Ripubblichiamo, dal sito “Nero”, un interessante articolo di Bifo sulla situazione socio-politica causata dalla pandemia. Una diagnosi con molti spunti condivisibili, a mio avviso (al di là della trita e ritrita manfrina a base pseudo-etnica sulla “razza bianca” o sull’Occidente), anche se la terapia proposta mi sembra la riproposizione della solita fuga in avanti (sospesa tra utopia e riformismo) tipica delle correnti (la cosiddetta “autonomia operaia”, ormai sempre meno utopica e sempre più riformista,) da cui proviene il compagno Bifo.

FG

Il Covid lungo della mente sociale

Nelle ultime pagine del suo libro La peste, Camus racconta il festoso ritorno alla vita della città di Orano dopo l’estinguersi dell’epidemia. Oggi, nell’autunno del 2021, all’orizzonte non si vedono segni di una festa imminente. Al contrario sembra che i segnali del disagio psicosociale si approfondiscano, e se nell’assenza di luoghi di incontro qualcuno si azzarda a organizzare un rave party rischia di essere aggredito come untore. 

All’inizio del flagello il cretinismo pubblicitario diceva: ne usciremo migliori. Con ogni evidenza è vero il contrario: nervosismo generalizzato, razzismo rampante, violenza predona delle grandi corporazioni, diseguaglianza galoppante. L’avidità proprietaria di Big Pharma ha impedito la produzione locale dei vaccini e il risultato è Omicron. I vecchi bianchi si sono iniettati le terze dosi che sarebbero dovute andare ad altri, ma il virus è più furbo e si prepara ad ammazzarne qualche altro milione, magari anche me. 

Ma quel che mi interessa non è la persistenza del virus, bensì una specie di Covid lungo della mente sociale. 

Si definisce Long Covid la prolungata persistenza di sintomi di vario genere dopo il contagio e la guarigione. Un’amica che ne ha sofferto mi ha detto che il sintomo principale era per lei una spossatezza costante, una perdita di energia e anche una certa confusione mentale. In effetti spossatezza e confusione mentale sembrano dominare la scena contemporanea. Il caos (economico, geopolitico e psichico) che il virus ha prodotto sembra perdurare, anzi accentuarsi, al di là degli effetti positivi della vaccinazione di massa. Le proteste di piazza, la resistenza ai vaccini, la ribellione al Green Pass, a prescindere dalla fondatezza delle loro ragioni, alimentano una sensazione di panico.

Il virus ha agito come catalizzatore di fantasmi contrapposti: fantasmi paranoici di complotto e fantasmi ipocondriaci di paura che invadono e paralizzano la soggettività.

Il discorso pubblico è invaso da alternative paradossali e da doppi legami. L’ingiunzione sanitaria provoca una reazione che si manifesta dapprima come denegazione, poi come fobia (attribuzione al vaccino di poteri malefici, ossessioni complottiste). La reazione dei governi e della maggioranza dell’opinione pubblica contro gli eretici no vax assume carattere autoritario, paternalistico oppure aggressivo: licenziamento, cariche poliziesche, stigmatizzazione pubblica, censura. Si produce così una vittimizzazione di massa, e alla lunga la profezia paranoica (il vaccino è un complotto per imporre una forma totalitaria) finisce per autorealizzarsi. 

Se pensiamo che la resistenza al vaccino sia irragionevole (io non lo affermo, né lo nego, non intendo occuparmi di questioni che sono al di fuori della mia competenza) dobbiamo interpretarla come il sintomo di un disturbo, ed è assurdo criminalizzare il portatore del sintomo, come è inutile rivolgergli prediche sulla responsabilità. Il portatore del sintomo va curato, ma è l’insieme sociale ad essere pervaso di forme psicotiche.

Chi cura chi? 

Mentre impongono totale obbedienza agli ordini del complesso industrial-sanitario, i governi usano lo stato di emergenza come condizione perfetta per una furiosa imposizione di politiche di privatizzazione e precarizzazione. Perciò l’emergenza non deve finire mai, e i media devono continuare in eterno la campagna di panico che da quasi due anni inonda il discorso collettivo. Ogni giorno ci vengono somministrate ore intere di immagini televisive  ripetitive che hanno solo la funzione di terrorizzare: infermieri con camici verdi, mascherine e tute protettive, ambulanze che corrono, e fiale, fialette, siringhe, iniezioni, decine di iniezioni, centinaia di iniezioni. 

L’effetto di questa offensiva che mobilita l’intero sistema dei media in una campagna di terrore è visibile: il corpo sociale rattrappito in una crisi di ipocondria interminabile, quasi avesse paura di rinunciare alla paura. Questa paralisi dell’immaginazione e questo rattrappimento non sono un effetto del virus, ma la conseguenza della prolungata impotenza della società che non riesce a fermare l’impoverimento, la devastazione dell’ambiente fisico e mentale: la rabbia impotente è condizione altamente patogena.

Ma le tecniche terapeutiche che possano curare un’epidemia psichica generata dall’impotenza dalla rabbia e dalla solitudine non possono che essere paradossali.

Credo che l’Occidente sia politicamente finito: non per gli orrori di cui il suo dominio è responsabile, ma per l’incompetenza, il pressapochismo e la viltà.

Marasma e panico: l’aeroporto di Kabul metafora globale

Una cosa mi ha fatto particolare impressione nella disfatta americana che ha occupato l’attenzione nelle settimane di agosto: il marasma.

Biden aveva detto qualche tempo prima: non assisterete alle scene di Saigon, con il personale dell’ambasciata che scappa dal tetto. In effetti le scene dell’evacuazione dell’aeroporto di Kabul, la folla terrorizzata, la violenza, l’attentato cui l’intero mondo ha assistito erano molto peggio di Saigon 1975.

Nel ’75 gli americani avevano preparato l’evacuazione con largo anticipo, solo il personale dell’ambasciata rimase intrappolato alla fine quando i vietcong entrarono in città. Questa volta non era stato preparato nulla, perché gli americani pensavano di avere ancora sei mesi più o meno sicuri. Tutto invece è crollato in pochi giorni e decine di migliaia di collaboratori sono stati lasciati in balia del destino. Hanno creduto che gli occidentali fossero onnipotenti. Non sapevano che gli occidentali sono codardi, cialtroni e traditori.

Per questo credo che l’Occidente sia politicamente finito: non per gli orrori di cui il suo dominio è responsabile, ma per l’incompetenza, il pressapochismo e la viltà. In realtà non si tratta di incompetenza, ma di qualcosa di più profondo, e più inquietante: si tratta di marasma, caos mentale. 

Marasma è la parola con cui si indica lo stato di confusione mentale in cui cade una persona incapace di governare gli eventi della sua vita. 

Quando ho visto il discorso del povero Biden dopo l’attentato che ha ucciso duecento afghani, tredici militari americani, tre cittadini britannici, ho avuto l’impressione che balbettasse parole senza senso. Marasma: non è forse quel che sta accadendo all’Occidente in generale?

Il panico è l’effetto della esposizione a una complessità non elaborabile, una successione di alternative non più decidibili: il caos.

La rapidità, la complessità, la proliferazione dei processi sociali, militari e sanitari (la proliferazione del virus, le sue mutazioni) rendono la mente collettiva incapace di elaborare e di governare il mondo circostante.

Il panico è la manifestazione psichica e comportamentale di un organismo sopraffatto dal flusso di eventi ingovernabili. L’origine del panico sta in uno scarto tra la capacità di elaborazione cosciente degli stimoli e l’intensità e velocità degli stimoli info-nervosi.

Stiamo avvicinandoci a una situazione in cui degradazione dell’ambiente, moltiplicazione dei conflitti, e accelerazione degli stimoli info-neurali rendono impossibile conoscere in modo esaustivo e quindi decidere razionalmente. Stiamo entrando in una situazione in cui quanto più sappiamo tanto meno conosciamo, perché quante più informazioni riceviamo tanto più difficile diviene compiere una scelta.

Esiste una cura politica per il panico? Temo di no, perché il panico disattiva la mente politica. Esiste una cura psicocanalitica per il panico collettivo? Questa è la sola domanda che conta attualmente. Tutto il resto è marasma.

L’aeroporto di Kabul è la metafora della condizione globale che si è ripresentata su scala enormemente più vasta tre mesi più tardi a Glasgow, dove è andato in scena il panico di chi si rende conto che il tempo è scaduto. Il marasma della razza bianca sta travolgendo il pianeta e la stessa civilizzazione. L’estinzione non è la sola prospettiva che ci resta, ma è la meno terrificante.

Disgregazione del ciclo integrato dell’economia

Mentre il virus gioca a nascondino, si dilegua e ricompare variando, emergono segni di una crisi economica che ha poco a che vedere con quelle del secolo passato. Disgregazione del ciclo produttivo e delle forniture: mancanza di componenti elettronici e conseguente blocco del ciclo dell’auto e della computeristica, mancanza di benzina provocata da una carenza di camionisti in Gran Bretagna, navi che affollano nei porti con enormi ritardi nello smaltimento del traffico di merci, innumerevoli punti di sconnessione che rompono la catena delle forniture quasi dovunque. Scarsità di energia all’inizio dell’inverno. 

Questo quadro non assomiglia alle crisi di sovraproduzione del secolo scorso, né alle crisi finanziarie (le borse manifestano anzi una trionfale tendenza al rialzo). Di che si tratta allora? Si tratta di un effetto del caos che si va diffondendo nella catena degli automatismi produttivi, e nella vita quotidiana delle popolazioni bombardate da una insistente campagna di panico. Si tratta di un caos da sovraccarico, che è anzitutto un effetto della pandemia, ma anche e un effetto dello dei nazionalismi che si affermano sul piano economico provocando lo sgretolamento della globalizzazione. 

Il caos è il re del mondo pandemico: l’automa tecnico che controllava il flusso di merci sta entrando in tilt, e il coordinamento delle funzioni produttive ne è paralizzato. D’altronde sappiamo che quanto più un sistema è integrato e complesso, tanto più complessi sono gli effetti della discontinuità, e più difficile ricostruire gli automatismi.

Nell’inverno che si avvicina vedremo quanto profonde ed estese siano le conseguenze della grande sconnessione nella catena di fornitura delle merci (great supply chain disruption): semplici disagi localizzati, carestie di vaste proporzioni, intere regioni prive di riscaldamento, crollo della vita civile su larga scala? Non possiamo saperlo, perché la complessità del sistema che si sta disgregando non permette previsioni realistiche.  

Parte di questa great disruption è lo shock energetico determinato fra l’altro dalle timide misure di decarbonizzazione. Mentre si avvicina l’inverno, in alcune zone del mondo si deve scegliere se rinunciare al riscaldamento oppure riaprire le miniere di carbone che erano state chiuse per rispettare gli accordi di Parigi sul clima. Naturalmente si riaprono le miniere di carbone.

Tecnicamente non c’è più la possibilità di uscire dal ciclo della devastazione.

In balia dei venti

Lo scenario catastrofico che consegue al riscaldamento globale ha riaperto in modo imprevisto la questione coloniale: i paesi che negli ultimi due secoli hanno subito la violenza europea (anzitutto Cina e India) hanno detto chiaramente che per loro lo sviluppo industriale resta la priorità rispetto al contenimento della temperatura.

Il volume di inquinamento prodotto dai paesi occidentali negli ultimi due secoli è di gran lunga superiore a quello che hanno prodotto i paesi dominati. Sia dunque l’Occidente a pagare il prezzo della riduzione del danno. Ma l’Occidente non ha nessuna intenzione di pagarlo. Perciò è ora di farsene una ragione: l’apocalisse climatica, ormai in corso, è destinata a precipitare. Il riscaldamento ha già superato il punto di non ritorno, intere zone del pianeta stanno diventando inabitabili, le migrazioni sono inevitabili e dovunque provocano guerra e nazismo, perché i colonialisti bianchi non tollerano che i colonizzati vengano ad insozzare il loro giardino.

A Glasgow i tromboni della politica hanno ripetuto le solite promesse: nel 2050 tutto andrà bene. Tanto, di questo passo, nel 2050 non ci sarà nessuno a controllare.

Il limite di 1.5 di aumento della temperatura non è più realistico. E l’India ha annunciato che l’obiettivo zero emissioni è rimandato al 2070.

La politica non è in grado di andare oltre le proclamazioni perché i politici sono sul libro paga degli inquinatori, ma soprattutto perché la politica non ha il potere di decidere e di agire efficacemente contro l’irreversibile, e perché il cervello politico è chiaramente in stato di marasma. La sola cosa che possono fare i decisori politici, di conseguenza, è scaricare sui più deboli il peso di una miseria crescente, e questo fanno con solerzia e con alacrità.

In Italia il governo Draghi (con l’appoggio dei Cinque Stelle e del PD) ha evitato per il quarto anno consecutivo di legiferare una tassa sulla plastica. Tutti sanno che il consumo inutile di plastica sta soffocando le acque del pianeta, ma l’economia viene al primo posto, cosicché la produzione di plastica non si tocca: non è una decisione dei politici, è un automatismo dal quale la società non riesce ad uscire.

Tecnicamente non c’è più la possibilità di uscire dal ciclo della devastazione, poiché gli abitanti del pianeta continuano a crescere di numero (nonostante un provvidenziale crollo della fertilità maschile nel nord del mondo), mentre gli spazi abitabili si riducono a vista d’occhio, e le grandi migrazioni che ne seguono provocano guerre, nazionalismo, violenza. 

Dopo Glasgow il discorso è chiuso e faremmo bene a prenderne atto. I fenomeni catastrofici si moltiplicheranno, abituiamoci fin quando non ci ammazzano. Ma tra i fenomeni catastrofici che si moltiplicano ce n’è uno che mi pare contenere le condizioni di pensabilità per una strategia alternativa a quelle che abbiamo seguito fin qui senza successo. 

Dimettiamoci in massa

Inspiegabilmente (almeno per gli economisti) dall’inizio della pandemia quattro milioni e mezzo di lavoratori americani hanno lasciato il loro lavoro o non lo hanno mai ripreso. Potremmo vederlo come il più grande sciopero di tutti i tempi? In un articolo dal titolo The Revolt of the American Worker, Paul Krugman scrive che i lavoratori americani hanno capito che non vale la pena perdere il proprio tempo per salari così bassi e una condizione così miserabile come quella in cui vivono in quell’orribile paese in cui le vacanze sono un lusso inammissibile.

Le aziende hanno difficoltà a trovare manodopera, non perché la disoccupazione è scomparsa, ma perché un numero crescente di umani ha deciso che lavorare è un suicidio, una rinuncia alla vita, un’umiliazione perenne. Vista la stagnazione dei salari e la precarietà dell’esistenza, il rifiuto del lavoro è la sola scelta del tutto razionale. Allo stesso tempo proliferano i punti di interruzione del ciclo produttivo e della catena di distribuzione globale: Great supply chain disruption & Great Resignation. 

Due facce di un unico fenomeno: il dissolversi delle condizioni fisiche, psichiche e linguistiche dell’energia che muove il capitale.

Sin dall’inizio della pandemia il concetto di psicodeflazione mi è servito per intendere questa caduta dell’energia, questo sgretolamento dell’ordine sociale, e questo diffondersi del caos. Lungi dal considerarlo come una malattia, propongo di considerarlo come leva per distruggere l’automa capitalistico, per uscire finalmente dal cadavere infetto del Capitale.

In un articolo uscito sul Washington Post, Ishaan Tharoor e Claire Parker scrivono The “Great Resignation” goes global.

Quando ho letto la parola “resignation” qualcosa è scattato nella mia mente: quella parola, in inglese, significa insieme “dimissioni dal posto di lavoro” e “rassegnazione”. Vorrei aggiungere un’altra possibile interpretazione di questa parola: re-significazione. La rassegnazione è una ristrutturazione del campo immaginario, rivela prospettive che rimanevano nascoste dalle aspettative culturali ereditate. 

Inoltre la rassegnazione rende possibile un rilassamento della tensione che genera panico, e permette di predisporsi finalmente al futuro senza più alcuna patogena speranza.

Gli umani stanno decidendo di abbandonare il gioco, anzi i giochi. È un problema? A mio parere è la soluzione.

I segnali di rassegnazione si stanno moltiplicando: il 75% degli intervistati dichiara di avere paura del futuro e il 39% in una recente inchiesta su un campione internazionale dichiara di non voler avere figli. 

Va emergendo una sorta di rassegnazione all’estinzione, quasi una strategia di autoestinzione che paradossalmente potrebbe rivelarsi la sola via d’uscita dall’estinzione: provvidenziale ripulsa di massa della procreazione, del lavoro, del consumo e della partecipazione. Gli umani stanno decidendo di abbandonare il gioco, anzi i giochi. 

È un problema? A mio parere è la soluzione.

L’elettorato di molti paesi non partecipa più alle elezioni. Ci stiamo finalmente rassegnando all’impotenza della democrazia rappresentativa.

Rassegnarsi alla fine della crescita è d’altra parte la sola via per ridurre il consumo energetico: disintossicarsi dall’ansia di consumo, educare alla frugalità. È il solo modo per sottrarsi allo stress e al ricatto che ci obbliga ad accettare il lavoro schiavistico.

Rassegnarsi infine è la sola via per ridurre la pressione demografica che produce sovraffollamento, violenza, guerra.

Una strategia della rassegnazione si articola in quattro principi:

Uno: non partecipare alla finzione democratica che induce a credere che, eleggendo qualcun altro, l’irreversibile possa diventare reversibile. 

Due: non lavorare. Il lavoro è sempre più sottopagato, sempre meno garantito, sempre più sfruttato, sempre più inutile per la produzione del necessario. Dedichiamo le nostre energie alla cura, alla trasmissione del sapere, alla ricerca, all’autosufficienza alimentare. Rompiamo ogni rapporto con l’economia.

Tre: non consumare più niente che non sia prodotto dalle comunità di autoproduzione, boicottare la circolazione delle merci.

Quattro: non procreare. La procreazione è un atto egoista e irresponsabile quando le probabilità di vita felice sono ridotte quasi a zero. È un atto pericoloso perché le aree abitabili del pianeta si riducono e la popolazione cresce.

In questo quadruplo gesto di ritrazione vi è un principio di autonomia: emancipazione dallo Squid Game. Le dimissioni dal lavoro non sono solamente rassegnazione, al contrario sono un atto di autoaffermazione di soggetti pensanti che abbandonano il cadavere del capitalismo.

Il CAOS è destinato a crescere, solo Comunità Autonome Operative per la Sopravvivenza possono permetterci di sopravvivere e forse anche di vivere nel tempo che viene.

Terapia paradossale

Quello che appare come Long Covid collettivo può essere dunque interpretato come un effetto della psicodeflazione che ci ha costretto, o piuttosto ci ha permesso di ridurre il ritmo fino a renderci conto del fatto che non c’è più nessuna ragione per accelerare i ritmi, per accumulare capitali, per espandere i consumi.

La psicodeflazione può manifestarsi come stanchezza e come depressione fin quando non ci si rende conto del fatto che si tratta della sola risposta terapeutica contro il panico, contro la violenza, contro il fascismo e contro l’autodistruzione.

Per i cristiani la rassegnazione alla volontà di Dio è una virtù. Io non penso che la rassegnazione sia una virtù, ma una terapia e una ridefinizione del campo delle attese di mondo: scoperta di un altro orizzonte. 

La rassegnazione non è solo una resa, ma è anche una re-significazione, perché dà nuovo senso ai segni di cui è composta la vita sociale. Un movimento di abbandono (del lavoro, del consumo, della dipendenza) toglierebbe ogni energia alla macchina dell’accumulazione. È illusorio pensare che nel futuro post-pandemico possa avvenire una rivoluzione, una riscossa democratica di qualche tipo. L’organismo collettivo è indebolito fisicamente e psichicamente, la depressione dilaga.

Ma la debolezza può essere un’arma invincibile per chi sa usarla in maniera strategica e trasformarla in coscienza di massa. Azzeriamo l’energia sociale, abbandoniamo il lavoro e il consumo. Disfattismo di massa, diserzione e sabotaggio. Queste siano le nostre armi nel tempo che viene.

Non c’è alcuna via d’uscita politica dall’apocalisse. La sinistra è stata per trent’anni lo strumento politico principale dell’offensiva ultracapitalista, chiunque investa le sue speranze nella sinistra è un imbecille che merita di essere tradito, dal momento che tradire è la sola attività che la sinistra è in grado di svolgere con competenza. 

I movimenti sono stati liquefatti dalla psicosi panico-depressiva. La soggettività è in balia delle psicosi, socialmente fratturata. 

La sola possibilità che ci resta è una strategia paradossale che trasformi la psicodeflazione in una onda di rallentamento, di blocco, di silenziamento, di spegnimento della macchina. 

Perché torni la vita.

Franco «Bifo» Berardi è scrittore, filosofo e agitatore culturale. Il suo Futurabilità è uscito nel 2018 per NERO.