Intervista a Farouk Mardam Bey a cura di Cinzia Nachira

2011-2021: dieci anni di rivolta anti Assad in Siria, un bilancio in prospettiva

Farouk Mardam Bey, nato a Damasco nel 1944, è emigrato in Francia nei primi anni ’60. A Parigi ha iniziato a lavorare presso l’Institut national des langues et civilisations orientales – INALCO. All’epoca il suo trasferimento in Francia fu volontario, ma successivamente non poté a lungo tornare nel suo Paese perché riconosciuto come un “pericolo” dalla dittatura degli Assad, diventando un esiliato.
Nel 1982, insieme ad Elias Sanbar e Laila Shaid, ha fondato la Revue d’études palestiniennes, della cui direzione ha fatto parte fino alla chiusura della rivista nel 2008. È direttore della collana di narrativa araba “Sindbad”, fondata nel 1972 da Pierre Bernard della casa editrice francese Actes Sud. La sua triplice identità – siriana, palestinese e francese – lo ha portato a non abbandonare il suo attivismo tra gli emigrati mediorientali in Francia e in Europa, diventando dallo scoppio delle rivoluzioni arabe nel 2011 un punto di riferimento imprescindibile per i giovani che a migliaia sono stati costretti a lasciare i loro Paesi.  Nel 2018 ha pubblicato in collaborazione con Subhi Hadid e Ziad Majed il libro “Dans la tête de Bachar al-Assad”. E’ un firmatario dell’appello “Siria e l’antimperialismo degli idioti” .

Cinzia Nachira. È possibile fare un bilancio dei dieci anni della rivolta siriana in prospettiva?

Farouk Mardam Bey . Sì. Siamo entrati nel decimo anniversario della rivolta siriana ed il bilancio è catastrofico sul piano umanitario e su quello delle distruzioni di città, villaggi, monumenti e siti storici. La situazione attuale è molto preoccupante perché il Paese è frammentato in zone controllate da diverse potenze straniere e in zone controllate dal regime, ossia i due terzi del territorio siriano. C’è la presenza russa, iraniana e delle milizie libanesi, irachene e altre.

C’è la regione dell’Est che è controllata dal PKK, che è sotto dominazione del PYD, ossia della branca siriana del PKK, con anche un’importante presenza americana.

Gli Stati Uniti hanno svolto un ruolo politico “a zig zag” nella regione con l’amministrazione Trump, sostenendo i curdi e a volte i turchi, rimanendo quanto meno neutrali quando c’è stata l’offensiva turca. C’è anche un’importante presenza americana nella regione di Afrin, che si è vista al momento dell’invasione turca.

Sul terreno ci sono molte organizzazioni jihadiste che continuano ad essere molto forti. Gli Stati Uniti hanno una presenza militare anche nel Sud e nel Sud Est del Paese. Questa frammentazione e la paralisi diplomatica rendono impossibile sapere dove stia andando la Siria.

Tutti sanno che l’avvenire è scappato di mano ai siriani – tutti i siriani – compresi quelli che appoggiano il regime e tutti sono in attesa di un accordo o qualcosa di simile, dichiarato o meno che sia, tra americani e tra le potenze regionali, Turchia, Iran e Israele.

Tra poco ci saranno le elezioni presidenziali e sarà possibile che Bashar al Assad venga designato per un quarto mandato, dopo l’accesso al potere nel 2000 e poi le riconferme nel 2007 e nel 2014.

Ben inteso, la situazione all’interno della Siria è tremenda sul piano della vita quotidiana, anche nelle zone controllate dal regime: c’è penuria di ogni genere di bene, una caduta vertiginosa del valore della moneta nazionale, la gente è costretta a far la fila per la benzina e il pane. La povertà tocca l’ottanta per cento della popolazione. In questa situazione è molto difficile fare previsioni, perché è molto azzardato. Sicuramente non può continuare in questo modo perché si sta arrivando a un punto di non ritorno e per questo molti si aspettano delle soluzioni tipo un comitato provvisorio composto da esponenti del regime e dell’opposizione col sostegno russo-americano. Ma ancora non ci siamo arrivati e nessuno può dir nulla.

CN. In tutto questo l’opposizione che ha costituito il nucleo centrale dell’esplosione delle manifestazioni anti-regime del 2011, oggi a che punto è?

FMB. Bisogna distinguere diverse cose: ci sono i giovani e le classi popolari marginalizzate che dieci anni fa hanno lanciato la rivolta che sono stati annientati dalla repressione. Ossia, quando parliamo di quasi un milione di morti bisogna aggiungere che ci sono decine e decine di migliaia di persone, militanti, morte sia sotto i colpi dei cecchini pro-regime sia sotto i bombardamenti e nelle prigioni. Ci sono molti rapporti di agenzie umanitarie internazionali sulle liquidazioni di massa nelle prigioni e poi ci sono le persone che quando la rivolta si è militarizzata, ex soldati e ufficiali dell’esercito regolare siriano, insieme a un certo numero di civili che ad un certo sono riusciti a prendere il controllo di una parte importante del Paese, più o meno i tre quarti della Siria, che hanno subito i bombardamenti del regime e da settembre 2015 dell’aviazione russa. Non hanno potuto resistere perché non avevano mezzi di difesa antiaerea e quindi grazie ai russi alla fine il regime ha ripreso il controllo della regione di Idlib.

Poi c’è l’opposizione ufficiale, organismi creati nel 2011-2012, successivamente riuniti nella Coalizione Nazionale Siriana, che oggi propongono il comitato provvisorio. Tutto nasce da negoziati tra questi organismi e i poteri sotto l’egida dei russi e dei turchi e dei loro alleati ed oggi si parla molto di un comitato costituzionale ristretto incaricato della ricostruzione del Paese, ecc.

Questa è una direzione politica autoproclamata della rivolta, che fin dall’inizio era legata alla Turchia e ad alcuni Paesi del Golfo e che molto presto è stata messa in disparte da coloro che continuavano la rivoluzione.

Non bisogna dimenticare i milioni di siriani che oggi sono nella diaspora e che sono i soli siriani sfuggiti a ogni genere coercizione: oggi forse i soli siriani liberi.

L’opposizione laica e liberale è dominante, ma resta il fatto, a mio parere, che non ci sono stati in questi anni seri tentativi di costruire una rappresentanza all’altezza della posta in gioco nel Paese. Cioè molti criticano questa opposizione ufficiale, questi organismi che sono a Istanbul o altrove, ma non si è stati capaci di creare un’alternativa. A mio avviso l’ambiente liberale dominante è riluttante di fronte alla creazione di una direzione diversa impedendo una collaborazione con la sinistra, che d’altra parte è in crisi ovunque nel mondo.

Noi siamo in questa situazione. È la società civile che si fa carico di rivendicare la transizione verso la democrazia, ma che a sua volta è restia a darsi un programma politico chiaro ed è ostile verso le organizzazioni politiche con delle direzioni riconosciute e che hanno persone anche rispettabili.

Abbiamo avuto molte discussioni sulla natura della rivoluzione, ma per il momento non abbiamo forze capaci di rappresentare le rivendicazioni iniziali della rivoluzione, di libertà e di giustizia sociale come sarebbe necessario.

CN. È molto vera la considerazione sulla crisi internazionale della sinistra…

FMB. Ne sapete qualcosa in Italia. Ormai sono rimasti tre tipi di sinistra: una molto minoritaria e dogmatica, una che è diventata liberale e che di fatto è divenuta socialdemocratica, di centro sinistra – e a volte di centro destra – e infine una che è populista. Quest’ultima ha avuto un momento di gloria in Grecia, Spagna, ecc. ma non avendo prospettive è semplicemente sparita.

CN. Tornando ad Assad, sembra essere in qualche modo ostaggio dei suoi stessi alleati/padrini. I quali, a loro volta, sono fortemente in concorrenza tra loro. Biden ha inaugurato la sua presidenza con un bombardamento in Siria contro dei gruppi iracheni legati all’Iran – in risposta ad un attacco subito in Iraq. Ora, è evidente che i russi non potevano non sapere che gli statunitensi avrebbero attaccato e tuttavia non hanno mosso un dito in difesa dei loro stessi alleati. Lei è d’accordo con chi sostiene che questo dimostrerebbe che Assad ha perso il suo potere assoluto e che non potrà più riconquistarlo come prima?

FMB. C’è indubbiamente concorrenza tra Russia e Iran, in Siria.

È opinione diffusa tra gli analisti, siriani e stranieri, che i russi cerchino una soluzione per conservare il regime nelle sue strutture, ma sbarazzandosi di Bashar. Il loro problema che non hanno qualcuno con cui sostituirlo.

Gli iraniani invece tengono a Bashar, perché hanno un problema comunitario e confessionale in Siria e questo li indebolisce. Perché sono in un Paese a maggioranza sunnita e poi perché insistono nel voler “sciizzare” il Paese e prendere il controllo su delle zone sunnite per allargarsi e convertire anche le comunità alauite allo sciismo, ma hanno fallito.

Oggi si dice che i russi hanno preso il controllo su alcune divisioni dell’esercito siriano e che ci sono degli ufficiali che sono totalmente fedeli all’opzione russa. Bisogna dire che comunque i russi hanno investito molto economicamente in Siria, ma ora vogliono raccogliere i frutti di questi investimenti che hanno sopportato per sostenere l’intervento armato. Ma per raccogliere dei benefici è necessaria almeno una minima pace civile e una qualche forma di riconciliazione nazionale e di ricostruzione; ma loro non hanno i mezzi per la ricostruzione: i soldi si trovano in Europa, negli Stati Uniti, nei Paesi del Golfo, ma questi Paesi per ora sono restii a iniziare la ricostruzione sotto l’egida di Bashar al Assad.

D’altra parte ci sono gli israeliani che sono molto attenti alla presenza iraniana in Siria e bombardano regolarmente le truppe pro-iraniane quando si avvicinano al sud verso la frontiera del Golan. Tutto questo avviene sotto lo sguardo dei russi dato che controllano lo spazio aereo siriano. Quando gli aerei israeliani arrivano per bombardare postazioni iraniane o pro-iraniane i russi ne sono al corrente e le perdite tra le truppe iraniane e pro-iraniane sono enormi sul piano militare. Ultimamente sembra esserci un rafforzamento della presenza russa nel sud della Siria, nella regione che va da Damasco fino alle frontiere con la Giordania e Israele, apparentemente in questo momento i russi hanno il sopravvento. Questo dimostra la loro volontà di difendere la regione dai bombardamenti israeliani e anche che nell’esercito siriano è diffusa la preferenza verso i russi.

Poi c’è la propensione verso i russi nella comunità alauita perché pensano che i russi li lasceranno tranquilli sul piano della vita quotidiana, al contrario degli iraniani che cercherebbero di convertirli.

CN. Ma se anche il piano russo di salvare il regime senza Assad, che in definitiva è la stessa cosa avvenuta in Egitto e altrove anche se con dinamiche diverse, riuscisse: cosa cambierebbe in concreto per il popolo siriano?

FMB. Finirla con Bashar è già un passo avanti per i siriani, visto che dal 1976 è una famiglia, un clan che governa il Paese e che lo ha portato alla catastrofe. Adesso quello che i russi cercano di fare è di attirare una parte dell’opposizione, quella che in Siria è chiamata “l’opposizione grigia” perché non è chiara: nel senso che vuole un cambiamento ma non è favorevole alla rivoluzione. Sono riusciti a convincere un certo numero di persone, alcuni che rivendicano di rappresentare la società civile, degli oppositori ostili agli integralisti islamici, ecc.; questi immaginano una divisione del potere con la copertura di una nuova Costituzione un po’ più liberale. Questa operazione coinvolgerebbe alcuni che sono oggi al potere e membri dell’opposizione: quindi un periodo di transizione.

Ma il problema è che quando si parla di un periodo di transizione in Siria è chiaro che dovrebbe trattarsi di una lunga fase sotto l’egida delle Nazioni Unite. Questo è necessario perché le forze politiche possano organizzarsi in vista di elezioni legislative, regionali e presidenziali in cui ci sia una reale competizione. Oggi tutto questo non c’è. Prevedere un periodo di transizione di tre o quattro mesi significa favorire le forze che oggi predominano. Il potere di Bashar al Assad dispone di ramificazioni, reti economiche e di influenze, compreso in ambito religioso sia tra i musulmani che tra i cristiani, che gli permette di mantenere il controllo del Paese.

Se non vi sarà un reale periodo di transizione che permetta di gettare le basi per il pluralismo, ossia libertà di associazione, di stampa, ecc. perché ci si possa organizzare allora non si raccoglieranno i frutti della lotta.

CN. Partendo dal quadro che lei ha appena fatto, è possibile che in Siria accada qualcosa di simile a ciò che sta avvenendo in altri Paesi come l’Iraq, il Libano, il Sudan, l’Algeria, ossia una nuova ondata di protesta che questa si estenda alla Siria?

FMB. Faccio parte di coloro che pensano che nel 2011 è iniziato un processo di lunga durata. Ma è un processo che si è innescato in condizioni sfavorevoli. Dal 2011 più che la rivoluzione è la controrivoluzione che è predominante: i brevi cicli in cui ha prevalso la democrazia sono finiti, ecc. Ma possiamo dire che si tratta di una controrivoluzione generale nel mondo che domina. Noi abbiamo parlato della “siriarizzazione” del mondo. Qualcosa è scoppiato ed anche se la rivoluzione non ha vinto, ha cambiato i siriani, i tunisini, gli egiziani, ecc.

Quando è scoppiata la seconda ondata nel 2019 in Algeria, in Sudan, in Libano e in Iraq ci sono stati movimenti popolari veramente molto importanti. In Algeria ci sono state decine di milioni di manifestanti e in tutto il Paese, pacifici e con parole d’ordine democratiche. La stessa cosa è successa in Libano con circa due milioni di persone scese in piazza (ossia, la metà della popolazione complessiva del Paese) e sono emerse molte persone intelligenti. Malgrado questo però tutto è finito nel nulla. In alcuni Paesi, come l’Iran, c’è stata una fortissima repressione. In Sudan si è avviata la divisione del potere, ma è l’esercito che ha il sopravvento sugli altri. 

L’esempio principale di ciò che avviene nell’area è la Tunisia, dove c’è stata una transizione democratica e dove la situazione è sicuramente migliore dell’Egitto o dell’Iraq, ma resta il problema della coesistenza tra integralisti e anti-integralisti.

Siamo ancora dentro questo processo e continua a porsi sempre la stessa questione. Se si chiedesse agli algerini, ai libanesi, ecc. cosa vi è mancato, la risposta sarebbe: non siamo riusciti ad organizzarci, non abbiamo avuto delle direzioni all’altezza della situazione. In questo momento ci sono dei movimenti popolari molto importanti in tutto il mondo. Se si guarda fuori dalla nostra regione a cosa accade altrove, ma in ogni caso non hanno potuto vincere: dalla Tailandia a Hong Kong si vede che le dittature sono sempre là e continuano a reprimere le forze liberali. C’è una situazione di paralisi mondiale e il mondo arabo fa parte di questo mondo.

A mio avviso, la situazione in Siria è una sorta di miniatura di questo mondo e malgrado gli sforzi non si è riusciti ad arrivare ad un reale cambiamento. Bisogna tenerne conto in tutti i programmi rivoluzionari, cioè non ci si deve arrendere, ma bisogna organizzarsi sapendo che lotta è lunga, occorre saper gestire la violenza e la non violenza, che genere di alleanze fare, ecc. Ci sono molte questioni che si pongono in Siria e sono simili a quelle che si pongono in tutto il mondo.

CNNello scenario, in particolare in Siria, che lei ha fatto che ruolo hanno avuto e hanno i curdi? La domanda sorge perché i curdi siriani vengono percepiti come la parte più progressista. In Occidente sono diventati una specie di mito con il quale è possibile identificarsi. Cosa ne pensa?

FMB. La questione curda in Siria è fondamentale per l’avvenire del Paese. Ci sono tre o quattro cose che mi sembrano essenziali.

Prima di tutto, i curdi sono stati oppressi per molto tempo in Siria, soprattutto da quando il Baas è al potere e in tutti i modi si è cercato di circoscriverli con quella che viene chiamata la “cintura araba” per impedire loro di avere un territorio curdo. Quindi quando si parla dei curdi si parla di oppressione per ostacolare l’affermazione di una coscienza nazionale curda in Siria.

La creazione del Kurdistan iracheno ha spinto i curdi siriani a pensare a formula simile.

In secondo luogo, il fronte curdo è a sua volta diviso al suo interno quanto quello arabo, contrariamente alle apparenze. C’è un partito curdo, che ha fatto una sorta di coalizione anche con alcune forze arabe, che è parte dell’opposizione e poi c’è il PYD che è nato come emanazione del PKK turco, che ha preso il sopravvento nella regione perché ha fatto la lotta armata e ha lanciato un programma più radicale degli altri. Però questo programma supera qualunque intesa con chicchessia.

Parlare del Rojava, ossia il Kurdistan occidentale, significa riferirsi una regione che va dalla frontiera irachena fino al Mediterraneo; in questa regione la maggioranza della popolazione è araba.  C’è una maggioranza curda nel nord est, ed è evidente, e all’ovest nella regione di Afrin. Ma le altre sono regioni essenzialmente arabe. Per esempio Aleppo, dove ci sono dei curdi, ma è una città araba – ed è la seconda città del Paese.

Inoltre, se si pone la domanda di qual è l’obiettivo: una autonomia all’interno della Repubblica siriana? Oppure altro. Io sono d’accordo nel non chiamarla la Repubblica araba siriana, ma Repubblica siriana che significa essere il Paese di tutti i suoi abitanti a prescindere dalla loro etnia. Significa volere un’autonomia all’interno del Paese o la separazione? E se la scelta è la separazione, quali sono le frontiere di questo Rojava? Sono queste le domande che faccio. Io sono un amico dei curdi e non ho nulla contro una separazione nazionale dei curdi, ritengo sia una rivendicazione del tutto legittima. Ma è necessaria una risposta chiara a queste domande.

Poi ci sono conflitti sia all’interno della stessa comunità curda siriana che tra il PKK e il Kurdistan iracheno. Inoltre, non bisogna dimenticare il Kurdistan iraniano che è in una situazione ancora diversa.

In definitiva è stato importato in Siria il conflitto curdo dalla Turchia, mentre anche noi abbiamo la nostra questione curda. Si sa che in Turchia il nazionalismo turco non è solo quello di Erdogan, ma anche quello di tutta l’opposizione che fa riferimento all’eredità di Ataturk che è peggiore di quello del regime attuale.

Ciò significa che esiste una questione in Turchia che è reale. Io faccio parte di coloro che pensano che la Turchia non sarà realmente democratica finché esisterà la questione curda e non sarà riconosciuto il genocidio armeno. Queste sono le due condizioni perché la Turchia si possa riconciliare col proprio passato. Ma si è sommata questa questione a quella curda già esistente in Siria, con l’invasione turca della regione di Afrin, con i mercenari siriani schierati al fianco dell’esercito turco. E questo è assolutamente esecrabile.

Oggi è necessaria una chiarificazione: cosa volete fare?

Ciò detto, capisco che molta gente in Occidente appoggi i curdi, vista tutta una tradizione di sostegno alle minoranze, soprattutto quelle oppresse. Ed è evidente che il PYD non è un partito conservatore come molti e che ha smosso molte cose nella società curda. Quindi capisco che dei giovani e delle donne possano fare del PYD un ideale di liberazione anche sul piano sociale.

Ma oggi esiste un grande problema che necessita di una soluzione democratica ed equilibrata della questione curda in Siria, mettendo fine a delle polemiche veramente pessime che in questo momento ci sono tra arabi e curdi in Siria. Penso che gli amici dei curdi debbano chiedere chiarimenti al PYD e al PKK su quale sia la via d’uscita.

CN. Come donna cha attraversato un pezzo della storia della sinistra occidentale, posso dirle che c’è la pessima abitudine radicata di delegare ad altri popoli il compito della liberazione. D’altronde è già successo con i palestinesi…

FMB. È vero. Con l’aggravante che molti in Occidente quando difendono i cristiani, per esempio, non lo fanno sinceramente per difendere i loro diritti, ma perché detestano i musulmani. Ossia, esiste una minoranza cristiana che ha bisogno di essere difesa? Certo, ma di fatto dicendo questo a volte molti se ne infischiano della maggioranza. È la stessa cosa: esiste una minoranza etnica nel Paese? Sì, bisogna difenderla, ecc., ma insistere sempre e solo in modo ossessivo sul Rojava significa non vedere tutto il resto. C’è un numero impressionante di persone ancora nelle prigioni, un Paese spezzettato, ecc.

CN. Come altri popoli, anche quello curdo va difeso malgrado le sue direzioni politiche…

FMB. Sicuramente e occorre che gli arabi siriani prendano coscienza che è nel loro interesse difendere i curdi, essere al loro fianco e rifiutare le aggressioni che subiscono. È un’evidenza. Come lo è il dovere dei democratici siriani quello di condannare le aggressioni turche contro i curdi in Siria.

CN. Secondo lei con il cambiamento dell’amministrazione statunitense da Trump a Biden, per la Siria può cambiare qualcosa?

FMB. A questo proposito ci sono due tesi. Ci sono coloro che pensano che Biden sarà più morbido verso l’Iran e questa sia una speranza per la Siria. E che Biden sarà più morbido perché la sua preoccupazione principale è il dossier nucleare iraniano e che le sanzioni contro il Paese rafforzino la posizione dell’Iran in Siria e in Iraq.

Poi ci sono coloro che pensano Biden ammorbidirà la sua posizione sul nucleare iraniano e sulle sanzioni a condizione che l’Iran si ritiri dai Paesi arabi dove ora è presente in armi. Ma per la Repubblica Islamica e la sua visione imperiale il controllo sulla Siria, il Libano e l’Iraq è qualcosa di fondamentale.

Non possiamo sapere cosa farà Biden, ma in ogni modo è una buona notizia anche fosse solo per aver messo fine a Trump, una mostruosità che si aggiungeva a tutte le altre. Ma bisogna continuare a fare pressione sugli Stati Uniti perché non abbandonino gli altri dossier. Per esempio il Libano, che è in una situazione spaventosa da tutti i punti vista. L’elettricità viene tagliata spesso è immagini un Paese come il Libano che nel 2021 viva in queste condizioni. E non c’è dubbio che una delle ragioni è il dominio di Hezbollah nel Paese e dell’oligarchia libanese che è islamico-cristiana: entrambi sono responsabili di questa catastrofe.

Non ci resta che attendere e vedere cosa farà l’amministrazione Biden per la Siria, perché ci sono persone che spingono per un appoggio statunitense ancora maggiore ai curdi nell’est del Paese. Bisognerà vedere quale sarà la sua politica verso la Turchia. Tutto questo non è ancora chiaro.

Intervista raccolta e curata da Cinzia Nachira per Rproject il 15 marzo 2021