Di Lorenzo Poli

Apprendiamo la notizia dal sito del concerto del Primo Maggio ( https://www.primomaggio.net/sponsor ) che l’evento verrà sponsorizzato da Eni, riconosciuto addirittura come main-sponsor dell’evento.
Non capiamo cosa c’entri Eni con le lotte del movimento dei lavoratori, con le nostre lotte e con le conquiste sociali. Eni incarna lo sfruttamento che il capitalismo ha sempre avuto contro il mondo del lavoro e sulla pelle dei lavoratori. Eni è il ricatto lavoro-salute, i lavoratori vengono costretti a decidere se preferire l’uno o l’altra. Un ricatto che è sempre stato foriero di sventure per l’umanità.
Parliamo dunque dei disastri di Eni in Congo a discapito di ambiente, salute e della popolazione. Esattamente il 25 marzo 2021 è stata emessa la sentenza di patteggiamento dal Tribunale di Milano che ha sanzionato Eni al pagamento di un risarcimento di 11 milioni di euro ed un’ammenda di 800.000 euro per il reato di induzione indebita nel contesto del rinnovo delle licenze petrolifere Marine VI e VII, avvenuto nel 2014 nella Repubblica del Congo.
Recentemente l’organizzazione ambientalista Re:Common ha pubblicato un dossier dal titolo “Tutti gli uomini del Ministero” che rivela documenti risalenti addirittura al 2008 in cui si tratta dell’esistenza di un protocollo tra l’Eni e il Ministero degli Affari Esteri che permette al gigante petrolifero italiano di stanziare i propri uomini presso il dicastero per un periodo illimitato di tempo. Il fatto che non sia mai stato reso pubblico ribadisce da un lato il peso rilevante sulla politica estera del nostro Paese di cui gode Eni, tanto che la protezione dei suoi asset petroliferi ha motivato persino alcune delle missioni militari tutt’ora in corso. Secondo Re:Common vi è “Un vuoto informativo che limita lo spazio di confronto su una materia di vitale importanza per la vita democratica dell’Italia, che racchiude temi come sicurezza, immigrazione, diritti umani, energia e clima”.
Negli ultimi giorni del 2017, Eni, Shell e 13 tra manager, politici e intermediari sono stati rinviati a giudizio con l’accusa di corruzione internazionale per l’acquisizione del blocco petrolifero offshore OPL 245 in Nigeria. Si tratta dell’immenso blocco petrolifero, con riserve stimate fino a 9,23 miliardi di barili di greggio, che era stato acquisito nel 2011 dalle oil major Eni e Shell.

Ed è proprio a giugno 2020 che operatori del fossile, tra cui ExxonMobil, FuelsEurope, PGNiG, Eni e GasNaturally, hanno scritto alla Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, esortando “la UE a investire in tutte le tecnologie legate all’idrogeno”, aggiungendo che l’idrogeno ottenuto dal gas fossile è “da due a cinque volte più economico dell’idrogeno rinnovabile”.
Facendo leva sui rapporti privilegiati con gli organi decisionali di alto livello sia nazionale che comunitario, la lobby del fossile ha usato la pandemia per ostacolare le politiche climatiche e spingere verso una deregulation ambientale.
L’attuale “ministero della Finzione ecologica”, come è stato definito dai movimenti abruzzesi per l’acqua pubblica, non ha sospeso alcun secondo la serie di proroghe di concessioni Eni. Infatti nell’ultimo “Bollettino ufficiale degli idrocarburi e delle georisorse” pubblicato il 31 marzo 2021 si può ben notare che 9 di queste proroghe hanno decorrenza retroattiva, cioè vanno a prorogare oggi titoli scaduti nel 2017, attraverso il famoso meccanismo delle “proroghe automatiche” che nessun governo ha voluto mai abolire. Alcune si collocano nell’off-shore ravennate e saranno parte integrante del progetto Eni per la produzione di idrogeno blu destinato all’area industriale di Ravenna.


Noi siamo i lavoratori che lottano per un mondo senza sfruttati e devastazioni ambientali per il profitto di pochi, la sinistra e la storia del movimento operaio sta dall’altra parte della barricata rispetto a quello che Eni è e quel che Eni rappresenta. Siamo contro il suo modello di sviluppo e contro le sue operazioni di facciata, come quella di finanziare il Concertone del Primo Maggio.
Questo è semplicemente un affronto, un insulto alla storia del Primo Maggio e alle lotte dei lavoratori per l’emancipazione umana, dei suoi valori e dei suoi ideali. Un insulto alle lotte sociali, alle lotte sindacali, alla lotta per la riduzione dell’orario di lavoro cuore del 1° maggio, un insulto alle morti bianche (che spesso vengo considerate “rischio del progresso”) e a quei lavoratori che ribellandosi per i propri diritti vennero ammazzati.
Un insulto alle popolazioni della Nigeria e della Libia che vivono il colonialismo di Eni, le guerre che si sono fatte in suo nome e il suo danno alla salute. Non capiamo come possa una multinazionale sfruttatrice, come Eni, finanziare il Concertone del Primo Maggio senza che i grandi sindacati confederali, CGIL, CISL e UIL dicano niente.
Non è la prima volta che questi colossi attuano operazioni di ripulitura della loro sporca immagine, ma questo è un affronto inaccettabile: si è superato qualsiasi limite.
Di fronte a questo non possiamo rimanere fermi!
Dobbiamo, in quanto lavoratori coscienti, anticapitalisti e ambientalisti:

  • o fare di tutto affinché Eni (ma non solo, anche Galbani e Pringles) se ne vadano dal Concertone
  • o dobbiamo invitare a boicottare il Concertone
    Con Eni e le altre multinazionali il Concertone non è più lo storico momento di festa e di lotta che entra nelle case di molte famiglie, ma è un evento folkloristico e risibile oltre ad essere incoerente.
    Questo fatto ci mostra per l’ennesima volta come il capitalismo, se non staremo vigilanti, le multinazionali avranno il potere di comprare anche la nostra storia.
    Il capitalismo è delirio di onnipotenza.