Dopo lo sfogo del 12 dicembre*, ho deciso di concludere la lettura della “Nuova Storia di Brescia (1861-2023). Un’opera quantitativamente pesante (ben 649 pagine, delle quali una ventina esplicitamente dedicate al movimento operaio e socialista – in senso lato -). Mi sono sentito quasi un verme, un apostata della “brescianità”, dopo questa illuminante lettura. Un ingrato figlio di questa meravigliosa terra, così laboriosa, coraggiosa, determinata, solidale, aperta e tollerante, e persino colta. Dotata di una classe capitalistica (pardon, imprenditoriale) caratterizzata da un “intreccio tra impresa moderna e valori tradizionali – l’attitudine al risparmio, l’assenza di ostentazione, il reinvestimento del profitto, una morigeratezza non compatibile con doppie morali, un paternalismo forte della condivisione della fatica con i dipendenti” (cit. da pag. 299). Una classe che, nonostante ci siano stati i soliti estremisti anticapitalisti che, alla caduta del fascismo, osavano sostenere “l’accusa … per alcuni imprenditori di aver condiviso la causa del regime o di aver accumulato profitti illeciti nel corso della guerra”, ha saputo andar oltre queste calunnie, grazie a “caratteristiche di stampo “antropologico”….quali la laboriosità, il coraggio dell’intrapresa, il gusto del rischio, la determinazione…. Che traggono linfa da….una tradizione ricca di saperi e capacità, dalla volontà di perseguire uno sviluppo in grado di traghettare la propria famiglia e la comunità di appartenenza (!) al di là delle secche della povertà…[…]far leva per un’opera in cui gli sforzi di ognuno possano contribuire – in nome di una responsabilità percepita quasi come un’obbligazione morale – a resuscitare il Paese dalle rovine……A ben guardare un mix di rigore, di senso del dovere, di attaccamento alla propria terra, di risolutezza nella difesa dei principi in cui si crede, di impegno a tradurli in atto in modo pragmatico, con schiettezza e perseveranza….” (p. 296 e 298). E io, impenitente, sospettoso marxista che avevo sempre pensato che i vari Lucchini, Pasotti, Stefana, Beretta, Tempini, Togni, ecc. pensassero solo al loro profitto! E i democristiani, veri interpreti del genius loci (non nel senso in cui credevo io, inteso come bigottismo, chiusura mentale, adesione ai valori patriarcali, conservatorismo spesso reazionario, ecc.), ma al contrario, veri precursori della solidarietà, della modernità, della capacità di sintesi superiore dei meschini interessi di classe – meschini soprattutto per quanto riguarda la mia, di classe sociale -. Ho scoperto che gli antifascisti non erano soprattutto i comunisti, gli anarchici, i socialisti (anche se per la loro testardaggine e incapacità di capire i nuovi tempi erano quelli che finivano in galera o al confino), ma i cattolici (sia quelli “democratici” che quelli “moderati” – sic!). E non solo dal 1943 al 1945, ma persino quando erano nel primo governo Mussolini (vedi pag. 137-40). Dei veri riformisti (con tutte le aggettivazioni positive date al termine dai nostri due ineffabili autori), lungimiranti anticipatori delle magnifiche sorti e progressive del centro-sinistra nostrano e italiano. E mica solo i Martinazzoli o i Del Bono, ma pure i Boni, i Prandini e persino, udite udite, un ultra-anticipatore di 4 secoli, quel “San” Carlo Borromeo che qualche mangiapreti svergognato aveva accusato di far torturare e bruciare sul rogo eretici e streghe.
Confesso che questa lettura mi ha messo in crisi. A mia parziale scusante devo allegare il fatto che sono nato in una famiglia di comunisti trinariciuti (fin dai nonni, almeno i maschi), operai e anticlericali, che mi hanno sempre parlato male di padroni e “cüi bianc“ (culi bianchi, il modo dispregiativo in cui mio nonno e mio padre chiamavano i democristiani). Ma non è mai troppo tardi per ricredersi, fare ammenda e prepararsi a votare il prossimo candidato del PD (rigorosamente cattolico, ovviamente).
P.S. A proposito di “brescianità” ho scoperto, grazie al lavoro di Corsini e Zane, che, negli anni ‘50, l’ambasciatore USA a Roma aveva posto il veto sull’importazione di veicoli e motori da “guerra” da Torino, preferendo l’OM di Brescia (motori d’aerei militari) fino al 1955. Era preoccupato dal “comunismo di fabbrica” torinese (nonostante Valletta), mentre i servizievoli, devoti e sottomessi bresciani gli sembravano più adatti alla bisogna.
Flavio Guidi
*Nuova Storia di Brescia (1861-2023) di Corsini-Zane: una “storia” infarcita d’ideologia. Conservatrice, se non reazionaria.
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Per ricredersi non è mai tardi, caro Guidi. La buia cecità che ha condotto i sedicenti comunisti libertari e rivoluzionari a sbagliare strada decine, centinaia di volte viene finalmente sconfitta da questa lama di luce che finalmente esalta il vero senso della brescianità, operosa e cattolica come si conviene. Forse è finalmente giunto il tempo di rivelare al mondo intero, dopo aver fatto chiarezza sulla vera natura degli autentici Partigiani antifascisti, che il 28 maggio in Piazza della Loggia non è successo un bel niente, solo qualche scaramuccia, invero violenta e anche trascesa, tra arroganti sindacalisti in contrasto tra di loro.
Complimenti per la ritrovata via!
ps ma questi due qui, andà a ciapà i ratt, no???
i bresciani, brava gente neh, per la loro impresa, oltre a calpestare ogni diritto possibile, hanno rovinato solo tre cose: acqua, terra e aria
Ciao, Flavio!
giuseppe r
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