di Gianni Sartori

Approfittando dell’interessata “distrazione” dell’opinione pubblica, in particolare di quella occidentale, tutta concentrata sull’Ucraina, l’aspirante “pacificatore” Erdogan va intensificando gli attacchi militari contro la resistenza curda.

E – purtroppo – col sostegno di un partito curdo che a questo punto possiamo definire “collaborazionista”. Ovviamente mi riferisco al PDK (Partito Democratico Curdo).

Infatti gli attacchi nel Kurdistan del Sud (con un massiccio utilizzo di elicotteri, in particolare nella zona di Kurojahro), godrebbero non solo dell’approvazione, ma anche della collaborazione del partito di Barzani.

In un comunicato dell’Ufficio stampa delle HPG (Forze di Difesa del Popolo, braccio armato del PKK) si può leggere che “alle 22h36, nella notte del 21 aprile, elicotteri appartenenti all’esercito turco hanno attaccato la zona di resistenza di Kurojahro (zona controllata dal PKK nda) dopo aver sorvolato le zone controllate dal PDK controllato dal clan Barzani. Oltre agli elicotteri d’attacco e agli elicotteri Sikorsky S-61 (di fabbricazione USA nda ), le forze turche hanno utilizzato un elicottero Chinook (sempre di fabbricazione statunitense nda). L’esercito turco ha tentato di far atterrare dei soldati dagli elicotteri. Le nostre forze sono intervenute distruggendo gli elicotteri”.

Nel corso delle ore successive della notte l’esercito turco ha messo in campo un’altra decina di elicotteri e altri sarebbero stati danneggiati dai guerriglieri. Un altro è stato abbattuto in prossimità della base di Sîre a Shaladize al momento del decollo.

Intanto i combattimenti tra la guerriglia curda e l’esercito di Ankara proseguivano anche nella zona di Zap.

Paradossalmente, mentre il PDK mostra “comprensione attiva” (se non peggio) per le operazioni turche, il governo iracheno, attraverso il ministero degli Esteri, ha smentito le affermazioni di Ergogan sulla presunta collaborazione di Bagdad.

Testualmente, il portavoce del ministero, Ahmed Sehaf, ha dichiarato che “il ministero iracheno degli esteri considera l’operazione militare della Turchia come una palese violazione del territorio iracheno, pericolosa per l’integrità dell’irak. Questa operazione nuoce all’Irak e suscita molta inquietudine”.

Tuttavia, stando alle dichiarazioni di comando delle unità di resistenza di Shengal l’esercito iracheno starebbe attaccando la regione yazida di Shengal. Colpendo provocatoriamente le forze di sicurezza di Asayîşa Êzîdxanê e delle YBŞ e YJŞ (unità femminili di Shengal)

E questo starebbe accadendo sotto precisa richiesta sia del PDK che della Turchia.

Dal comunicato delle YBŞ si ricava che “nel pomeriggio del 18 aprile, l’esercito iracheno ha attaccato direttamente un posto di controllo di Asayîşa Êzîdxanê a Digur.

Le forze di sicurezza sono state costrette a rispondere all’attacco dell’esercito iracheno”. In realtà sarebbero stati esplosi, più che altro, colpi di avvertimento. Ma comunque nel breve scontro a fuoco sarebbero rimasti feriti sia membri delle forze di sicurezza che alcuni civili. Almeno un militante sarebbe deceduto per le ferite.

Altre provocazioni si registravano il 19 aprile, verso le 2 di notte, quando i soldati iracheni tentavano, invano, di catturare qualche civile. Si tratta di zone da cui le milizie dei curdi yazidi avevano scacciato l’Isis e che finora erano controllate congiuntamente da YBŞ e YJŞ con l’esercito iracheno.

Sempre dalla fonte delle YBŞ apprendiamo che “la nostra posizione finora si basava sulla soluzione di problemi non sulla risposta alle provocazioni. Non non pensiamo che questi attacchi dell’esercito iracheno siano estranei a quelli del PDK e dello stato espansionista turco. Essi avvengono sotto la loro pressione, hanno lo scopo di riportare il nostro popolo sotto l’oppressione (…) e mirano a distruggere la nostra volontà politica riportandoci nella situazione del 2014”.

In precedenza, il 9 ottobre 2020, governo iracheno e PDK avevano concordato di liquidare l’autonomia della regione di Shengal (mentre la Turchia manovrava la riunione da dietro le quinte). Da parte loro le YBŞ, convinte che “i problemi si possono risolvere con il dialogo”, anche dopo l’ottobre 2020 avevano “continuato a lavorare per una soluzione concordata, ma dopo gli ultimi attacchi siamo costretti a reagire”.

Nel loro comunicato YBŞ e YJŞ rivendicando i loro “coraggiosi combattenti caduti a centinaia per la liberazione e la difesa di questo paese” ribadiscono con forza di aver “liberato il nostro popolo e la nostra terra in condizioni molto difficili conducendo una guerra implacabile contro il terrore dello Stato islamico senza mai abbandonare le nostre posizioni. Oggi come ieri siamo determinati a resistere contro qualsiasi attacco. Promettendo al nostro popolo di difendere la nostra terra ancestrale fino all’ultima goccia di sangue”.

Gianni Sartori