Mi scuso in anticipo per usare questo blog, che dovrebbe essere Politico (con la P maiuscola), per ricordare mia madre, che se n’è andata stamattina. Non una militante comunista in senso proprio: aveva sì militato nel PCI e nell’UDI (Unione Donne Italiane) dal dopoguerra fino alla mia nascita, ma da allora in poi il suo impegno politico si era limitato alle tessere (del PCI fino al 1973, quando, in seguito alla proposta di Berlinguer di “compromesso storico”, decise, con mio padre, di rompere col partito della sua gioventù – e della CGIL – fino alla fine dei suoi giorni -), al voto (per Democrazia Proletaria e poi per Rifondazione Comunista), e a qualche rara manifestazione femminista negli anni Settanta. La sua iscrizione a DP e al PRC (e, qualche anno fa, a Sinistra Anticapitalista) era stata molto diversa da quella convinta ed attiva nel PCI tra il 1945 e il 1973. D’altronde è difficile ritrovare l’entusiasmo giovanile a cinquant’anni, soprattutto dopo una serie di sconfitte. La sua coscienza politica era piuttosto basica: “Sono un’operaia, e quindi sono comunista, perché i comunisti stanno dalla parte degli operai e contro i padroni“. Quando diceva questo, molti anni fa, mi sembrava troppo “primitiva”. Oggi, con una classe operaia ridotta per l’80/90% ad un’amorfa accozzaglia di servi individualisti privi di coscienza di classe, verrebbe da dire “ce ne fossero!”. Per tutta la sua vita ha comunque mantenuto salda la bussola: contro padroni, preti, suore e sbirri (per lei l’evoluzione del mondo cattolico degli ultimi decenni era tutta una commedia). E per tutta la sua vita ha coerentemente “rotto le scatole” a mezzo mondo, se non di più. Le dicevo sempre che se fosse stata ministra degli esteri (in realtà dicevo “Commissaria del Popolo agli affari esteri”) ci saremmo ritrovati in guerra con tutti i paesi confinanti, compreso San Marino (la Città del Vaticano, ovviamente, sarebbe stata invasa fin dal primo giorno). Per questo oggi le dedico questa bellissima poesia di Brecht, in cui si vedrebbe come in uno specchio:
A COLORO CHE VERRANNO
Davvero, vivo in tempi bui!
La parola innocente è stolta. Una fronte distesa
vuol dire insensibilità. Chi ride,
la notizia atroce
non l’ha saputa ancora.
Quali tempi sono questi, quando
discorrere d’alberi è quasi un delitto,
perché su troppe stragi comporta silenzio!
E l’uomo che ora traversa tranquillo la via
mai più potranno raggiungerlo dunque gli amici
che sono nell’affanno?
È vero: ancora mi guadagno da vivere.
Ma, credetemi, è appena un caso. Nulla
di quel che faccio m’autorizza a sfamarmi.
Per caso mi risparmiano. (Basta che il vento giri,
e sono perduto).
“Mangia e bevi!”, mi dicono: “E sii contento di averne”.
Ma come posso io mangiare e bere, quando
quel che mangio, a chi ha fame lo strappo, e
manca a chi ha sete il mio bicchiere d’acqua?
Eppure mangio e bevo.
Vorrei anche essere un saggio.
Nei libri antichi è scritta la saggezza:
lasciar le contese del mondo e il tempo breve
senza tema trascorrere.
Spogliarsi di violenza,
render bene per male,
non soddisfare i desideri, anzi
dimenticarli, dicono, è saggezza.
Tutto questo io non posso:
davvero, vivo in tempi bui!
Nelle città venni al tempo del disordine,
quando la fame regnava.
Tra gli uomini venni al tempo delle rivolte,
e mi ribellai insieme a loro.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.
Il mio pane, lo mangiai tra le battaglie.
Per dormire mi stesi in mezzo agli assassini.
Feci all’amore senza badarci
e la natura la guardai con impazienza.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.
Al mio tempo le strade si perdevano nella palude.
La parola mi tradiva al carnefice.
Poco era in mio potere. Ma i potenti
posavano più sicuri senza di me; o lo speravo.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.
Le forze erano misere. La meta
era molto remota.
La si poteva scorgere chiaramente, seppure anche per me
quasi inattingibile.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.
Voi che sarete emersi dai gorghi
dove fummo travolti
pensate
quando parlate delle nostre debolezze
anche ai tempi bui
cui voi siete scampati.
Andammo noi, più spesso cambiando paese che scarpe,
attraverso le guerre di classe, disperati
quando solo ingiustizia c’era, e nessuna rivolta.
Eppure lo sappiamo:
anche l’odio contro la bassezza
stravolge il viso.
Anche l’ira per l’ingiustizia
fa roca la voce. Oh, noi
che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza,
noi non si poté essere gentili.
Ma voi, quando sarà venuta l’ora
che all’uomo un aiuto sia l’uomo,
pensate a noi
con indulgenza.
FG
Il funerale di Giulia, rigorosamente laico, si terrà mercoledì 17 gennaio, a partire dalle ore 11 presso la camera ardente della RSA di via Vittorio Emanuele II, n.3. Da lì ci recheremo al crematorio di Sant’Eufemia, dove ci sarà una breve cerimonia.
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Condoglianze 🙏 e grazie per le parole di Giulia, un piccolissimo pezzettino del suo essere… e grazie per la poesia
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Grazie a te, Brezza
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