Al confine tra Bielorussia e Polonia l’Europa “patria dei diritti umani” sta facendo il proprio autoritratto, e ne vien fuori un’accozzaglia di stati e statisti uno più infame razzista dell’altro, dall’una e dall’altra parte del confine.

Naturalmente la stampa dell’Unione europea tuona in coro contro il “dittatore Lukashenko” e il grande puparo Putin che lo muoverebbe come una sua marionetta, esempi entrambi di sconfinato cinismo perché avrebbero importato (o lasciato importare) profughi dall’Iraq, dall’Afghanistan, dalla Siria, dalla Somalia, dal Kurdistan iracheno per scagliarli contro l’UE come “bombe umane”, o “armi non convenzionali”, in rappresaglia contro le sanzioni. L’Unione Europea che a sua volta, nelle figure degli ultra-reazionari governanti polacchi, schiera dodicimila soldati, filo spinato, colonne di blindati, elicotteri, lacrimogeni, idranti, e nelle figure non meno ributtanti dei super-governanti di Bruxelles mette a disposizione la polizia anti-immigrati Frontex, i servizi segreti e quant’altri apparati di repressione ci siano, e sono tanti! – sarebbe pronta anche la NATO – per ricacciare indietro un migliaio di uomini, donne e bambini, tanti bambini, “con abiti e scarpe inadatte al freddo” o senza scarpe, che fuggono da territori devastati o in decomposizione per effetto di guerre e guerre civili al cui scatenamento l’”innocente” Europa occidentale ha dato un contributo decisivo.

Può ben darsi, come in molti suppongono, che muovendosi sulla scia di Gheddafi-2008 e di Erdogan-2016, Lukashenko si proponga come nuovo guardiano a pagamento dei confini europei per frenare e filtrare i movimenti migratori dal lontano e dal medio Oriente. Ma quanto sei squallida e ridicola tu, Europa-grande-potenza, che ti agiti scompostamente e fai la faccia delle armi davanti all’”invasione” di qualche migliaio di vittime delle tue guerre di rapina. La lugubre Polonia, terra di elezione del cattolicesimo più integralista del mondo, ti rappresenta perfettamente. E non è certo un caso che questi profughi alla disperata ricerca di una nuova terra avendo perso la propria, questi profughi respinti dall’UE come fossero portatori di peste, siano in grandissima parte originari da paesi di tradizione musulmana. Nell’islamofobìa, come nella brutalità contro gli emigranti-immigrati, l’Est di Putin e Lukashenko e l’Ovest di Morawiecki, Draghi e von der Leyen si rassomigliano come gocce di un’acqua irrimediabilmente inquinata.

Nello Scavo, tra i pochi giornalisti a cui è rimasta un po’ di umanità, ci informa (su Avvenire del 9 novembre) che almeno 8 profughi sono morti di stenti e di freddo (“il decesso è documentato da foto e filmati”), ed è probabile che altri cadaveri giacciano insepolti nei vicini boschi dove sarebbero in attesa altre centinaia di fuggitivi con il sogno della Germania. Ed è proprio contro di loro che la presidente della Commissione Europea ha emesso la seguente sentenza di morte: “La Commissione esaminerà con l’Onu e le sue agenzie specializzate come prevenire l’insorgere di una crisi umanitaria [prevenire??] e garantire che i migranti possano essere rimpatriati in sicurezza nel loro paese di origine, con il sostegno delle autorità nazionali“. Per quante furiose invettive l’UE possa scagliare contro il “trafficante di esseri umani”, il “gangster” Lukashenko, non può nascondere di praticare lo stesso gangsteristico mestiere solo su scala enormemente più ampia. La differenza è tutta e solo in questo.

In questa orrida scena di guerra gli unici a salvarsi sono gli abitanti dei villaggi polacchi di confine, contadini e proletari, che sfidando le disposizioni governative e di legge, spesso di notte, portano cibo, vestiti caldi, stivali e solidarietà agli emigranti accampati alla frontiera (c’è da immaginare che accada lo stesso dall’altra parte del confine dove nessuno può documentarlo). A ribadire una volta di più che le fonti inesauribili del razzismo arma di sfruttamento e di oppressione del capitale sono gli stati, i governi, i parlamenti, le classi proprietarie e colte, il mercato, mentre solo “in basso”, nelle classi lavoratrici, nella comune umanità lavoratrice, esistono giacimenti, piccoli o grandi a seconda dei tempi, dei luoghi e delle congiunture, di fraternità tra oppressi.

Beninteso: non saranno i fili spinati e i muri a frenare le migrazioni internazionali se continueranno ad operare indisturbati i fattori che le generano. Si legge in apertura del Dossier Statistico Immigrazione 2021: “A metà del 2020 i migranti nel mondo sono 281 milioni (per il 48% donne), un numero pari al 3,6% dell’intera popolazione planetaria (7,8 miliardi di abitanti), cresciuti in un solo anno di ben 9 milioni. Così, nonostante le chiusure delle frontiere, i bandi di ingresso nei confronti di cittadini di circa 70 paesi e le 43mila misure di restrizione dei viaggi internazionali adottate, a livello globale, nei primi mesi dell’anno per contrastare la diffusione del Covid-19 (tutte misure che, secondo le stime dell’OIM, avrebbero tenuto bloccate circa 3 milioni di persone bisognose di trasferirsi), l’aumento dei migranti internazionali ha superato la crescita media del quadriennio precedente (+6 milioni l’anno). Se si considera che nel 2000 essi erano 173 milioni, si osserva che in venti anni sono cresciuti di ben 108 milioni (+2,4% in media l’anno), con un ritmo particolarmente sostenuto per i migranti forzati (quasi quadruplicati nello stesso periodo: da 22,9 a 82,4 milioni)”.

Intanto dall’altra parte dell’Oceano nuove carovane di emigranti sono in marcia verso il confine super-blindato degli Stati Uniti d’Amerika, la fiaccola posta sopra il colle a mostrare la via della libertà e della felicità al mondo intero – un confine sul quale, dall’avvento del democratico Biden, sono stati arrestati 1,3 milioni (unovirgolatremilioni!) di emigranti centro e sud-americani. Un’altra contraddizione insolubile del capitalismo globale…