di Christian Zeller*

L’attacco russo contro la popolazione ucraina conferma con tutta la sua forza che siamo entrati in una fase storica di rotture e svolte globali. Abbiamo compiuto un altro passo decisivo verso un punto di svolta che è stato annunciato ormai da tempo. Contrariamente quel tipo di narrazione tradizionale di sinistra che che difende un pensiero di carattere geopolitico e in definitiva reazionario, quello che viene definito “campismo”, si deve riconoscere che non sono gli Stati Uniti e la NATO, ma Putin e la sua cricca oligarchica che stanno stabilendo il ritmo dell’attuale conflitto. E questo solleva diversi interrogativi.

In un mio recente articolo “Contro il mondo degli imperialismi – costruire il mondo delle resistenze dal basso“, pubblicato il 23 febbraio, cioè prima del grande attacco russo all’Ucraina, ho sostenuto un punto di vista che si caratterizza come opposizione a tutti gli imperialismi. Nel suo discorso del 21 febbraio, Putin ha apertamente negato il diritto all’esistenza dell’Ucraina e ha annunciato la guerra. L’attacco su larga scala lanciato il 24 febbraio conferma che questa operazione a tutto campo è stata preparata con molto anticipo.

Gli Stati Uniti, la NATO e l’UE non sono né in grado né disposti a rispondere in modo coerente. Accettano che Putin allontani di nuovo l’Ucraina dalla loro sfera d’influenza. Il presidente americano Biden ha messo in guardia contro l’invasione russa il 17 febbraio. Lo ha fatto in un discorso che non aveva i toni della forte propaganda, ma, piuttosto, si caratterizzava per un’ammissione della propria debolezza politica e dell’incapacità di contrastare l’aggressione russa. I servizi segreti americani sapevano cosa sarebbe successo. Ma gli Stati Uniti e la NATO stanno agendo da una posizione di debolezza politica, anche se sono di gran lunga la potenza militare più forte. I disastri in Afghanistan, Iraq e Libia in primo luogo pesano troppo. Gli Stati Uniti e i governi europei stanno reagendo alla crisi economica e alle contraddizioni politiche seguendo la logica dell’”ognuno per sé stesso”. Ciò rende impossibile una strategia comune.

Nessun governo in Europa si è seriamente preparato all’ipotesi di una guerra. Già settimane fa, il leader della CDU tedesca Merz si è espresso chiaramente contro l’applicazione di dure sanzioni contro la Russia. Dopo tutto, il capitale tedesco è da tempo fortemente rappresentato in Russia e molto più massicciamente che in Ucraina (basta guardare le statistiche relative agli investimenti diretti). Il capitale europeo non vuole fare a meno del mercato russo. I governi seguono gli sviluppi del conflitto con il fiato sospeso per vedere se le consegne di gas russo arriveranno in tempo e sperano che il prezzo del gas non aumenti troppo. I politici austriaci confermano di voler continuare a rimanere nei consigli di amministrazione delle aziende russe. Il governo svizzero vuole che il proprio paese rimanga un hub per le esportazioni di materie prime russe. La società Nord Stream 2, con l’azionista Gazprom e gli investitori finanziari Engie, OMV, Shell, Uniper e Wintershall DEA, ha la propria sede nel centro finanziario offshore di Zugo. E tutti sono soddisfatti di questa cosa. L’economia russa è legata al capitale globale attraverso il suo modo specifico di pesare sulle materie prime. L’imperialismo russo fa affidamento su questa economia delle materie prime e sulla sua rilanciata potenza militare. Da molto tempo è in grado di esportare capitali. Allo stesso tempo, molti capitali europei vengono investiti in Russia. Questo capitale teme per il suo patrimonio se la situazione dovesse peggiorare. Se i paesi dell’UE dovessero procedere al congelamento dei beni russi, queste aziende perderebbero i loro beni in Russia.

La strategia di Putin è motivata da considerazioni di ordine politico. Egli ha puntato una posta assai alta e scommette sulla vittoria, assumendo rischi calcolati. La sua campagna è il risultato di una lunga pianificazione e di una preparazione sistematica. È assurdo pensare che una tale operazione possa essere stata lanciata come una semplice reazione a breve termine di fronte alle schermaglie sviluppatesi in Ucraina orientale. Questa pianificazione a lungo termine mostra anche come l’offensiva bellica di Putin non sia una reazione alla riluttanza dei governi europei a negoziare, ma scaturisce da una logica imperialista interna, che deve tuttavia essere ancora meglio decifrata.

Le sinistre che finora hanno solo blaterato sulla propaganda di guerra occidentale, ignorando di fatto la strategia a lungo termine di Putin, stanno ora sperimentando la bancarotta del loro sterile pseudo-antiimperialismo unilaterale. È evidente che la NATO al momento non sarebbe in grado condurre una guerra. Infatti non vi è stata la benché minima preparazione dell’opinione pubblica a qualsiasi azione di guerra offensiva, a differenza di quanto era stato fatto con le guerre contro l’Iraq, la Serbia o anche la Libia. Né il capitale né i popoli europei vogliono la guerra. Il capitale teme la svalutazione. Il capitale deve e vuole circolare, anche in una pandemia, anche in guerra. La gente, a sua volta, ha le proprie preoccupazioni quotidiane.

Se la NATO avesse davvero voluto impedire la campagna russa, avrebbe dovuto agire in modo veramente offensivo. Ma non poteva. Politicamente, essa non è in grado di farlo in questo momento. Inoltre, Putin alla fine è arrivato addirittura a minacciare un attacco nucleare. Solo la minaccia di un contrattacco nucleare distruttivo lo avrebbe dissuaso. Fortunatamente, nessuno ha voluto fare questo passo. Gli anni ’80 non torneranno.

I prossimi anni saranno segnati da una gigantesca ondata di riarmo. Gli imperialismi americano ed europeo cercheranno di ripristinare la loro capacità d’intervento ad ogni costo, anche perché un nuovo rivale, potenzialmente ancora più forte, si sta sviluppando in Cina. Questo riarmo sarà accompagnato da un attacco alle conquiste sociali fondamentali, da un ulteriore aumento del debito pubblico e da una rinnovata espansione del capitale fittizio con successivi crash. I fuochi d’artificio ideologici che serviranno a giustificare tutto questo sono già in arrivo.

In queste contesto non è realistico attendere la messa in atto di misure efficaci contro il riscaldamento globale. Qualsiasi forma di compromesso sociale o un New Deal verde appare ormai decisamente fuori da qualsiasi ordine del giorno. E tutto ciò rende pura carta straccia qualsivoglia progetto di riforma sociale come quelli avanzati dai partiti di sinistra.

Il compito immediato è quello di costruire delle resistenze dal basso. Il collegamento con i movimenti socialisti, femministi ed ecologici in Russia e Ucraina è molto importante. Organizziamo attività unitarie e aperte che permettano a tutti di compiere passi avanti e di meglio comprendere la realtà sociale. Chiedere impotenti operazioni diplomatiche ai governi è solo la forma più morbida della geopolitica reazionaria e della pacificazione nazionale. È invece necessario che gli ecosocialisti rivoluzionari sviluppino nuove strategie di rottura, ancoraggio sociale e organizzazione.

*articolo apparso il 26 febbraio 2022 sul sito in tedesco dell’MPS www.sozialismus.ch. La traduzione in italiano è stata curata dal segretariato MPS Ticino