Non fatevi spaventare dal titolo. Non si tratta di un articolone teorico, denso di richiami ai “padri fondatori” del socialismo, con disquisizioni teoriche approfondite e prolisse. Direi che è più uno sfogo dettato da un misto di amarezza, delusione e pessimismo. Oggi, mentre “chattavo” nella chat “Riseup for Rojava” (fatta da coloro che hanno messo in piedi le iniziative di questi ultimi anni per il Rojava) con alcun* compagn* ed altre persone, mi è venuta in mente una chiacchierata vecchia di oltre 40 anni fatta con un compagno uruguayano ex MLN-Tupamaros che vive a Brescia dalla metà degli anni ’70. Questo compagno, combattente nel MLN fin dalla metà degli anni ’60, mi parlava della scelta del gruppo dirigente MLN di “cavalcare” il nazionalismo (ovviamente “antimperialista”) della Banda Oriental, visto che il “marxismo” non riusciva a suscitare grandi simpatie. E mi diceva, tra il serio e il faceto: “E fu così che, in pochi anni, ci ritrovammo tutti sostanzialmente nazionalisti”. Il “casus belli” dell’aspro confronto dialettico di oggi è stato il mio articoletto di domenica sulla manifestazione pro-Palestina indetta dai centri islamici di Brescia (“Ghedi e Brescia, due giorni, due piazze diverse“) in cui esprimevo il mio disappunto e delusione per il tipo di partecipazione maggioritaria, contrassegnata dalla cultura islamica (e forse pure islamista). Per uno storico sostenitore della “Palestina libera, laica e socialista” come il sottoscritto, una (purtroppo prevista ampiamente) doccia fredda. Alcune persone mi hanno accusato di avere espresso posizioni “razziste e patriarcali” (sic!) per aver osato manifestare la mia tristezza nel vedere molte donne velate e/o coperte completamente. Una persona, evidentemente priva di senso della misura e della necessaria preparazione per dialogare con un marxista, mi ha accusato di misurare la libertà delle donne con i metri di tessuto usati per coprire o scoprire il corpo, senza minimamente sospettare che per me il problema non era l’abbigliamento in sé, quanto l’ideologia reazionaria a cui quell’abbigliamento fa riferimento. Certo, qualcuno è intervenuto al mio fianco, citando la grandiosa lotta femminile (e femminista) in Iran contro la barbarie islamista (simboleggiata dalla lotta contro il velo). Ma ho avuto l’impressione di essere “minoritario” in questo ambiente (cosa che non mi turba, essendo abituato ad andare contro-corrente, ma che mi riempie d’amarezza, visto che molt* di questa chat un tempo erano comunist*), dato che, su una quarantina di membri, solo due hanno difeso più o meno le mie ragioni, contro ben 7 che hanno criticato duramente il mio articolo (anche se solo in un caso si è arrivati al vero e proprio insulto gratuito), mentre gli altri 30 han mantenuto un enigmatico silenzio. Certo, fino a una trentina d’anni fa, in un contesto di dibattito politico e culturale ben più elevato (il marxismo aveva ancora un certo seguito), non avrei dovuto certo “spiegare” che il mio essere laico, ateo e antireligioso (coerentemente con la mia adesione al marxismo rivoluzionario e libertario) non mi impediva certo di solidarizzare con TUTTI gli oppressi, compresi quelli (che sono purtroppo la maggioranza dell’umanità, ancora ben lontana dalla sua liberazione) che vestono hijab o burka, che vanno in giro con la croce al collo o che adorano i totem o credono in Babbo Natale. E non mi impediva di difendere contemporaneamente il loro diritto a usare burka, croce, totem e Babbo Natale (se lo vogliono) e però a fare una battaglia culturale, basata sul dibattito democratico, affinché si liberassero da questi retaggi reazionari del passato (senza illusioni sul fatto che si tratti di un processo rapido e indolore). Oggi, però, le cose sono cambiate. Parole come socialismo, comunismo, anarchismo appaiono come residuali anche in ambienti che si proclamano di sinistra (e non ho dubbi che i miei critici succitati si sentano tali, a meno di smentite). E l’ateismo e in genere la battaglia culturale per liberare gli esseri umani (a partire dalle donne, quelle che pagano il prezzo più alto sugli altari delle religioni) dalla schiavitù religiosa (Marx e Bakunin docent) pur essendo per fortuna più diffusi nella società di 30 anni fa, non sono ritenute dai più come “bandiere” da essere sventolate. O meglio, nel dibattito in questione si è diffuso una sorta di “campismo” sui generis. Non quello di chi si schiera con Putin (o peggio ancora con gli ayatollah iraniani) perché “gli americani sono il peggior nemico”. Ma quello che, per combattere l’islamofobia tipica di certa destra (non tutta, perché molti gruppi ultrafascisti sono anti-giudaici e filo-islamisti) piega il bastone dalla parte opposta, fino a diventare “islamofilo”. Per cui, se il “campo” nemico (sionisti, imperialismo USA, leghisti, ecc.) attacca l’islamismo, vuol dire che devo schierarmi nel “campo” opposto, chiudendo tutti e due gli occhi sul fatto che quel tipo di ideologia religiosa è nemica non solo della libertà delle donne, ma della libertà in genere. Ma quel che è peggio è il fatto che questo tipo di atteggiamento non si limita al caso specifico, ma tende a sdoganare una sorta di relativismo politico-culturale, per cui alcune conquiste della civiltà umana (come la libertà d’opinione, di stampa, di orientamento sessuale, di religione, ecc.) in quanto maturate innanzitutto nel contesto “occidentale” (grazie all’Illuminismo, alle rivoluzioni – a partire da quelle francese e russa – alla forza del movimento operaio, ecc.), varrebbero solo appunto in quest’area del pianeta, pena lo stigma di “colonialismo bianco, eurocentrico, ecc.”. Ora, io non credo che Marx (o ancor più Engels) quando, oltre 170 anni fa, parlavano di “nazioni civili” contrapposte a “nazioni barbare” o “selvagge” fossero nel giusto. Erano figli del XIX secolo, e i loro limiti (per quanto esistessero riflessioni che aprivano nuove strade, come nel tardo Marx) sono abbastanza noti. Ma passare a piè pari dal lato opposto, buttando via il bambino con l’acqua sporca in nome di una specie di terzomondismo che ha ben poco a che vedere con le variegate proposte del socialismo internazionalista (e molto di più con un pericoloso cocktail che mescola nazionalismo – seppur di matrice anticoloniale – identitarismo etnico-religioso, antirazzismo da oratorio, esotismo a buon mercato) mi sembra un esercizio di equilibrismo politico foriero di involuzioni conservatrici se non reazionarie, come le esperienze di Hezbollah, di Hamas, del khomeinismo e dell’AKP di Erdogan dovrebbero aver dimostrato. E la cosa più incomprensibile è che questo strano dibattito è avvenuto in una chat per il Rojava, una realtà che ha fatto della lotta contro il confessionalismo religioso (a partire dall’islamo-fascismo dell’ISIS) una bandiera, in nome del Confederalismo Democratico internazionalista. Misteri della “fede”. Che, dal canto mio, ostinato “figlio d’Occidente”, resta sempre ancorata al classico “Né dio, né stato, né servi, né padroni”!
Flavio Guidi
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non si tratta solo di “una specie di terzomondismo che ha ben poco a che vedere con le variegate proposte del socialismo internazionalista (e molto di più con un pericoloso cocktail che mescola nazionalismo – seppur di matrice anticoloniale – identitarismo etnico-religioso, antirazzismo da oratorio, esotismo a buon mercato)” ma anche di un accettare acriticamente – limitandosi a scegliere il campo del “nemico” – un terreno di scontro e le regole del gioco definite da altri (penso alla famosa guerra di civilizzazioni annunciata da Bush ed a tutte le guerre a seguito). E soprattutto, del trionfo di una specie di razzismo paternalista, una rivisitazione nemmeno tanto originale del roussoniano “buon selvaggio”: come può un talibano, che in fondo è un essere intriso di una spiritualità primigenia (ei, non “primitiva” eh!) non avere le sue buone e insindacabili ragioni per imporre burka e analfabetismo alle ragazze afgane? Quello che non capisco è perché si insista tanto, in questi ambiti erroneamente definiti relativisti (assolutisti andrebbe meglio, vista la prepotenza con cui impongono censura e condanne agli ormai pochi disconformi), a voler rivendicare un’appartenenza di sinistra, già che non si tratta nemmeno di riformulare valori, principi, ideali, ma proprio di negarli!
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Verissimo. A parte il fatto che il cosiddetto “buon selvaggio” era un essere umano percepito come “primitivo”, cioè non inserito in società complesse (leggi divisione in classi, presenza dello stato, ecc.). Ora, la civiltà islamica è più che millenaria, ha dato vita a società classiste e stataliste (come quella “occidentale”, cinese, indiana, ecc.) e non ha nulla a che vedere con ciò che si intende per “selvaggio”. Semmai, per usare un termine engelsiano (che non condivido, ma che dà l’idea) si tratterebbe di società “barbare”. A meno che per selvaggio non si intendano le pratiche dei talebani o degli islamo-fascisti di ISIS. Ma in tal caso, purtroppo, sono in buona compagnia con tutto il resto del mondo, o quasi.
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