di Fabrizio Burattini
Riprendiamo, dal blog “Refrattario e controcorrente”, un articolo del compagno Burattini.
Certamente le cose che preoccupano e agitano le/gli attiviste/i e le/i militanti della sinistra in Italia (e nel mondo) sono tante: dalle numerose guerre in corso (prime fra tutte quella in Palestina e in Ucraina), alle tensioni crescenti tra i principali imperialismi e i loro satelliti in Estremo Oriente, alla crisi climatica, alla crescita delle diseguaglianze sociali ed economiche in tutto il pianeta, ecc.
E certamente molte di queste (in particolare tutte quelle che ho citato qui sopra) sono più inquietanti della tragica sorte di uno dei tanti oppositori del regime autocratico e guerrafondaio di Putin.
- Leggi gli altri articoli sul caso Navalny e sul regime russo
Ma la dichiarata indifferenza (che rivela una non tanto velata soddisfazione) o addirittura il manifesto compiacimento verso la morte di Alexei Navalny, che trasuda dalle dichiarazioni di tanti, troppi esponenti del “popolo di sinistra” del nostro paese, indica la evidente corruzione anche morale di costoro, ormai assoldati (al di là di quale sia l’ispirazione ideologica più o meno marxista a cui pretendono di richiamarsi) da quel doppiopesismo che ha devastato agli occhi dei più l’immagine del progetto socialista e comunista.
Si è sempre giustamente ritenuto che qualunque morte di un detenuto nelle carceri dello stato italiano o in quelle di qualunque altro paese occidentale, non altrimenti e provatamente spiegata, sia da ascrivere nelle responsabilità dell’istituzione statale che lo deteneva e che questa morte costituisca una colpa imperdonabile di quello stato e dei suoi carcerieri.
Questa ovvia considerazione, però, evidentemente non varrebbe per i detenuti nelle carceri della Federazione Russa.
La nostra denuncia della detenzione e della morte di Navalny (che sia stato deliberatamente ucciso o che lo si sia lasciato morire non cambia di una virgola le responsabilità) naturamente non significa affatto una nostra condivisione delle sue posizioni oggi liberali e un tempo nazionaliste e di destra.
Né significa che non vada denunciato il doppiopesismo dei governi e dei media occidentali che denunciano la morte di Navalny mentre nelle loro carceri detengono Julian Assange e tantissimi altri prigionieri politici. Ma significa, sì, che quel doppiopesismo non può essere combattuto con un analogo e simmetrico doppiopesismo campista.
Così come risulta grottesco il post che un ex dirigente di primo piano del PRC pubblica su Facebook per affermare:
La vera opposizione in Russia è rappresentata dal Partito comunista della Federazione di Russia attestato tra il 18/20%, principale forza di opposizione alla Duma (il Parlamento) di cui nessuno stranamente (ma non è così tanto strano) parla. Mica si può dire che gli oppositori a Putin, che presentano una loro candidatura alle presidenziali, sono i comunisti! Meglio la icona Navalny, con una storia neonazista e nazionalista alle spalle, sostenuto dagli oligarchi in esilio, xenofobo (anti islamico e asiatico e fautore di un integralismo ortodosso) ma amico dell’Occidente, in particolare della Cia.
L’improntitudine di queste affermazioni evita di menzionare che su tutte le principali questioni che affliggono la società russa (e in particolare sulla guerra in Ucraina), il КПРФ (KPRF) è totalmente e diligentemente allineato con Putin, il suo regime e il suo nazionalismo “grande russo” e che la sua linea programmatica è quella di una nostalgica riproposizione del modello dell’epoca brezneviana, quando il suo attuale leader Gennadij Zjuganov era parte dell’apparato di comando, godendo dei relativi privilegi.
Il fatto che alcuni di questi esponenti della “sinistra radicale” abbiano denunciato nell’estate scorsa l’arresto e la detenzione di Boris Kagarlitsky, evidentemente facendolo solo perché si trattava di un oppositore marxista, rivela ancor più platealmente il loro ipocrita doppiopesismo e il loro incurabile campismo, più o meno mascherato dal “sogno” di un mondo multipolare di cui i regimi della Cina, della Russia, della Corea del Nord, dell’Iran, e compagnia sarebbero gli artefici e i concretizzatori.
Nel corso del ‘900, la distopia staliniana ha avuto il massiccio seguito che ha avuto perché impersonava (seppur malamente) l’idea di una società più equa di quanto non lo fossero i regimi capitalistici che le si contrapponevano. Ma anche perché la disinformazione imperante nascondeva agli occhi dei più le gravissime ingiustizie e i crimini che si perpetravano “nel nome del marxismo-leninismo”.
Poi, nel 1945, quel suo prestigio si è ulteriormente rilanciato e rafforzato grazie al contributo determinante che l’Armata rossa ebbe nella sconfitta del nazifascismo.
Ma successivamente la terribile e soffocante gestione burocratica e antidemocratica dei regimi dell’Est ha rapidamente cominciato a manifestare le sue contraddizioni, con le forti e coraggiose rivolte operaie “per un socialismo autenticamente democratico”, nella Germania dell’Est, in Ungheria, in Cecoslovacchia, in Polonia.
Anche in quelle occasioni il “popolo della sinistra” occidentale mostrò tutto il suo doppiopesismo suicida. E lasciò senza preoccuparsi molto che tutte quelle rivolte fossero schiacciate una ad una con i carri armati dei “paesi fratelli”.
Infine, la stessa capacità del sistema staliniano di produrre comunque una crescita economica entrò nell’impasse della stagnazione brezneviana e condusse quei sistemi al collasso del 1989.
Oggi, grottescamente, quel poco che resta della sinistra “comunista” nei paesi occidentali ha esplicitato in questi due anni della guerra scatenata dal Cremlino tutta la sua indifferenza verso le sofferenze del popolo ucraino, che evidentemente, secondo questi “sinistri”, merita bombe, massacri, stupri e occupazione a causa delle sue presunte propensioni “naziste” (Putin docet).
Alcuni sono arrivati persino a definire le donne iraniane che non vogliono sottomettersi ai diktat integralisti del regime degli ayatollah come “agenti dell’imperialismo occidentale”. E applaudono alla morte di Alexei Navalny, ucciso o lasciato morire dagli sbirri di Putin.
E’ apprezzabile e degno di nota che il segretario del Partito della Rifondazione comunista, Maurizio Acerbo, affermi su Facebook che:
Anche se Navalny fosse morto per un malore improvviso (infarto o trombosi) è indubbia la responsabilità di Putin per la detenzione e il regime carcerario duro imposto.
Ma va notato anche come la peraltro timida condanna di Putin e del suo regime carcerario e autocratico da parte di Maurizio Acerbo sia stata accolta da una salva di commenti esplicitamente filoputiniani che illustrano quale sia l’umore profondo del “popolo della sinistra”.
Una o un giovane oppositrice/oppositore russa/o di Putin quale idea potrà farsi di una sinistra occidentale che approva o perlomeno banalizza i crimini e i comportamenti del regime del Cremlino? Una sinistra occidentale che in qualche misura ritiene che i russi si meritino quel regime e che debbano comunque adeguarsi ale condizioni che sono state loro assegnate “dal destino”.
Il proletariato occidentale potrà mai pensare che costoro, una volta che fossero malauguratamente arrivati al potere, non si comportino diversamente dai loro punti di riferimento, da Putin, da Xi Jinping, dal coreano Kim Jong-un, o dall’ayatollah Ali Khamenei, o dall’autocrate nicaraguense Daniel Ortega?
Non possiamo poi lamentarci se in gran parte del mondo lo scontro politico si svolge tra un’estrema destra rinvigorita e una “sinistra” liberale filoatlantica e conservatrice. Con quel che resta della sinistra che si attarda in una narrazione incapace di parlare alle masse e esclusivamente finalizzata ad una lotta per la spartizione di una fetta di opinione pubblica residuale e in via di estinzione.
E non è una consolazione la certezza del fatto che costoro non arriveranno mai neanche a vedere da lontano il potere, perché comunque danno già oggi il loro determinante contributo per disperdere quel residuo di rispettabilità di cui ancora la sinistra gode e a rendere ancor più arduo il cammino per riconquistare la fiducia delle masse lavoratrici verso una trasformazione socialista del mondo.
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Dopo la pubblicazione di questo articolo del compagno Burattini, qualche compagno mi ha scritto con un tono tra l’incredulo e l’indignato, chiedendo cosa avremmo fatto in un caso analogo (facendo l’esempio di esponenti di Casa Pound o Forza Nuova nell’improbabile caso finissero condannati). Al fondo di questo atteggiamento credo ci sia proprio il problema sottolineato da Fabrizio. Se una persona che si definisce di sinistra (o addirittura comunista) non riesce a provare orrore ed indignazione per la morte di un detenuto (al di là di ciò che ha fatto o delle sue opinioni politiche) qual è la differenza con uno di destra (che quindi è imbevuto di idee autoritarie e repressive?). Lasciamo perdere il fatto che il responsabile della morte di questo politico reazionario è un regime altrettanto (se non di più) reazionario. Anche se si trattasse di un “governo operaio”, di un “regime socialista” mi indignerei, proprio in quanto, come comunista, come rivoluzionario, voglio un mondo diverso, se possibile senza galere né sbirri (e comunque, durante il periodo transitorio, con “prigioni” il meno disumane possibili, in cui siano garantiti alle persone detenute – anche ai fascisti, visto che noi non siamo come loro -) tutti i diritti basilari dell’essere umano in termini di dignità. Per meno di questo, non vale la pena di battersi.
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