di Fabrizio Burattini


Molti sono i miti fondanti di un popolo. Tra quelli alla base dello Stato nazionale svizzero, oltre a quello della coesistenza pacifica di più regioni, ognuna con la sua propria lingua, è stato molto forte quello della “Svizzera come terra di asilo”, basato su una tradizione di ospitalità, nata alle origini del protestantesimo e delle guerre di religione, poi trasferito anche verso le persecuzioni di origine politica. L’enciclopedia Larousse definiva la Svizzera “uno stato neutrale che usa la sua neutralità per alleviare le catastrofi umane”, grazie all’immagine di un paese pacifico e accogliente.
Alla fine del 1700, molti controrivoluzionari francesi trovarono riparo nel paese elvetico, e, al contrario, nel secolo seguente molti rivoluzionari e democratici dovettero rifugiarsi in Svizzera per sottrarsi alla repressione della reazione tedesca o di quella austriaca. Vi si stampavano i giornali proibiti nei paesi limitrofi, compresi gli stati in cui si scomponeva l’Italia. La Svizzera era accusata di ospitare “terroristi”, comunisti e anarchici sovversivi, compresi non pochi disertori che si rifiutavano di partecipare alla prima guerra mondiale. E successivamente numerosi antifascisti e antinazisti.
Come si diceva c’è molta mitologia in questo racconto. I disertori della prima guerra venivano sì accolti, salvandoli dalla fucilazione, ma internati, non pochi antifascisti vennero respinti, ci fu anche una certa connivenza elvetica con l’antisemitismo nazista. A questo proposito è molto interessante la lettura di «La Suisse terre d’asile, un mythe ébranlé par l’histoire» di Lorena Parini, in Revue européenne de migrations internationales.
Ma ormai da tempo di questo mito resta ben poco e la Svizzera si sta tramutando in un paese in cui il rispetto dei diritti individuali è largamente disatteso. Negli ultimi tempi la situazione si sta aggravando. Nel 2015, dopo gli attacchi al giornale francese Charlie Hebdo, il parlamento federale ha approvato una legge che colloca la confederazione elvetica tra i paesi nei quali le libertà personali sono più a rischio e i poteri dei servizi segreti e degli apparati polizieschi sono più larghi.
La legge, infatti, concede alla polizia la possibilità di azioni preventive contro i potenziali terroristi, come interrogatori o restrizioni alla libertà di movimento, anche quando essi non abbiano compiuto alcuna azione perseguibile. Contro la legge due comitati hanno raccolto 140.000 firme tra i cittadini svizzeri (ne sarebbero bastate 50.000), per indire un referendum, che si svolgerà la prossima domenica 13 giugno. Si tratta di una legge esplicitamente liberticida che consente alla polizia di spiare le attività sulla rete, la corrispondenza via mail o WhatsApp, i telefoni cellulari, ecc. La legge recita che “un sospetto concreto e attuale è sufficiente” ad autorizzare l’azione repressiva. E’ sufficiente un “like” su di un post ritenuto “radicale e fondamentalista”. La definizione di terrorismo che dà la legge è vaghissima: “diffondere paura e terrore”. Sono stati messi nel mirino perfino gruppi antispecisti. E potranno esserlo gruppi di ambientalisti, ecologisti o di attività di difesa dei diritti umani.
Le misure coercitive possono già essere disposte per i bambini a partire dai 12 anni, gli arresti domiciliari a partire dai 15 anni. La legge viola così anche la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia.
I nuovi poteri introdotti dalla nuova legge svizzera sono affidati ai servizi segreti, che, come in tanti paesi, anche in Svizzera sono accusati di azioni illegali e di fatti di corruzione, tanto che il capo di questi servizi l’anno scorso si è dimesso in relazione allo spionaggio non autorizzato attraverso la società Crypto. Peraltro la Svizzera non ha conosciuto significativi atti di terrorismo islamista. Gli unici episodi che possono essere ricordati sono un omicidio dai moventi oscuri nella città di Morges nel Cantone del Vaud (Losanna), un’aggressione da parte di una donna affetta da disturbi psichici in un centro commerciale a Lugano e nel 2017 una colossale retata, sempre a Lugano, con il dispiegamento di 100 poliziotti, conclusasi con l’arresto di un cittadino di origine turca accusato di essere un reclutatore dell’Isis.
La legge apre ulteriormente le porte all’arbitrarietà e minaccia i diritti di cittadini innocenti.
La polizia federale potrà eseguire le misure senza una preventiva autorizzazione da parte della magistratura. Viola la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che proibisce la privazione arbitraria della libertà sulla sola base di un sospetto.

La legge ha provocato reazioni anche oltre i confini elvetici. L’Ufficio dell’Alto commissariato dell’ONU per i diritti umani ha criticato il progetto di legge e persino la commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Dunja Mijatovic, ha mosso la stessa critica.
Anche la piattaforma delle ONG svizzere per i diritti umani (una rete di oltre 80 organizzazioni) si oppone alla revisione legislativa.