L’approvazione parlamentare, convulsa e al fotofinish, della manovra finanziaria del Governo Meloni, ci consegna, senza timore di smentita, una delle leggi di bilancio piú classiste e anti – operaie degli ultimi 30 anni.

Attenzione, però. Qui non si tratta di gridare nevrastenicamente all’arrivo del fascismo. Non l’abbiamo fatto subito dopo il risultato elettorale di Settembre, non lo teorizzeremo adesso, finendo a fare da controcoro a un’opposizione parlamentare falsa, imbelle e altrettanto anti – operaia.

Sarebbe tuttavia criminale non denunciare come, con il contenuto di questa manovra, il governo Meloni non si appresti semplicemente a essere il continuatore in politica economica e in politica estera del vecchio governo Draghi, ma si candidi ad essere elemento acceleratore nell’attacco alle condizioni di vita, di lavoro e di non – lavoro per milioni di proletari, all’interno di un quadro di crisi sistemica sempre più acceso.

La violenza e l’insistenza dell’attacco, politico, ideologico e materiale – contro il meccanismo del cosiddetto Reddito di Cittadinanza, in questi mesi, ne è, forse, l’esempio più lampante.

Dopo una campagna elettorale alla caccia del “furbetto del divano” e in sostegno ai lamenti della piccola, media e grande borghesia in cerca di manodopera a basso costo – in realtà una vera e propria campagna di odio e mistificazione contro le classi subalterne – oggi si passa ai fatti. E così le continue regalie, sostegni e defiscalizzazioni portate in dote a imprese e padroni con l’attuale finanziaria, verranno pagate, in buona parte, proprio da lavoratori e disoccupati, anche attraverso l’attacco feroce all’RdC. I testi approvati in Parlamento lasciano, in questo senso, ben poco spazio alla fantasia.

Cancellazione totale del Reddito di Cittadinanza per tutti i percettori a partire dal 2024. Si bofonchia su nuove e innovative forme di sostegno, ma per ora sono chiacchiere: poche, confuse e naturalmente orientate alle necessità aziendali.

A partire da subito (Gennaio 2023) sarà ridotto l’assegno per i percettori ritenuti “idonei al lavoro” da 12 a 7 mesi, con la possibilità di perdita del reddito in caso di rifiuto anche della prima offerta di lavoro, o di mancata frequenza dei corsi di formazione che i Centri per l’impiego “dovrebbero” organizzare.

Nei giorni immediatamente precedenti alla votazione in Parlamento si è poi assistito ad una vera e propria pioggia di emendamenti per indurire ancora di più la norma, quasi una gara per dimostrare maggior intransigenza nel colpire percettori, disoccupati e precari.

E allora si abolisce il concetto di “offerta congrua”, quindi le presunte offerte che i centri per l’impiego dovrebbero proporre a percettori “idonei al lavoro” non devono tenere conto né delle esperienze precedenti, né dalla distanza da casa. Ti offrono un lavoro mal pagato o mai svolto a centinaia di km da casa? O accetti, o perdi il reddito!

Ma non bastava e allora: niente più RDC per i giovani tra i 18 e 29 anni se non hanno completato l’obbligo scolastico; della serie, se non possiamo combattere la dispersione scolastica, che per lo più riguarda le classi popolari, perché non criminalizzarla?

Non sono mancati poi neanche gli emendamenti a difesa della rendita immobiliare, con l’emendamento (poi passato nella versione approvata) che propone che la quota di RDC prevista in caso di percettore in affitto, vada direttamente ai proprietari di casa!

Bastano questi pochi elementi per cogliere il quadro generale dentro il quale l’attuale governo si muove e si muoverà nei prossimi mesi, in risposta a tutta una serie di esigenze che la borghesia italiana pone e porrà in tema di politiche del lavoro, d’impiego della forza – lavoro, di aumento della produttività, dell’aumento del tasso di sfruttamento: queste sono le vere priorità che si celano dietro la retorica destrorsa dell’”interesse nazionale”, tanto più in un contesto di guerra e, quindi, di accentuata competizione tra i capitali e tra gli Stati borghesi sul mercato mondiale.

Da questo punto di vista, l’attacco all’RDC non è dunque esclusivamente la bandiera politica ed ideologica con cui una destra razzista e reazionaria ha vinto la competizione elettorale e si accredita oggi al suo blocco elettorale, ma costituisce uno degli assi portanti che caratterizzerà il programma politico complessivo della borghesia italiana nei prossimi mesi e anni.

Le misure previste su questo tema nella manovra lavorano, dunque, in questa direzione rispondendo alla sempre più marcata esigenza, per i padroni grandi o piccoli – di avere una larga massa di sfruttati ricattabili da inserire ed espellere dal mercato di lavoro a seconda delle stagionalità, degli andamenti del mercato, delle lotte sindacali che si possono sviluppare in alcuni settori, ecc..

Le lamentele estive di albergatori, operatori del turismo, proprietari di bar e ristoranti (ossia le principali roccaforti dell’evasione fiscale e contributiva del lavoro nero e sotto pagato), ma anche di grandi gruppi industriali, hanno invaso per mesi TV e giornali.

In questo senso, ridurre da 12 a 7 mesi l’assegno ai percettori che “possono” lavorare (cioè quelli senza minori o anziani a carico) significa rendere immediatamente più ricattabile una platea di almeno 860.000 proletari, costretti senza il reddito ad accettare salari sempre più bassi, anche più bassi di quella miseria che si prendeva tramite il reddito.

Anche un ammortizzatore sociale insufficiente e limitato come l’RdC (certo non una misura rivoluzionaria!) non trova quindi più spazio nei programmi di padroni e borghesia, interessati a eliminare qualsiasi ostacolo nella costruzione di un meccanismo di rastrellamento sempre più efficace della manodopera, di aumento della concorrenza tra diversi segmenti della forza – lavoro (italiani e stranieri, giovani e anziani, dipendenti diretti e in appalto, occupati e disoccupati, ecc…) e dunque, in definitiva, di abbassamento del livello generale dei salari.

Non è quindi un caso che a manovra non ancora definitivamente approvata, la Ministra del Lavoro Calderone (diretta espressione di Confindustria e dell’associazione nazionale dei Consulenti del Lavoro) già rilanciava sui giornali rispetto la necessità, a partire da Gennaio, d’intervenire anche sulle politiche attive del lavoro e in particolare su una riforma radicale del sistema dei Centri per l’impiego, in maniera da fare marciare parallelamente il taglio degli ammortizzatori sociali (oltre al RdC, s’inizia a discutere anche di riduzione della Naspi), con un sistema sempre più efficiente di selezione della manodopera.

Non è mai stato un mistero che la Riforma Hartz – cioè quel complesso di misure prese a partire dalla fine degli anni ’90 in Germania e che hanno di fatto introdotto il meccanismo perverso dei mini Jobs – rappresenti da almeno vent’anni un riferimento a cui tendere per i vari governi che si sono succeduti in Italia. Nessuno, però, è mai riuscito a portare a termine la cosa, se non (da un punto di vista padronale) in maniera parziale e disordinata (pensiamo all’introduzione delle agenzie interinali, alla legge Biagi, al Jobs Act di Renzi, ecc…).

Oggi il governo Meloni, che in campagna elettorale si raccontava populista, anti-europeista e anti – sistema, si candida invece a essere proprio quell’esecutivo, tutto casa e Confindustria, in grado di realizzare il sogno ventennale dei padroni italiani e che la borghesia tedesca e le “élite europee” praticavano già alcuni decenni fa, con la differenza, di non poco conto, che mentre in Germania, proprio in questo giorni, si sono allargate le maglie del reddito di cittadinanza per far fronte alla crisi e all’inflazione, l’Italia risulta essere da oggi uno dei pochi, se non l’unico paese UE, in cui il RdC viene abolito.

Se tutto questo è vero, allora occorre constatare con altrettanta chiarezza come questo attacco generale – a partire dalle misure sul RdC, ma allargando all’intera direzione della manovra economica – ponga alcune sfide strategiche all’intera classe lavoratrice e alle sue organizzazioni d’avanguardia.

A partire dal cogliere, in tutte le sue implicazioni, teoriche e pratiche, il fatto che una risposta alle politiche classiste e razziste dell’attuale esecutivo sul reddito, non possono essere esclusivamente demandate a quei disoccupati o percettori del reddito oggi sotto attacco, ma devono vedere il coinvolgimento più largo dei lavoratori e delle loro organizzazioni sindacali e politiche di classe.

Come S.I. Cobas da diverso tempo stiamo testando nella quotidianità questo tipo di convergenza, intrecciando testardamente le lotte dei lavoratori e quelle dei disoccupati, le battaglie del lavoro e del non lavoro, le rivendicazioni sui posti di lavoro con quella del salario medio garantito: in questo senso, il percorso di lotta dei disoccupati napoletani del 7 Novembre, e i tanti percorsi che in tutto il Sud progressivamente si stanno costruendo, rappresentano un’esperienza e una prassi, a cui tanti proletari guardano con interesse.

E allora, queste importanti, seppur piccole, esperienze, le uniche peraltro in grado in questi mesi di campagna mediatica battente e criminalizzante, di sviluppare mobilitazione e momenti di conflittualità, non possono essere lasciate sole e isolate, ma vanno valorizzate, proprio nell’ottica di generalizzazione di quanto già c’è e d’intercettazione del malessere che le politiche classiste produrranno nei prossimi mesi.

Oggi l’accelerazione determinata su questo terreno dal nemico di classe, impone a tutti i lavoratori e le lavoratrici, ai compagni e alle compagne, ai disoccupati e alle disoccupate, agli studenti e alle studentesse, e in definitiva all’interezza della classe, un salto di qualità in questo senso.

Lo sciopero generale del 2 dicembre e la manifestazione nazionale del 3 dicembre a Roma hanno voluto porre l’accento proprio su questa stringente necessità, non in termini astratti bensì partendo dalle lotte, dalle vertenze e dalle campagne già in essere, con l’obbiettivo di renderle sempre più coordinate e radicalmente indipendenti e autonome da quelle finte opposizioni parlamentari complici anch’esse delle politiche belliciste, repressive e anti-operaie degli ultimi anni.

Anche da questo passa la ricostruzione di un fronte di classe in grado di rispondere all’affondo di governo e padroni.

SI Cobas nazionale

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