di Franco Turigliatto

Giornata positiva quella del 16 dicembre in cui settori importanti della classe lavoratrice sono tornati in piazza con la volontà di rafforzare le lotte operaie in corso e dare un segnale forte di resistenza alle politiche del governo e della Confindustria.

Lo sciopero generale (anche se mancavano alcune categorie importanti come la scuola, la sanità e una parte delle poste) costituiva infatti un sfida difficile non solo per le due confederazioni sindacali che lo avevano dichiarato, ma anche e soprattutto per la classe lavoratrice nel suo insieme, uno sciopero significativamente incidente sui rapporti di forza politici tra le classi sociali nel nostro paese.

Abbiamo richiamato nei nostri precedenti articoli il colpevole ritardo con cui le direzioni di CGIL e hanno proclamato la giornata di mobilitazione, la subalternità nei confronti del governo Draghi, i limiti delle loro piattaforme rivendicative, ma soprattutto anche, l’incertezza del loro operato e la mancanza di una volontà netta di cambiare registro politico e di aprire un nuovo percorso, quello di uno scontro inevitabilmente duro, se si vuole fare sul serio, con la Confindustria e il governo che ne rappresenta gli interessi. Va da se poi che uno sciopero generale avrebbero dovuto avere tempi di preparazione ben più lunghi ed articolati. Era infatti evidente che la scelta dello sciopero di Landini e Bombardieri alla vigilia delle feste era stata fortemente indotta non solo o non tanto dalla consapevolezza della condizione drammatica delle classi lavoratrici e dal loro profondo disagio (condizione a loro nota da tempo ed espressa nell’autunno in particolare dalle tante fabbriche in difesa del posto di lavoro), ma dal fatto che il loro ruolo in quanto apparato di concertazione, veniva messo in discussione dagli schiaffi in faccia ricevuti dal governo e dai partiti che lo sostengono e che si sfilacciava il rapporto con una parte dello loro base.

Avevamo anche sottolineato come anni e anni di offensiva sociale politica ed ideologica non contrastata dalle organizzazioni sindacali maggioritarie, aveva prodotto confusione e demoralizzazione nella coscienza politica e nei livelli di unità delle classi lavoratrici che rendevano quanto mai impervia la realizzazione di uno sciopero generale.

Quali risposte sono arrivate dalla giornata del 16?

La prima, molto positiva, è che ci sono ancora significativi settori della classe lavoratrice che sono disponibili a mobilitarsi e scendere in piazza: le 5 manifestazioni sono state consistenti (più di 30 mila in piazza del Popolo a Roma, non molto meno a Milano all’Arco della Pace, più limitata quella del Sud a Bari e naturalmente quelle delle due isole. A Milano, ma anche a Roma si è visto una forte composizione operaia (in particolare dei metalmeccanici), non solo delle fabbriche che stanno lottando per difendere il posto di lavoro, ma anche di molte altre che sono invece, specie in Lombardia, in piena ripresa produttiva. Per altro questa potenzialità di mobilitazione si era già espressa nei mesi scorsi in alcune lotte come quelle della logistica, tra le lavoratrici e lavoratori dell’Alitalia e poi alla GKN di Firenze dove il Collettivo di fabbrica ha saputo costruire un vasto movimento solidale ed unitario culminato nella manifestazione di Firenze del 18 settembre, che non a caso chiedeva a gran voce lo sciopero generale.

In piazza si percepiva la contentezza delle lavoratrici e dei lavoratori di essere uscite/i dall’immobilismo demoralizzante, di partecipare infine a uno sciopero ampio, di poter uscire ai luoghi di lavoro, salire sui pulmann, fare il corteo discutendo ed anche scherzando con le/i compagne/i , poter socializzare la loro condizione e il loro stato d’animo ricongiungendosi ad altri settori di lavoro, attraverso la forma storica e il protagonismo che si esprime nella manifestazione di piazza. Da segnalare anche la presenza non solo dei pensionati, ma anche di molti studenti che in alcune città (vedi Roma in particolare) stanno occupando le scuole e di giovani.

Tutto questo non era per nulla scontato anche perché il bombardamento antisciopero delle forze padronali è stato ad alzo zero, una reazione unificata violentissima di tutte le componenti, sia quelle economiche (Confindustria e soci), sia quelle politiche sia di quelli che stanno nel variegato governo, compreso il PD, sia di quelli che fanno finta di stare all’opposizione, sia infine dei loro strumenti mediatici che hanno coperto di insulti i protagonisti dello sciopero e poi hanno oscurato completamente l’avvenimento, una grande unità di classe borghese contro la classe lavoratrice che osava riprendere la parola per esprimere, in primo luogo, la propria condizione di sfruttamento ed oppressione.

E qui emerge un secondo elemento positivo: la semplice dichiarazione di sciopero ha infatti rotto la narrazione ideologica e politica della presunta unità di intenti di tutto paese costruita intorno alla figura del bonaparte infallibile, Draghi, una volgare mistificazione per mascherare le sue scelte economiche e sociali violentemente antipopolari e funzionali al progetto e agli interessi delle forze capitaliste. Lo sciopero denunciava la falsità e l’ingiustizia dell’operato del governo, la drammaticità di una condizione dei lavoratori e la volontà di far conoscere e di affermare i loro interessi e diritti, rompendo un quadro di dibattito politico in cui era presente solo il nauseante e fasullo scontro tra le varie fazioni politiche borghesi (tutte unite però contro i lavoratori) e rimettendo in agenda lo scontro sociale.

Le direzioni e gli apparati della CGIL e della UIL, hanno a loro volta ottenuto una piccola vittoria, la dimostrazione di essere in vita e di essere “essenziali” per il mantenimento della cosiddetta pace sociale: questo nelle loro speranze dovrebbe spingere governo e padroni a riconoscere di nuovo il loro spazio e ruolo ed anche a essere disponibili a qualche concessione per le lavoratrici e i lavoratori, viste anche le grandi disponibilità finanziarie oggi presenti. Speranze che potrebbero andare disilluse perché l’intento della borghesia è fin troppo chiaro. Vogliono ristrutturare e rilanciare il capitalismo italiano ed europeo; vogliono più divisione, precarietà e sfruttamento per realizzare questo obiettivo, vogliono una vittoria completa. Solo lotte molto dure possono incrinare questo progetto.

Limiti e difficoltà dello sciopero

E questo ci porta a prendere in considerazione le criticità e le difficoltà dello sciopero del 16 dicembre.

Non è stato uno sciopero capace di bloccare il paese come uno sciopero generale dovrebbe. Non solo perché alcune categorie sono state esentate dallo sciopero, ma perché l’astensione dal lavoro, la fermata delle attività produttive, dei trasporti, dei servizi sono state parziali, a macchia di leopardo, con punte assai significative, ma anche con punti di caduta, negli uffici, nella pubblica amministrazione, come per altro già era avvenuto nello sciopero della scuola alcuni giorni prima. CGIL e UIL hanno segnalato percentuali molto alte tra i metalmeccanici e anche nei trasporti, nell’agro industria e tra gli edili, ma alcune di esse sembrano discutibili o parziali e occorrerà una disamina molto più precisa per verificare i punti di forza, ma anche i tanti punti di debolezza. Questa situazione era del tutto inevitabile: date le condizioni complessive delle classe lavoratrici sarebbe servito un lungo lavoro di preparazione e comportamenti conseguenti in tutti questi mesi per far crescere attesa e coscienza; servivano almeno alcune settimane di lavoro, di assemblee, di discussione in tutti i luoghi di lavoro, di una piattaforma con obiettivi meno generici e immediatamente riconoscibili, servivano anche apparati sindacali, ormai addormentati nelle routine conservatrice, capaci di attivarsi adeguatamente nella costruzione di uno sciopero difficile. Se si vuole scherzare si potrebbe dire, che alcuni dirigenti sindacali, hanno dovuto rivedersi i filmati d’epoca di lotte passate, per ritrovare linguaggi capaci di suscitare passioni ed essere credibili in un ruolo di lotta.

La lotta deve continuare

In ogni caso si è aperta una breccia e una possibilità che possono essere sfruttate sempre che la giornata del 16 sia concepita come una tappa di un percorso di mobilitazione molto più lungo, difficile e soprattutto duro, quindi capace di allargare consensi e di polarizzare via via forze più ampie.

Dal palco dove hanno parlato Landini e Bombardieri erano consapevoli che la credibilità di quanto dicevano, (nessuno poteva sperare seriamente che quello sciopero potesse ancora far cambiare i contenuti della legge finanziaria che sta per essere votata in parlamento) era collegata a quanto avrebbero fatto nelle settimane a venire. Hanno quindi dovuto affermare che quel giorno era solo un primo momento, che era loro intenzione costruire un percorso di mobilitazione duraturo per portare a casa alcuni punti della loro piattaforma rivendicativa.

Andare avanti con la lotta certo è possibile e soprattutto necessario se si vuole avere la forza di abrogare le norme sulle pensioni, di imporre modifiche radicali alle leggi che sanciscono la precarietà del lavoro e le delocalizzazioni, se si propone un riforma fiscale che faccia pagare i padroni, se si difende e si qualifica il reddito di cittadinanza, se si vuole respingere l’autonomia differenziata che dividerà ancor più il paese favorendo le regioni più ricche a scapito di quelle più povere, se si vuole anche prendere le misure adeguate per contrastare il riscaldamento climatico e preservare l’ambiente e infine se si vuole imporre il rilancio della scuole e della sanità pubblica.

Andare avanti è possibile se si danno strumenti organizzativi di partecipazione e di indirizzo politico e sindacale a quei settori di “avanguardia” scesi in piazza ancora un po’ confusamente, ma fondamentali per organizzare e orientare le assemblee delle lavoratrici e dei lavoratori, per ricostruire un tessuto largo ed unitario di partecipazione e di disponibilità alla lotta. Molto dipenderà certo da quanto farà o non farà la direzione della CGIL (su cui abbiamo per altro poche illusioni), da quello che si muoverà al suo interno, da quanto riusciranno a pesare i delegati ei quadri più combattivi e sostenitori di una coerente posizione di classe.

Un ruolo spetta anche ai sindacati di base, (quasi mai le considerazioni che sono comparse sui loro siti in questi giorni, ripiegate solo in un ruolo di denuncia, sono sembrate all’altezza della situazione) che sono chiamati a prendere contezza tattica della situazione che potrebbe aprirsi, essendo capaci di esercitare un’azione unitaria non solo tra loro, ma anche nei confronti di tutti i lavoratori e in particolare dei lavoratori che hanno trovato un riferimento nello sciopero del 16 e in quei settori che più o meno illusoriamente sperano che Landini mostri la grinta necessaria per confrontarsi coi padroni fino in fondo. Noi sappiamo invece quanto l’azione della CGIL sia invece sia molto più tattica e contingente di quando dovrebbe essere. Ma appunto la finestra che si è aperta significa che bisogna saper agire in un contesto contradditorio in cui muoversi tatticamente per far avanzare il sindacalismo di classe.

Nel quadro complessivo si colloca anche il percorso di convergenza lanciato dalla Società della cura e dalla Rete Genova 2021, già protagonista della manifestazione del 30 ottobre a Roma che ha la finalità di favorire l’unità di tutti i movimenti sociali, ambientali, sindacali e forze politiche anticapitaliste, con l’obiettivo di costruire uno sciopero generale condiviso, aperto e partecipato da tutti questi soggetti.

Le forze della sinistra radicale che hanno sostenuto e partecipato attivamente allo sciopero hanno un ruolo importante da svolgere contribuendo appieno e facendo ognuna la sua parte, a un processo di consolidamento e di sviluppo delle resistenze della classe lavoratrice contro il governo e la classe padronale.