parlare solo dei paesi che circondano Israele, fanno lo stesso ragionamento che fate voi.

Il nemico del mio nemico è mio amico.

Se gli imperialisti vengono liberarci da chi ci strangola siano i benvenuti.

Di che vi stupite se nella guerra fra Hamas e Israele non muovono un dito e qualcuno tifa perfino per l’odiato sionista?

Di che vi stupite se i rivoluzionari islamisti, che voi arruolate nella vostra lotta antimperialista, dalle loro parti dove li hanno conosciuti e li conoscono, li schifano e li combattono?

Di che vi stupite se Gaza muore nell’indifferenza degli stessi palestinesi che, se l’alternativa è vivere sotto l’occupazione israeliana o sotto la sharia, scelgono gli occupanti?

Di che vi stupite se il “martirio” non è fra le aspirazioni dei popoli?

Prima o poi vi sveglierete dal vostro sonno della ragione.

Rileggerete le cose che dite e scrivete alla luce dei risultati raggiunti, dei fatti, e vi accorgerete che sono solo un pugno di minchiate.

E se non lo farete, finirete nella schiera di spostati e di disadattati di cui la piccola borghesia è stata sempre il maggiore produttore mondiale.


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