di Gianni Sartori

A un secolo dalle barricate antifasciste di Parma del 1922 che videro operare in sintonia comunisti, anarchici e altri antifascisti (e per questa “eterogeneità ” in parte snobbati sia dai riformisti del PSI che dai “puristi” alla Bordiga), oltre a riascoltare i GANG (“Agosto del ’22, l’Italia è rastrellata, passata per le armi dai fascisti casa per casa…”) ho ripescato questo articolo in ricordo di Mariano Lupo (a 50 anni dal suo assassinio). Anche lui in qualche modo “snobbato” (perlomeno nella sua identità di antifascista e comunista libertario, certamente non settario). Un po’ – fatte le debite proporzioni – come accadde agli Arditi del popolo e a Picelli e Cieri in particolare.

SULLA “DANIELI” DI LUMIGNANO RICORDANDO MARIANO LUPO
Gianni Sartori

Primi anni ottanta. Incontro casualmente Roberto Fini che non vedevo da parecchio tempo. Negli anni settanta era stato uno dei pochi esponenti vicentini di Lotta Continua. Fortissima a Schio, nella città del Palladio L.C. non aveva mai veramente attecchito, forse per la concorrenza di PotOp. Rivanghiamo qualche ricordo comune. Come quel primo anniversario del golpe cileno quando L.C. aveva organizzato una manifestazione antifascista a Schio. A comizio concluso mi ero arrampicato sulla facciata del Duomo e da lassù sventolavo la mia bandiera rossa con grande A cerchiata nera (versione personale del comunismo libertario). In breve tempo si era radunata una folla di curiosi che forse temeva (o sperava) di dover assistere alla mia rovinosa caduta al suolo. Arrivarono anche i carabinieri che mi intimarono di scendere immediatamente. Oltre alla scontata richiesta dei documenti, subivo l’aggressione verbale di alcuni scledensi. Ovviamente rispondevo per le rime. Nonostante la presenza delle forze dell’ordine, ci si stava per accapigliare. Facile immaginare chi alla fine sarebbe stato fermato e ingabbiato.
A trarmi d’impaccio intervenne generosamente Roberto che letteralmente mi trascinò via venendo a sua volta “schedato” dall’appuntato. Ma, avendo già alle spalle parecchie denunce, la cosa non sembrò preoccuparlo più di tanto.
Mi aggiorna sul fatto che nel frattempo “ha cambiato sport”. Attualmente si dedica alla vela e alle regate. E’ appena rientrato da una “crociera” nel Mediterraneo orientale. Per non sfigurare lo informo che nel pomeriggio pensavo di andare a Lumignano per una arrampicata in “solitaria”.
Si aggrega, anche se manca completamente di esperienza. All’epoca la cosiddetta “palestra” di Lumignano, sui Colli Berici, era ancora quasi eco-compatibile e si estendeva solamente sul tratto di parete compreso tra La “Rossi” (a quel tempo la via più impegnativa, con qualche passaggio di V grado) e la “Danieli” (un III grado). Tra le due, lo spigolo Conforto (in memoria di un alpinista degli anni trenta deceduto per un incidente motociclistico), la “Maruska” (in ricordo, pare, di un artista dilettante così soprannominato che qui veniva a dipingere), la “Sbrega” e un tetto chiamato “la Pansa”. In seguito i cosiddetti FC, alfieri di uno pseudo-alpinismo consumista, competitivo e irriguardoso dell’ambiente, hanno trasformato ogni angolo della ex barriera corallina in parco-giochi. O meglio, in ruota per criceti addomesticati, ora d’aria per reclusi volontari del capitalismo (senza nemmeno un’embrionale idea di ribellione). Piantando migliaia di chiodi a pressione con il trapano, abbattendo concrezioni e stalattiti millenarie (v. quelle di quasi due metri sul Broion, ne conservo le foto), costringendo alla fuga sia il falco pellegrino che la rondine rossiccia, in passato qui nidificanti. Per non parlare della significativa riduzione della saxifraga berica (anche a causa dell’eliminazione della vegetazione alla base -e non solo- delle pareti, visto che la rarissima specie vive di luce indiretta). Usque tandem, società della merce e dello spettacolo?

Ancora ignari di quanto ci riservava il futuro, ci incamminiamo sul sentiero che porta alla base delle pareti.
Dato che Roberto è alla prime armi, decido per la “Danieli”. Vedo con sorpresa che si è attrezzato con un casco da motociclista, bianco e con sopra dipinta una vistosa “A” cerchiata in campo rosso e nero. Come mai questa sbandata libertaria? Mi spiega che il casco apparteneva a Mariano Lupo, un compagno assassinato dai fascisti a Parma il 25 agosto 1972. A Roberto (amico di entrambi) lo aveva dato la sorella. Mi informa poi che Lupo, ricordato come esponente di Lc, sarebbe stato soprattutto “un militante antifascista, uno che di fronte ai fascisti non si tirava mai indietro”. E anche con qualche retroterra anarchico, come suggeriva la decorazione del casco. Niente di strano ripensando all’ecumenismo che caratterizzava gli Arditi del popolo di Guido Picelli e Antonio Cieri, quelli che il primo agosto 1922 alzarono le barricate e respinsero gli squadristi di Italo Balbo (rileggersi Oltretorrente di Pino Cacucci).
Ma per me la scoperta era un dito rigirato nella piaga. Nei giorni immediatamente successivi all’assassinio del compagno, anche a Vicenza venne diffuso un manifesto contro le aggressioni fasciste. Stampato in xerigrafia, scritte rosse su fondo bianco, nella prima versione era firmato da quasi tutte le organizzazioni extraparlamentari di sinistra presenti in città. Potere operaio, Lotta continua, Il Manifesto, Servire il popolo e gli Anarchici. Mancava solo Lotta comunista. Nel giro di 24 ore i manifesti già incollati sui muri vennero ricoperti con una nuova versione da cui era scomparsa la firma degli anarchici. L’iniziativa, imposta anche alle altre organizzazioni, veniva da qualche capetto di Potere Operaio (in anni più recenti docente universitario) che non voleva “confondersi con questi…”(e giù con i soliti epiteti). L’incazzatura di allora riesplodeva ingigantita scoprendo che in fondo Mariano Lupo era stato più vicino agli anarchici che agli stalinisti (di fatto se non di nome) del Potop vicentino. Già allora avevo perso il conto di quante volte mi ero sentito dire, minacciosamente: “…faremo come in Spagna” (con un evidente riferimento al maggio 1937 di Barcellona).
Va anche ricordato che dopo l’uccisione di Lupo la sede parmense del Msi venne devastata e che uno dei suoi assassini, un certo Bonazzi , entrò a far parte della redazione di Quex, insieme a Murelli (“giovedì nero” del 12-4-1973), Izzo (il massacratore del Circeo) e Zani. Tra gli ispiratori del giornale dei detenuti di estrema destra, pare ci fosse anche Franco Freda.
Torniamo in parete. Risalgo il primo tiro e recupero il compagno. Scatto un paio di foto e riparto. Ormai concluso il secondo tiro, mi arrivano le prime lamentele. E’ in crisi e non se la sente di proseguire. A volte capita, niente di cui scandalizzarsi. Che fare? Ridiscendere o arrivare in cima e poi tornare a recuperarlo. Opto per la seconda soluzione. Non saprei dire perché. Forse la discesa, visto che non mi fidavo della “sicura” di Roberto, mi sembrava più rischiosa della salita in “libera”. Oppure, semplicemente, volevo tornare a casa con almeno una via completata. Recupero la corda, la infilo nello zaino e risalgo utilizzando il “camino” (una grotta verticale con foro di entrata e di uscita*) che mi permette di evirare un tratto esposto (visto che al momento non godo nemmeno di una sicura psicologica). Mentre scendo in corda doppia lungo la “Maruska”, riconosco a pochi metri, in libera su una parete ben più impegnativa, Franco Perlotto, autore di imprese alpinistiche di fama mondiale (dalla Norvegia alla California, dal Sudamerica al Sinai…) e futuro sindaco di Recoaro (attualmente mi pare gestisca un rifugio sul Monte Bianco). Ritornato alla base della “Danieli” risalgo fino a dove Roberto rischiava ormai di nidificare e dopo una sommaria spiegazione lo aiuto a calarsi fino al sentiero. L’ho rivisto solo dopo qualche anno. Insegnava in qualche università sudamericana e comunque conservava ancora gelosamente il casco di Mariano Lupo. Per non scordarsi di quello che siamo stati. Nonostante tutto.


Gianni Sartori