Turni massacranti, carenza di personale, ferie sospese, reparti ordinari convertiti in fretta e furia in aree Covid. E una manovra che non riconosce, dopo due anni di pandemia, il ruolo di chi lavora e la centralità del rilancio della sanità pubblica

Di Ennio Minervini

“Turni massacranti, carenza di personale, ferie sospese anche tra natale, fine anno ed epifania, reparti ordinari convertiti in fretta e furia in aree Covid”.

Il lungo inverno della sanità italiana, esploso nel febbraio del 2020, sembra davvero non poter finire mai, mentre anche gennaio del 2022 volge al termine. Un inverno interminabile che dura da quasi 24 mesi.

Un inverno annunciato da decenni di tagli, non ci stancheremo mai di dirlo, ma che dal 2020 è diventato evidente senza che il Governo intenda porvi rimedio con misure efficaci, capaci di riportare la salute pubblica al centro della scena.

Sono in tante e in tanti a pagare un prezzo pesante a queste scelte. Nel mese di gennaio, ormai prossimo alla fine, gli operatori sanitari (medici, infermieri, Oss) si sono ammalati al ritmo di 800, 1.000 al giorno. La retorica degli eroi di circa due anni fa presenta il conto. Molto comodo parlare di eroi e continuare a lasciare che le cose continuino a non funzionare, con la spesa corrente per la sanità che nel 2022 torna a decrescere rispetto all’anno precedente, come se nulla fosse successo, come se tutto non continuasse  a succedere, come se nulla si potesse imparare dalla lezione che la realtà della pandemia ci ha messo sotto gli occhi.

Ma cos’è che è successo e che continua a succedere?

Continua a succedere che i turni di operatori ed operatrici sanitarie non hanno mai fine. L’orario ordinario viene superato costantemente, gli infermieri nell’arco della stessa giornata passano dal triage al pronto soccorso al servizio in un’ambulanza, da un reparto all’altro, mentre i reparti ordinari tornano a chiudere per trasformarsi in reparti covid. In questo inferno di stress, fatica, emergenza senza fine ed esasperazione di lungo periodo, si rinuncia al riposo, alle ferie, ci si ammala, non si vede la fine dell’incubo.

Continua a succedere, come già detto, che chiudono i reparti ordinari non-covid, chiudono le sale operatorie per adibire spazi e personale all’emergenza, che si nega assistenza, salute, futuro ai pazienti che necessitano di cure per altre patologie.

Negli ospedali soffrono tutti e tutte, il personale strutturato, i precari, le precarie, il personale in appalto delle pulizie, delle portinerie, delle lavanderie, i tecnici della manutenzione.

Soffrono i cittadini e le cittadine, i pazienti, coloro che cercano un presidio di salute e lo trovano convertito in altro. Chiuso per covid, ancora una volta, due anni dopo.

Non era ammissibile già nel 2020 che tutto questo potesse accadere. Non era ammissibile perché avveniva a valle di un processo di smantellamento della sanità pubblica durato quasi tre decenni, con tagli di risorse, continue privatizzazioni, aziendalizzazione, decentramento egoistico e inefficiente, riduzione di personale, chiusure di presìdi di salute, rottura dell’universalità e della gratuità dell’assistenza.

Ma dopo quasi due anni è ancora più inammissibile. In questi due anni si sarebbe potuto iniziare a porre rimedio ai danni. Aumentare posti letto nei reparti ordinari e nelle terapie intensive. Aumentare il numero e rafforzare le articolazioni dei presidi territoriali. Riconvertire al pubblico ogni struttura di cure intermedie, perché il profitto sulla sanità toglie risorse alla salute.

Rafforzare progressivamente la rete di medici di medicina generale, ricondurla ad un rapporto di lavoro dipendente con il Servizio sanitario nazionale, superando il sistema convenzionale, predisponendo la specialità universitaria post laurea di medicina generale, superando il numero chiuso alle facoltà di medicina.

E soprattutto si sarebbe potuto e dovuto assumere e immettere in ruolo tutti i precari e le precarie della sanità, assumere ulteriormente altro personale medico, infermieristico, tecnico sanitario, superando i danni più che decennali legati al blocco del turn-over. Perché non si fa sanità solo con le strutture ma anche e soprattutto con le persone che lavorano e si prendono cura di chi ha bisogno di cure.

La stessa gestione emergenziale della pandemia e delle vaccinazione, con un governo che ha puntato tutto su una misura parziale e discriminatoria con il green-pass, ha finito per far sospendere dal servizio personale sanitario senza che fosse sostituito da nessuno. Anche questa è stata una misura che, nei fatti, ha provocato tagli di personale che, a macchia di leopardo, ha creato problemi importanti in molti reparti e strutture sanitarie.

Il dibattito nazionale si è concentrato sull’assurda polarizzazione tra no-vax e solo-vax. Tra chi ha negato la rilevanza di una vaccinazione di massa per fronteggiare una emergenza pandemica e chi ha negato la necessità di una risposta complessa e completa che restituisse centralità alla salute pubblica e al ruolo del Servizio sanitario nazionale.

Sono stati senza dubbio numerosi i responsabili di questo decadimento del dibattito. Il sistema dell’informazione non ha certamente aiutato, tentato alla banalizzazione delle questioni in campo e al sensazionalismo delle notizie e della lettura della realtà. Non ha contribuito l’istinto al protagonismo mediatico di alcuni “esperti”, perfino di coloro che sprezzanti del ridicolo avevano già annunciato, nell’estate del 2020, la morte del virus e la fine della pandemia.

Ma il responsabile maggiore è stato il Governo Draghi, il legame profondo che questo Governo ha con il mondo degli affari, con le grandi imprese nazionali e multinazionali, con chi da questa pandemia ha guadagnato ulteriori ingenti ricchezze e pensa di poterlo fare ancora di più mettendo le mani private sulla sanità.

Perché, anche nel capitolo riguardante la sanità, questo è il Pnrr: le mani dei privati sulla sanità pubblica, la confisca dei denari della collettività a vantaggio di pochi.

Il Pnrr di Draghi mette nero su bianco che la sanità territoriale del futuro si farà con meno medici anziché più medici. Che il rapporto medico-paziente sarà mediato da sovrastrutture telematiche anziché dalla prossimità che un tempo, agli albori dell’istituzione del servizio sanitario nazionale pubblico, era stato vincente. Che le strutture sanitarie territoriali devono diventare terreno di conquista del privato profit e, cosiddetto, non-profit. Il modello lombardo, così potentemente e drammaticamente svergognato dalla pandemia, diventa ancora più di prima modello dominante.

Ed è per questo che il Governo, incapace con queste misure e con il nuovo taglio previsto nel 2022 di fronteggiare la situazione, si è limitato a porre l’attenzione sulle persone, per la verità poche anche rispetto al confronto internazionale, che non si sono vaccinate. Senza peraltro nemmeno prendersi la responsabilità piena di decidere per la vaccinazione obbligatoria, perpetrando misure parziali inefficaci, mentre perfino il tema della vaccinazione dell’intera umanità resta preso in ostaggio dai famelici appetiti di profitto delle imprese capitaliste.

Noi pensiamo al contrario che sia urgente una trasformazione completa del modo in cui si struttura la società.

Noi pensiamo che la salute e la presa in carico di ogni situazione di fragilità debba essere al centro di ogni risorsa impiegata.

Noi pensiamo che abbiamo bisogno della costruzione di rapporti sociali basati sulla cura della salute, sulla scuola pubblica, sulla tutela dei bisogni, sulla difesa dei beni comuni, dei diritti sociali, dei servizi pubblici gratuiti.

Sulla difesa dell’ambiente, dell’ecosistema, del territorio.

Un’alternativa ecosocialista, femminista e rivoluzionaria che coniughi uguaglianza e natura. Il comunismo del secolo 21.