Rudi il rosso colpito a morte 53 anni fa
di Fabrizio Burattini
Esattamente 53 anni fa, l’11 aprile del 1968, Alfred Willi “Rudi” Dutschke, il leader della protesta studentesca e pacifista tedesca subì un grave attentato che lo portò alla morte una decina di anni dopo. Rudy stava percorrendo in bicicletta il Kurfustendamm, al centro della città simbolo della “guerra fredda”. Tre colpi di pistola alla testa e cadde. L’attentatore si chiamava Joseph Bachmann. Non un neofascista, non un agente segreto. Un semplice pittore edile, intossicato dalla campagna di stampa antistudentesca e anticomunista condotta dai giornali della catena di Axel Springer.
Già nel giugno 1967, lo studente Benno Ohnesorg, di 26 anni, era stato colpito a morte dalla polizia, scatenando una rivolta tra i giovani della città, la cui radicalità sorprese persino Rudi, che comunque ne fu il massimo portavoce. A Berlino il “68” cominciò un anno prima.
Infatti, nella notte di capodanno tra il 1967 e il 1968, durante la messa nel duomo di Berlino, Rudi era salito sul pulpito per parlare, tra la sorpresa di tutti, del Vietnam e delle responsabilità dell’imperialismo. Fu subito circondato da preti e chierici che incominciarono a colpirlo a mazzate con i candelabri, causandogli diverse ferite al capo.
Quando poi, tre mesi e mezzo dopo, gli spararono alla testa, aveva appena organizzato una grande manifestazione che aveva radunato a Berlino il 17 febbraio 20.000 giovani da tutta l’Europa, giovani che nei loro paesi avrebbero dato vita già nei giorni successivi alla rivolta del “1968”, alla “battaglia” di Valle Giulia a Roma (il 1° marzo) o al Maggio francese. Alla manifestazione erano presenti l’inglese Robin Blackburn (che sarebbe poi stato l’ispiratore della New Left Review), il cileno Gaston Salvadore (nipote di Salvador Allende), il tedesco Peter Weiss (il continuatore dell’opera di Bertolt Brecht), Alain Krivine, Henri Weber e Daniel Bensaid (prossimi a diventare i leader del maggio francese), l’economista marxista Ernest Mandel.
Alla manifestazione prese la parola anche un rappresentante del Fronte nazionale di liberazione del Vietnam del Sud. Il Vietnam, dopo la liberazione, intitolò a Rudi un’importante via di Ho Chi Minh Ville (la ex Saigon), come riconoscimento pubblico del suo apporto alla vittoria del 1975.
Rudy, quando gli spararono, aveva 28 anni. Era il massimo dirigente degli studenti del partito socialdemocratico tedesco (SDS), protagonista della lotta contro la linea filocapitalista del partito. Gli SDS e Rudi vennero espulsi, ma polarizzarono attorno a loro migliaia di giovani radicalizzati.

La sua era una formazione marxista, influenzata da tutte le tendenze antiautoritarie (Rosa Luxemburg, Goerter e Pannekoek, Walter Benjamin e Marcuse). Aveva un rapporto di fratellanza con la Quarta Internazionale che considerava esplicitamente un importante interlocutore.
Negli anni precedenti al 1968 si era incontrato ripetutamente con Ernest Mandel, con Alain Krivine, per organizzare insieme la lotta internazionalista in primo luogo contro l’aggressione statunitense al Vietnam, contro la dittatura dei colonnelli in Grecia, contro lo Shah iraniano Reza Pahlevi.
Dopo l’attentato (che gli costò l’asportazione di una parte del cervello), fu costretto a scappare dalla Germania. Andò in Gran Bretagna dalla quale venne presto espulso. Trovò riparo in Danimarca. Dutschke è stato e resta tra i simboli di quella generazione coraggiosa e militante, di coloro che hanno sempre pagato in prima persona di fronte ai crimini del capitalismo e della sua falsa democrazia, ma anche di fronte ai tradimenti delle organizzazioni staliniste e socialdemoctatiche.
I reduci di quegli anni che vogliono mantenere aperta quella prospettiva per la cui lotta Rudi mise a disposizione la sua vita lo ricordano.