Sviluppi storici e problemi interpretativi

1. Dinamiche della classe operaia inglese, 1848-1914

Il “punto di vista” di Marx ed Engels sembra essere smentito dalla dinamica della classe operaia inglese, per certi versi paradossale, in quanto frutto dello sviluppo più avanzato del capitalismo del XIX secolo e al contempo la classe politicamente più “immatura” (e “impotente”) del continente europeo – e tutto ciò dopo aver espresso nel secondo quarto dell’ ‘800 una precoce “maturità”, sconcertante e ineguagliata. E paradosso del paradosso Marx ed Engels, nonostante possedessero, in una misura pressoché unica, una conoscenza personale diretta di tutte le figure di spicco del movimento operaio britannico tra il 1845 e il 1895, inanellarono solo fallimenti nella loro specifica attività politica inglese. Il movimento cartista non si riprese più dopo la terza petizione al Parlamento del 1848, e l’ultima sua enorme manifestazione di massa si tenne a Kennington Common, Londra, il 10 aprile 1848, ma ancora dieci anni dopo Marx ed Engels non ne avevano ancora preso del tutto atto. “Verrebbe davvero la voglia di credere che il movimento proletario inglese nella vecchia forma tradizionale cartista abbia bisogno di sfasciarsi del tutto prima che esso possa svilupparsi in una nuova forma vitale. E tuttavia non si riesce a vedere quale sarà questa nuova forma”, scriveva Engels. In questi dieci anni Marx ed Engels continuarono a credere in una ripresa del cartismo “rifondato”, sotto l’insegna dal 1851 de “la Carta e qualcosa di più!” e l’infaticabile attivismo prima di Harney e poi di Jones, con i giornali The Democratic Review (1849-50), The Red Republican (1850), The Friend of the People (1850-51), Notes to the People (1851-52) e infine The People’s Paper (1852-58). Marx ed Engels collaborarono ampiamente con questi organi di stampa (e talvolta ne assunsero anche la responsabilità editoriale) e parteciparono alle iniziative e alle attività che il partito cartista promuoveva, pubblicizzandole anche su altri organi di stampa a cui collaboravano. Ma tutto questo attivismo si rivelò sterile: in particolari frangenti e in una serie di località ebbe ancora risonanze di massa, ma solo localmente e per limitati periodi di tempo. Con il sorgere della Associazione internazionale dei lavoratori (AIL) nel 1864 Marx ed Engels si batterono per mobilitare politicamente i lavoratori inglesi. La loro prospettiva in questi anni è chiaramente delineata da questo brano di Marx, tratto da una circolare del Consiglio generale dell’AIL del 1° gennaio 1870, in cui si pronuncia contro la formazione di una sezione inglese dell’AIL, e a favore di una responsabilità diretta del Consiglio generale sugli affari inglesi:

Sebbene, con ogni probabilità, l’iniziativa rivoluzionaria partirà dalla Francia, solo l’Inghilterra potrà servire da leva per una seria rivoluzione economica. È l’unico paese dove non ci sono più contadini e dove la proprietà terriera è concentrata in poche mani. È l’unico paese in cui la forma capitalistica, cioè il lavoro combinato su larga scala alle dipendenze di imprenditori capitalistici, si è impossessata di quasi tutta la produzione. È l’unico paese dove la grande maggioranza della popolazione consiste di lavoratori salariati (wages labourers). È l’unico paese dove la lotta di classe e l’organizzazione della classe operaia hanno raggiunto, mediante le Trade Unions un certo grado di maturità e di diffusione generale. Grazie al suo dominio sul mercato mondiale, è l’unico paese dove ogni rivoluzione nelle condizioni economiche deve ripercuotersi immediatamente nel mondo intero. Sebbene il landlordismo e il capitalismo abbiano la loro dimora classica in questo paese, le condizioni materiali della loro distruzione sono sviluppate al massimo. Il Consiglio generale si trova ora nella felice condizione di tener la mano direttamente su questa grande leva della rivoluzione proletaria: quale stoltezza, anzi, si potrebbe quasi dire, quale delitto, sarebbe dunque farla cadere unicamente in mani inglesi! Gli inglesi posseggono tutte le premesse materiali necessarie per la rivoluzione sociale. Mancano loro lo spirito generalizzatore e la passione rivoluzionaria. Solo il Consiglio generale può colmare la lacuna, esso solo è in grado di accelerare un movimento veramente rivoluzionario in questo paese e di conseguenza dovunque.

Ma l’8 agosto 1871 il resoconto del Consiglio generale recita:

Il cittadino Engels… pensava che le classi lavoratrici in Inghilterra si fossero comportate in modo ignominioso, sebbene gli uomini [della Comune] di Parigi avessero rischiato la vita, gli operai inglesi non avevano fatto alcuno sforzo né di solidarietà né di assistenza. Non c’era in loro alcuna vita politica – voleva proporre “che si faccia un appello agli operai inglesi a favore dei rifugiati” – se non avessero fatto niente, che la loro condotta fosse resa nota. Il cittadino Engels ha detto che essi [gli operai inglesi] avrebbero dovuto farsi avanti spontaneamente e testimoniare la loro solidarietà con i membri della Comune, così come avevano fatto gli operai tedeschi – non riteneva che il Consiglio potesse essere considerato responsabile dell’indifferenza da loro dimostrata.

L’11 settembre successivo Marx ed Engels diedero la loro approvazione alla formazione di una sezione inglese dell’AIL, l’English Federal Council, la cui attività non fu poi (a dir poco) particolarmente brillante. Negli anni successivi l’attività inglese di Marx ed Engels si limitò a poche, puntuali iniziative: la denuncia di Marx al Congresso dell’Aia del 1872 dei dirigenti delle Trade Unions, a suo parere corrotti e venduti alla borghesia liberale (“non [essere] un leader riconosciuto dei lavoratori inglesi è un onore, perché quasi tutti i leader riconosciuti dei lavoratori inglesi sono dei venduti a Gladstone, Morley, Dilke”), denuncia ribadita e dettagliata da Engels nel 1874 in un articolo per il Der Volksstaat; alcuni resoconti di Engels sull’organizzazione e sugli scioperi dei lavoratori agricoli apparsi ne La plebe di Lodi nel 1872; l’attività di massa anti-russa durante la crisi balcanica e orientale del 1876-77 ad opera di Marx, per il tramite di Maltman Barry; la collaborazione di Engels nel 1881 come editorialista a The Labour Standard, l’organo settimanale del London Trade Council, presto interrotta perché la sua agitazione si era rivelata inutile a smuovere i lavoratori inglesi; l’appoggio entusiasta di Engels alla nascita della Socialist League nel 1885, alla cui fondazione avevano contribuito la figlia minore di Marx, Eleanor, e il suo compagno Aveling, entusiasmo subito raffreddatosi con la deriva che poi portò la SL in mano anarchica, ma che consentì a Engels di pubblicare su The Commonweal un breve articolo (“L’Inghilterra nel 1845 e nel 1885”) a dir poco citatissimo in tutte le polemiche sulla storia operaia inglese sviluppatesi tra gli anni ‘960 e ‘980. Nel 1878, al termine della guerra russo-turca, così Marx riassumeva la parabola della classe operaia inglese e soprattutto dei suoi dirigenti: “La classe operaia inglese era stata progressivamente e sempre più profondamente demoralizzata dal periodo di corruzione che iniziò nel 1848 e infine era giunta tanto oltre da non rappresentare più altro che la coda del grande Partito liberale, cioè dei propri asservitori, i capitalisti. La sua guida era passata completamente nelle mani dei venali capi tradeunionisti e degli agitatori di mestiere. Questi tipi gridavano e ululavano in majorem gloriam dello zar liberatore di popoli, dietro i Gladstone, Bright, Mundella, Morley, la marmaglia degli industriali ecc., mentre non muovevano un dito per i propri fratelli condannati a morire di fame dai proprietari di miniere nel Galles del Sud. Che miserabili!”. Il bilancio delle iniziative di Marx ed Engels in Inghilterra nel ventennio seguito alla Comune è senza appello – nessun riscontro, o tutt’al più dei riscontri limitati e di breve periodo. Ma il 1889 segna, come nel 1850 e poi nel 1864, una rinnovata speranza, con la nascita e lo svilupparsi del “nuovo unionismo” dei lavoratori non specializzati, la campagna per le otto ore legali simbolizzata dalla celebrazione del 1° maggio, e lo svilupparsi di una campagna per un partito operaio indipendente. Engels era in costante contatto con numerosi nuovi dirigenti sindacali e politici (Thorne, Burns, Mann, Bax, Hardie, ecc. ecc.), oltre che con i militanti di lunga durata, come Eleanor Marx e Aveling. La reazione di Engels nel 1889 e 1890 è ben sintetizzata da questi estratti:

Finora l’East End era passivamente impantanato nella miseria: suo segno caratteristico era la mancanza di resistenza della gente distrutta dalla fame, assolutamente disperata. Chi ci andava a finire era fisicamente e moralmente spacciato. Là ci fu l’anno scorso il vittorioso sciopero delle matchgirls. E ora questo gigantesco sciopero dei più disgraziati fra i disgraziati, dei portuali, non di quelli stabili, forti, esperti, relativamente ben pagati e regolarmente occupati, ma di quelli finiti ai docks per caso, degli sventurati che hanno fatto naufragio in tutti gli altri campi, di questa massa di esistenze distrutte, spinte alla rovina totale, per cui si potrebbe scrivere sulle porte dei docks il motto di Dante: lasciate ogni speranza, voi ch’entrate! E questa massa cupamente disperata, che ogni mattina all’apertura delle porte dei docks dà vita ad autentiche battaglie per la precedenza davanti al tipo che ingaggia gli operai – autentiche battaglie della concorrenza degli operai eccedenti tra di loro – questa massa eterogenea e casuale, che cambia ogni giorno, riesce a mettere seriamente insieme 40.000 persone, a mantenere la disciplina e a mettere paura alle potenti società dei docks. Aver vissuto questa esperienza mi rende felice. Comunque vada a finire con lo sciopero… con gli operai dei docks entra nel movimento lo strato più basso degli operai dell’East End, e gli strati superiori devono seguire il loro esempio… Insomma è un avvenimento… E il borghese, che ancora 5 anni fa avrebbe maledetto e imprecato, ora deve vigliaccamente applaudire anche se, e anzi proprio perché se la sta facendo sotto. Urrà! […] la gente senza essere socialista, voleva però come dirigenti solo dei socialisti. Ora, senza che essi stessi se ne accorgano, stanno venendo sulla strada teoricamente giusta, they drift into it, e il movimento è tanto forte che credo possa sopportare senza gravi danni gli inevitabili spropositi e le loro conseguenze […] sotto la superficie il movimento va avanti, coinvolge strati sempre più ampi, e per lo più proprio in seno all’infima massa, finora ristagnante, e non è più lontano il giorno in cui improvvisamente questa massa troverà se stessa, in cui in un lampo diventerà cosciente di essere questa colossale massa in movimento, e quel giorno si farà presto piazza pulita di tutte le meschinità e i litigi.

Dopo l’eccezionale riuscita del 1° maggio 1890 (celebrato in giorno festivo il 4 maggio) scrive: “è cominciato il vero movimento di massa socialista. Ora finalmente le masse sono in moto… Cosa darei perché Marx avesse potuto vivere questo risveglio, lui, che con tanta cura stava attento al più piccolo sintomo proprio qui in Inghilterra! Non avete idea del piacere che ho vissuto in queste ultime due settimane”. C’è bisogno di ricordarlo? I nuovi sindacati persero aderenti e si integrarono nelle vecchie strutture delle Trade Unions tradizionali, il comitato per le otto ore legali scomparve dopo pochi anni, l’Indipendent Labour Party fu fondato dando vita a una ennesima “setta” che dalla fine del secolo ben si adattò all’orientamento filo-liberale dei tradizionali dirigenti sindacali. Vero è che nel 1900 prima, con il Labour Representation Committee, e nel 1906 poi con la fondazione del Labour Party, i lavoratori inglesi ebbero un’espressione politica formalmente autonoma, ma nata solo per fronteggiare la repressione giudiziaria che minacciava la stessa esistenza dei sindacati (il “Taff Vale case”), e politicamente orientata al sostegno del Partito liberale – espressione politica autonoma sì, ma del tutto subordinata, che solo grazie ad accordi con i liberali poteva eleggere propri deputati e che in Parlamento ripagava il favore fatto (un po’ come in Italia ai giorni nostri fa Leu con il PD).

Fallimenti su fallimenti? Difficile negarlo. Ma anche errori di valutazione? Questo è quello che crede Robinson, nel suo classico studio su Marx, l’AIL e il radicalismo londinese: “Marx non fece alcun tentativo sistematico di analizzare la politica e la società inglese durante gli anni ‘60 dell’Ottocento fino al 1869 […] Marx esagerò sia l’influenza dell’Internazionale in Inghilterra che l’influenza sua personale sui radicali di Londra […] Sebbene l’Inghilterra fosse economicamente il paese più avanzato del mondo durante gli anni Sessanta dell’Ottocento, i cambiamenti sociali e politici che Marx associava a questo sviluppo si erano completati solo in parte. Il carattere del radicalismo politico rifletteva questa situazione, inibendo la diffusione delle idee di Marx, che prendevano come punto di partenza il conflitto tra capitale e lavoro nella società capitalista. L’influenza personale di Marx era inadeguata a superare questo ostacolo, e di conseguenza il suo tentativo di influenzare il corso della politica inglese fu in ultima analisi fallimentare”. Anziché errori di valutazione sul grado di sviluppo inglese, secondo Taylor (Anthony) Marx non colse le specificità delle tradizioni radicali inglesi, di fatto condannando all’impotenza l’AIL: “questioni come le lingue universali dei lavoratori e la riforma monetaria, che Marx usava per deridere i loro sostenitori, erano invece degli elementi importanti nel pedigree della cultura radicale urbana, che cementavano tra loro i diversi gruppi coinvolti e, in entrambi i contesti, con un’eredità che aveva radici lontane nelle piattaforme politiche del radicalismo del primo Ottocento… le iniziative, in termini di dottrine e di organizzazioni, avviate dal Consiglio generale della Prima Internazionale erano in contrasto con le tradizioni radicali nazionali sia in Gran Bretagna che negli Stati Uniti… gran parte dell’ostilità verso l’Internazionale espressa da organizzazioni dei lavoratori e dai loro portavoce dimostra questo contrasto: ‘un grano esotico che non potrà mai mettere radici e prosperare sul suolo inglese’ è stato il verdetto di Bee-Hive sulla Prima Internazionale”. Per quanto riguarda Engels nei decenni successivi all’AIL, Thompson lo critica in modo inappellabile per il suo atteggiamento nei confronti del movimento socialista inglese: “Engels stava invecchiando, era molto determinato nei suoi modi, molto tedesco, ed eccessivamente impegnato con 101 compiti intellettuali significativi e importanti, così come con alcuni compiti intriganti e insignificanti. Quando si concentrava davvero su un problema e si informava adeguatamente, il suo giudizio politico era sempre importante e a volte superbo. Ma quando non lo faceva era supponente, ostinato e arrogante. Il movimento britannico era stato a lungo il suo punto cieco, perché non poteva perdonare la classe operaia per aver abbandonato i cartisti della sua giovinezza”. Quest’ultima affermazione di Thompson ha ben poche basi documentarie, ma nella strabordante letteratura “marxista” non è certo un caso isolato.

Paradossi ed errori. Qualcuno ha affermato che il dibattito sul perché “non c’è stata la rivoluzione in Inghilterra” è stucchevole, perché ricercare le cause di un non-fatto rileva della più pura patristica “marxista”. Ha ragione. Il problema è un altro, è “il grande problema del perché la classe e il movimento operaio britannico si sono sviluppati proprio nel modo in cui è avvenuto”, secondo le parole di Hyman, un problema che continua a sussistere nonostante la classe operaia britannica sia la classe operaia più intensivamente studiata al mondo. E per affrontare questo problema a volte i paradossi possono essere benvenuti, perché fruttuosi per indagare il concreto operare della classe lavoratrice in quanto classe in un contesto storicamente dato.

Marx ed Engels non hanno mai sviluppato né una “teoria” dell’imborghesimento della classe operaia inglese, né una “teoria” dell’aristocrazia operaia. La prima, supposta, teoria si basa su due notazioni incidentali di Engels nel 1858 e di Marx nel 1863, in due lettere private scambiate tra loro. La ragione di queste due notazioni è semplice: per loro, dalla prospettiva storica in cui si ponevano, la situazione era in bianco o nero – o la classe è rivoluzionaria o è nulla, è borghese. Dire che la classe operaia era diventata borghese era semplicemente un modo per dire semplicemente che non era più rivoluzionaria. Semmai è interessante notare che queste due notazioni sono inserite in due particolari riflessioni: da parte di Engels che la classe operaia inglese nel suo essere “borghese” doveva essere in ultima analisi compresa e giustificata; da parte di Marx, che ironizzava su chi “misura la storia mondiale a braccia e sul metro della ogni volta ‘interessante notizia di giornale’”, che in certi grandi eventi vent’anni contano come un giorno, così come l’inverso (il che non toglie che il “grigiore” succeduto al cartismo fosse “maledettamente spiacevole”). Alcuni commentatori odierni hanno preso alla lettera la presunta teoria dell’imborghesimento e l’hanno trasformata in una visione per cui almeno alcuni settori della classe operaia avevano abbracciato e fatti propri principi, visioni, modi d’essere propri della borghesia. Su questo Hinton ha scritto pagine a mio avviso illuminanti, ragionando sul periodo medio vittoriano, e inserendo le sue considerazioni all’interno della seconda, presunta, teoria, quella dell’aristocrazia operaia:

L’organizzazione dei sindacati nel periodo medio vittoriano di solito si basava su piccoli gruppi di lavoratori relativamente privilegiati che tentavano in modo sistematico di difendere il loro status a fronte della massa dei lavoratori poveri. La crescita dei sindacati si associò in molte aree all’ampliamento dei differenziali salariali e alla cristallizzazione di una divisione strutturale all’interno della classe operaia tra i lavoratori aristocratici e gli altri. La fonte della divisione era sul posto di lavoro, ma tendeva a diffondersi nelle comunità, perché i lavoratori qualificati utilizzavano i loro guadagni più alti per distinguersi socialmente dal resto della classe lavoratrice. In grado di permettersi alloggi migliori, gli specializzati nei mestieri cercarono di isolarsi dalla sporcizia, dal disagio e dall’immoralità dei bassifondi del centro città. Parteciparono a una formidabile gamma di organizzazioni di volontariato – cooperative, istituti di educazione per adulti, movimento per la temperanza, cappelle anticonformiste – tagliandosi fuori dalla cultura di strada e dei pub dei poveri. […] Sarebbe tuttavia un errore vedere l’aristocrazia operaia medio vittoriana come assimilata alle aspirazioni e allo stile di vita della classe medio-bassa. Leggere in modo superficiale il loro linguaggio suggerisce spesso un imborghesimento – “rispettabilità”, “auto-aiuto”, “indipendenza virile” – tutte queste parole erano parole chiave all’interno della cultura aristocratica del lavoro. Ma il significato delle parole era colorato dal contesto sociale in cui venivano utilizzate. L’élite dei lavoratori organizzati rimase un’élite all’interno della classe operaia. L’ “auto-aiuto” veniva abbracciato, ma non nello spirito individualistico dell’uomo che si era fatto da sé. La maggior parte dei lavoratori poteva sperare di progredire solo come membri di una collettività. Per quanto moderatamente possa essere stato espresso, il mutualismo dell’etica sindacale rimase profondamente in contrasto con l’etica individualistica della società borghese. […] Dietro il volto rispettabile che i leader sindacali amavano rivolgere all’ordine costituito, si celava la coltivazione quotidiana nella comunità d’officina di un’etica della solidarietà e del mutualismo. La solidarietà, e i sacrifici che richiedeva per il bene della collettività, non erano meno reali dall’essere limitati a un’élite organizzata della classe operaia. Ciò che l’aristocrazia operaia cercava non era sfuggire alla sua situazione di classe, ma piuttosto uno status riconosciuto per se stessa all’interno dell’ordine sociale esistente. […] I capitalisti detenevano i mezzi di produzione e qualsiasi cambiamento di questo dato di fatto avrebbe richiesto un assalto frontale al potere capitalista. Molti sindacalisti medio vittoriani credevano che il capitalismo fosse un sistema ingiusto e sfruttatore. Gli aristocratici caldaisti non erano i soli ad affermare che i “capitalisti, come i lupi in agguato, balzano con entusiasmo. . . su ogni ombra di opportunità per schiacciarci a terra”. Ma pochi, se non nessuno, credevano che la classe operaia possedesse la forza organizzata sufficiente per affrontare i lupi a testa alta. Forse un giorno l’avrebbero fatto. Ma nel frattempo la priorità era la ricerca di un modo di convivere con il capitalismo.

Ma perché la “divisione strutturale all’interno della classe operaia” si è cristallizzata politicamente con un orientamento pro-borghese di un settore della classe operaia? È questo il problema di fondo, e riconoscere che un’aristocrazia operaia esisteva e che aveva questo particolare orientamento, non spiega nulla, è semplicemente una fotografia dell’esistente, dal 1868 ad almeno il 1900. Godere come lavoratore di una situazione di relativo privilegio non comporta di per sé un’opzione politica particolare, moderata o meno, una particolare visione del mondo, come dimostrano gli anni cartisti e gli anni dal 1917 al 1919, quando l’aristocrazia operaia inglese si ritrovò, da liberale, bolscevica. Ma comunque ben fa Hinton, a fronte dei molti fraintendimenti, a sottolineare che l’ottica operaia in quel periodo era ben lungi dall’essere borghese stricto sensu, pur non essendo rivoluzionaria. Mi permetto una parentesi autobiografica. Riconosco perfettamente la mentalità descritta da Hinton: è quella in cui sono cresciuto, trasmessa di generazione in generazione. Mio nonno materno era un lavoratore emigrato, prima in Germania, poi in Belgio, nel periodo tra le due guerre mondiali. Lavorava nelle miniere come carpentiere (il termine tecnico nel mondo minerario è “armatore”) e la sua mentalità e i suoi comportamenti corrispondevano perfettamente a quelli dell’aristocrazia operaia inglese medio vittoriana: specializzato in un mestiere, riteneva un insulto essere chiamato “minatore” perché lui era un “carpentiere”, per nulla rivoluzionario (picchiò duramente uno dei suoi figli perché partecipava a riunioni dei trotskisti di Ransart, ma d’altronde una qualsiasi attività politica comportava automaticamente l’espulsione dell’intera famiglia dal Belgio) ciò non gli impedì di partecipare con orgoglio di classe (e disprezzo per i “signori borghesi”) al grande sciopero generale delle miniere della Wallonie dell’estate 1932, immortalato dal duro e magnifico documentario Misère au Borinage (questo sciopero ha dovuto però aspettare il 1994 per esser degno di una monografia di analisi storica). Aristocratico sì, ma questo non gli impedì di morire, ben giovane, di silicosi, contratta lavorando sottoterra, ma riconosciuta come malattia professionale in Belgio solo nel 1963. Una serie di valori, visioni del mondo, principi tipici di questi lavoratori aristocratici, specializzati di mestiere, furono trasmessi da mio nonno a sua figlia, e a sua volta da lei a me.

La presunta teoria dell’aristocrazia operaia si basa sostanzialmente sull’articolo di Engels apparso nel 1885 sul The Commonweal, e ripreso nel 1892 in due prefazioni (alla traduzione inglese e alla riedizione tedesca) al vecchio volume “Situazione della classe operaia in Inghilterra”. Una teoria odierna (con ben pochi sostenitori, fortunatamente) afferma che alle radici del riformismo operaio vi sono i “sovraprofitti imperialisti” che verrebbero usati dalla borghesia per comprare, con più alti salari, settori della propria classe operaia; una versione ancora più estrema afferma che tutta la classe lavoratrice dei paesi imperialisti è comprata dalla propria borghesia con i soldi ottenuti dal saccheggio del Terzo mondo, e di conseguenza come classe è compartecipe dello sfruttamento imperialista. Naturalmente Engels non sosteneva nulla di simile, tantomeno ricercare le radici del riformismo operaio, visto che ben dopo la morte di Engels non vi fu alcun partito operaio indipendente (non considero piccoli gruppi di poche migliaia di aderenti, come l’ILP che al suo apice nel 1894 aveva 12mila tesserati paganti, e il SDF che al suo apice nel 1896 ne aveva 10mila), né di orientamento rivoluzionario né riformista – il problema non era il riformismo, era la mancanza di politica autonoma. In questo articolo Engels ricordava una serie di cose sotto gli occhi di tutti: l’esistenza di un piccolo strato privilegiato di lavoratori sindacalizzati (circa il 10% del totale dei lavoratori), il loro orientamento politico moderato, liberale (bastava seguire i congressi delle Trade unions e ascoltare le posizioni politiche dei dirigenti che vi venivano eletti), le concessioni alla classe operaia che la borghesia inglese aveva via via dato, dai Factory Act a partire dal 1844 alle varie leggi sul suffragio (i Reform Act del 1867 e 1884), al riconoscimento legale dei sindacati, il cui atto conclusivo fu il Conspiracy and Protection of Property Act del 1875. Quello che Engels non faceva era stabilire un nesso tra queste concessioni e i privilegi economici e sociali e l’orientamento politico dell’aristocrazia operaia, a differenza di alcune interpretazioni odierne: i lavoratori specializzati erano riusciti a “conquistare” salari superiori alla media e condizioni di lavoro migliori grazie alle proprie organizzazioni e lotte. Per Engels il miglioramento duraturo delle condizioni di vita di questo piccolo strato di lavoratori era permesso dalla posizione preminente del capitalismo inglese a livello mondiale, che consentì prima anni di prosperità “inaudita” interrotta solo da crisi minori, e dalla metà degli anni ‘870 nessuna vera crisi catastrofica duratura, ma solo stagnazione. Il fatto che l’industria inglese fosse relativamente al riparo dalla concorrenza estera, prima con il monopolio industriale a livello mondiale, poi grazie all’Impero che assicurava l’assorbimento delle merci inglesi, e al possesso dell’India che assicurava la solidità della finanza londinese, non obbligava il capitale inglese, al riparo da fallimenti, a quelle ristrutturazioni che sarebbero state necessarie, e quindi tutta una serie di figure professionali sopravvivevano in modo duraturo nell’industria. Questa situazione anomala dava un importante potere contrattuale a questi lavoratori specializzati, che sfruttarono la situazione a proprio vantaggio, tramite la propria organizzazione e le proprie lotte. Da questo derivava che appena l’Inghilterra avesse dovuto fare i conti con la concorrenza internazionale di Stati Uniti e Germania il suo capitalismo sarebbe tornato “normale” – “più industrie e più fallimenti”, con la scomparsa di vecchie figure professionali obsolete, e la nascita di nuove, nella continua trasformazione del processo di sviluppo capitalistico, che impedisce la cristallizzazione di aristocrazie operaie durevoli nel tempo, perché espone continuamente i lavoratori alla concorrenza fra loro, e alla concorrenza con le macchine, con profonde crisi ricorrenti. Un capitalismo “normale”, quello che operava ovunque all’infuori della Gran Bretagna, avrebbe allora prodotto una classe operaia conscia della propria missione, socialista, senza illusioni che alcuni privilegi settoriali e minoritari fossero per l’eternità capitalista.

Fin qui la posizione di Engels sul perché fossero stati durevoli nel tempo i miglioramenti di vita di uno strato minoritario dei lavoratori. Ma riguardo alla cosa più importante, e cioè alla connessione causale tra privilegi settoriali e orientamento politico, qual era la risposta di Engels? La sua risposta è lapidaria in questo scritto: la “posizione relativamente confortevole” conquistata dall’aristocrazia operaia viene accettata “come definitiva”. Quindi nessuna messa in discussione del sistema salariale e accodamento di questa aristocrazia al “grande partito liberale”. Riduzionismo economico? “Materialismo volgare”? A leggere solo questo breve testo sembrerebbe di sì. Ma se si inquadra questo testo nella visione complessiva di Marx ed Engels è possibile trarre una conclusione diversa (non considero casi particolari in cui in effetti la posizione lavorativa specifica favoriva direttamente una certa visione sociale – mi riferisco al caso non infrequente, ma di certo non caratterizzante neppure la maggioranza dell’aristocrazia operaia inglese dei lavoratori specializzati che operavano come subappaltatori del capitalista). Per loro il passaggio obbligato perché la classe lavoratrice diventasse autoconscia è che si sbarazzasse di pregiudizi e tradizioni e iniziasse a fare i conti con i fatti, a pensare con la propria testa e a camminare con le proprie gambe in quanto classe. Tra la situazione materiale (la “posizione relativamente confortevole”) e il posizionamento politico ci stanno di mezzo pregiudizi e tradizioni, che sono entrambi storicamente dati. Ovviamente il pregiudizio sull’eternità del capitalismo è un pregiudizio borghese, ma come è potuto succedere che tale pregiudizio diventasse una tradizione operaia? Molti commentatori odierni ritengono che la cosa vada da sé, essendo una normale questione di egemonia borghese, di controllo sociale, sull’intera società. Ma questo approccio evita proprio la questione nodale: la divisione della società in classi, e il fatto che la classe lavoratrice ha una propria dinamica specifica, non è un semplice imbuto in cui versare l’ideologia borghese, come ha ben evidenziato Hinton nella sua analisi del presunto “imborghesimento” della classe operaia inglese. I problemi sono quindi due: come è potuto questo pregiudizio specificatamente borghese diventare una tradizione specificatamente operaia? E come ha potuto questa tradizione sopravvivere per decenni? E quello dell’eternità capitalista non fu il solo pregiudizio borghese a diventare tradizione operaia: vi fu anche l’antipapismo, e l’odio operaio inglese verso gli operai irlandesi. E ancora un terzo problema: come può la classe lavoratrice sbarazzarsi di pregiudizi e tradizioni? Si passa quindi dalla teoria, o da una presunta teoria, alla storia. Cosa spiega le subitanee, drammatiche discontinuità e le continuità pluridecennali?

A mia conoscenza nessun partecipante all’intricato e più che abbondante dibattito britannico sull’aristocrazia operaia ha affrontato questi temi in modo diretto, ciascuno storico accecato dal compito di accertare i confini (o negarli) dell’aristocrazia operaia, ad articolare se questa “teoria” spieghi o no e in qual misura il “riformismo”, il “moderatismo” o il “conservatorismo” operaio inglese, a vedere se e quanto subalterna fosse la “cultura” (o l’ “ideologia”) operaia d’allora, a vedere se davvero la classe operaia inglese fosse apatica e quiescente, e in rapporto a quali modelli accertarlo, a quali modalità d’azione – concentrandosi su alcuni alberi e non vedendo la foresta, cioè i grandi nessi causali della storia della classe lavoratrice inglese.

Ma prima di passare ad analizzare le grandi e drammatiche date del movimento operaio inglese (scusandomi per l’indeterminatezza, perlopiù inglese ma talvolta britannico), è necessario contestualizzare alcuni fatti. All’inizio di questo lavoro ho ricordato come il London Trade Council, i cui esponenti più in vista furono all’origine nel 1864 dell’AIL, erano convinti sostenitori di una politica sindacale di “concertazione” e di arbitrato nei conflitti industriali, considerando gli scioperi come l’ultima ratio. La similarità dei termini con realtà odierne è tuttavia del tutto fuorviante. Lo statuto legale dei sindacati e degli scioperi fu per tutto il terzo quarto del XIX secolo largamente indefinito, e costituì un terreno di scontro sia con il padronato che con il Parlamento. Fino al 1871 scioperare o dimettersi dal posto di lavoro era considerato una rottura del contratto intercorso con il padrone, e veniva considerato un reato penale – negli anni ‘860 ogni anno erano circa 10mila i lavoratori che subivano sentenze di incarcerazione per questo motivo, grazie anche a una magistratura che brillava per il suo spirito ultrareazionario (la legge che regolava il rapporto tra padrone e lavoratore era il Master and Servant Act, che stabiliva che una rottura contrattuale da parte del padrone atteneva invece solo all’ambito civilistico). Le azioni di sciopero non erano “simboliche” come adesso, ma erano sempre a oltranza, in un braccio di ferro durissimo con il padronato, che ricorreva quasi sempre a serrate (talvolta ben più ampie della vertenza specifica in corso) per spezzare la resistenza dei lavoratori, oppure continuava la produzione con il ricorso a crumiri assoldati nelle campagne o all’estero. La richiesta standard dei padroni per la conclusione di un conflitto industriale era la sottoscrizione da parte dei lavoratori di un “documento” che rinnegava qualsiasi affiliazione sindacale, sotto pena di licenziamento. I sindacati dovevano far fronte a questi scioperi e a queste serrate con contributi ai lavoratori coinvolti in modo che potessero resistere fino a un esito positivo; e l’importanza cruciale delle casse sindacali era accresciuta dal fatto che quello che noi consideriamo lo “stato sociale” era a quei tempi assolto dai sindacati per i propri membri. Ma proprio l’indeterminatezza legale dei sindacati faceva sì che dei gestori “infedeli” dei fondi sindacali non fossero perseguibili per legge. I sindacati di allora, esclusivamente di lavoratori specializzati per le alte quote richieste, e in considerazione del fatto che i lavoratori poveri, con impieghi “a chiamata”, fossero considerati per definizione non organizzabili, si trovavano ad agire in un ambiente ostile e senza garanzie, e in un simile contesto cercare di evitare il ricorso allo sciopero era essenziale per la sopravvivenza stessa dell’organizzazione sindacale. Questa situazione venne risolta tra il 1871 e il 1875 con il riconoscimento dello statuto legale dei sindacati, con la riforma del Master and Servant Act parificando contrattualmente padroni e lavoratori, e con la modifica della legge che considerava qualsiasi picchetto, anche pacifico, come un atto di sovversione perseguibile per via penale. Nell’ultimo quarto del XIX secolo la situazione legale dei sindacati e degli scioperi nella sostanza si stabilizzò (pur se la magistratura continuò come nulla fosse a emettere sentenze antisindacali), fino a quando la magistratura nel 1901 nel famoso “Taff Vale case” accettò la richiesta del proprietario delle ferrovie in questione di risarcimento da parte del sindacato di tutte le perdite sofferte a causa dello sciopero dei lavoratori. La situazione legale (e la stessa esistenza) dei sindacati si ritrovò così sbalzata all’indietro di trent’anni, e la battaglia per una legislazione che proteggesse i sindacati da nuovi casi simili fu un potente fattore nella formazione del Labour Party. Solo nel 1906 un governo liberale approvò una legge in linea con le richieste dei sindacati.

Un altro elemento da chiarire è la complessa relazione tra i sindacati inglesi e la politica. Anche durante il periodo cartista vi erano sindacati che per principio non volevano occuparsi di politica, concentrandosi esclusivamente sugli interessi immediati dei propri aderenti e dei propri mestieri, e fin da allora questo atteggiamento “settorialista” veniva denunciato dai cartisti come un atteggiamento da “aristocratici”:

Ancora oggi il popolo non ha ancora con sé la parte aristocratica di queste spregevoli professioni. Guardiamo con disgusto e disprezzo questi mestieri che rifiutano di unirsi al popolo, con la meschina idea che le proprie leggi siano abbastanza forti da difendere i loro diritti. Vedremo, e presto. Questi sporchi individui dovrebbero prendere esempio dai carpentieri di Birmingham e da tutti i sindacati di Newcastle; la loro forza li rende irresistibili. Il popolo deve imporre ai sindacati di allinearsi.

Così il Northern Star già nel 1839. E questa denuncia prosegue fin negli anni ‘850. Così Jones nel 1852:

non ci sono mali così pericolosi per i lavoratori, come quelli che nascono tra di loro… è inutile assalire la corruzione che è fuori, finché non abbiamo sradicato la corruzione che è dentro. Pertanto, ogni riformatore sincero dovrebbe combattere, come suo primo dovere, contro gli errori nelle file popolari prima di aggredire i mali inflittigli da altri. Un’altra cosa: si dice che io metta gli operai contro i meccanici specializzati – i mestieri poco pagati contro quelli ben pagati. Combattiamo contro il governo di classe? Bene, e allora? c’è un governo di classe nelle nostre stesse file, e anche noi dovremmo combatterlo… c’è il privilegio aristocratico del più vile tra i mestieri ben pagati, e anche noi dovremmo combatterlo. La verità è la miglior politica. L’aristocrazia del lavoro deve essere abbattuta… Se non lo fai, quando avrai stabilito la democrazia, questi uomini porteranno la Reazione.

Le complesse vicende tra cartismo e sindacati tra il 1848 e il 1850 sono state narrate da Belchem, con la rottura insanabile tra i sindacati che aderivano alla Carta e quelli che in nome della non-politica si rifiutavano. L’assoluta centralità politica nell’azione della classe lavoratrice è postulata dai cartisti, e da Marx ed Engels, perché era sul terreno politico che i problemi della classe potevano essere risolti alla radice, e perché solo sul terreno politico la classe lavoratrice poteva essere unificata (in una sorta di “unità attiva”) nonostante tutte le sue infinite stratificazioni e varianti interne, permanentemente modificate nel corso del processo capitalistico, e che comportano un’immensa varietà di interessi ed esperienze proletarie, sia in un momento dato, sia nel corso del tempo.

La tradizione dei sindacati apolitici si afferma in modo maggioritario negli anni ‘850, con l’affermarsi del più potente sindacato inglese, quello che riuniva i mestieri meccanici, e la clausola statutaria della natura non politica dei sindacati si diffuse in modo generalizzato. Tuttavia negli anni ‘860 ciò non impedì ai leader sindacali di fare politica, con la costituzione di organismi autonomi ad hoc in cui i lavoratori aderivano a titolo individuale o come membri di club radicali – ma su questo mi dilungherò più avanti. Per quanto riguarda Engels non rinnegherà mai il suo approccio giovanile, e ancora nel 1879 affermava che gli “scioperi per il salario e per la riduzione dell’orario di lavoro” devono essere un “espediente e mezzo di propaganda ed organizzazione”, non uno “scopo ultimo”; solo “l’azione politica” è una “attività generale della classe operaia in quanto classe”. Senza questa azione politica gli scioperi “non fanno fare nessun passo in avanti”, e può “fare soltanto danno… gonfiare tali scioperi” fino a farli sembrare delle “battaglie di importanza storica mondiale”.

La periodizzazione del movimento operaio britannico da parte degli storici marxisti è stata per lungo tempo vista in tre fasi. Questo approccio si consolidò nel secondo dopoguerra, quando venne fatta propria anche dagli storici di orientamento liberale. Secondo questa visione, il primo stadio coincise con la rivoluzione industriale, ebbe al suo apice il decennio militante e semirivoluzionario del cartismo, e terminò con la sua sconfitta. Seguì il periodo di stabilità medio-vittoriano, caratterizzato da prosperità e docilità politica dei lavoratori, con la nascita di un popular toryism a partire almeno dalle elezioni del 1874. L’ultima fase, dagli anni ‘880, sullo sfondo di recessioni economiche, vide il riemergere della militanza della classe operaia, la nascita e lo sviluppo delle idee socialiste, ed ebbe come esito la formazione del Labour Party. Con l’inizio della terza fase sarebbe iniziata la lunga “marcia in avanti del lavoro”, con l’adozione da parte del Labour Party nel 1918 nel proprio statuto della clausola IV che stabiliva un obiettivo socialista per il partito (“la proprietà comune dei mezzi di produzione, distribuzione e scambio”) – alla fine il “socialismo” della clausola IV venne tolto dal Labour blairista nel 1995. Vi sono state discussioni e polemiche sulla relativa arretratezza o maturità della “formazione della classe operaia” nel periodo cartista, e sulla natura della “ri-formazione della classe operaia” negli anni ‘880 e ‘890, ma in sostanza il quadro dell’analisi era largamente condiviso. Dagli anni ‘980 questa periodizzazione venne attaccata da più punti di vista, da chi sosteneva che il cartismo non era un vero movimento di classe, che le continuità tra gli anni del cartismo e quelli successivi erano il dato più rilevante, che l’esito liberale della politica operaia nel periodo medio-vittoriano era l’esito naturale del cartismo, che lo “stile di vita” nato alla fine del XIX secolo (con al centro il pub, il calcio, il music hall, il cinema, i giornali a grande diffusione, il ‘palais-de-danse’, varie forme di scommesse, le vacanze annuali, la famiglia e il vicinato, il fish-and-chips, il berretto alla Andy Capp, la centralità maschile e il sacrificio delle donne ai bisogni della famiglia) anziché essere espressione di un senso di separatezza, differenza e conflitto tra “noi e loro”, di un codice morale non formulato ma potente, basato sulla solidarietà, l’equità, il mutuo soccorso e la cooperazione, con la prontezza a lottare per un giusto trattamento (Hobsbawm), era in realtà espressione di una coscienza semplicemente conservatrice, di una separatezza da casta, che non portava combattività politica, ma estraneità alla politica e apatia, con la fuga in un tempo libero depoliticizzato (“si preoccupano del bere e del giocare anziché della libertà”, scriveva Shaw nel 1892). Personalmente non condivido il quadro generale offerto dalla vecchia “ortodossia”, e soprattutto ritengo che le dinamiche all’opera dagli anni ‘860 in poi non siano adeguatamente analizzabili in questo quadro d’analisi, ma sono ancor più distante dai “revisionismi” d’ogni sorta che da ben più di trent’anni dominano la storiografia inglese.

La prima data chiave nella storia della classe lavoratrice inglese è il 1848. Prima il cartismo rivoluzionario, poi il lungo grigiore in cui la “schiavitù salariale” era vista come ineludibile e permanente – in mezzo il collasso. Ho già accennato nella prima parte di questo lavoro alle caratteristiche essenziali del cartismo, ma ricordo che la conquista del suffragio universale e dei “sei punti” era vista come un mezzo per la creazione di un ordine sociale che ponesse fine alla “schiavitù salariale”, con un’organizzazione della produzione di tipo cooperativo finalizzata a scopi razionali e utili, anziché a una folle e incessante massimizzazione del profitto. Per Kirk il cartismo possedeva delle “nozioni economiche e politiche (e culturali) dell’oppressione di classe e del conflitto di classe. McDouall e altri cartisti identificarono un sistema capitalista cancerogeno come la fonte di molti dei mali dei lavoratori”. La divisione in classi era netta, radicale, violenta, ed era vissuta dai lavoratori e dalla borghesia nei più piccoli dettagli della vita quotidiana; la middle class vedeva “i lavoratori con un misto di paura e disgusto: erano visti come esseri animaleschi, ‘senza anima, mente o cultura’, ‘feroci’, ‘rudi’, ‘indisciplinati’, privi di ‘moderazione’, intemperanti e imprevidenti, facilmente guidati e dediti a sommosse e sovversioni” (Kirk). Ma se il cartismo fu ovviamente un movimento politico, questa dimensione era tuttavia inscindibile dalla vita quotidiana dei lavoratori e delle lavoratrici, e dalla cultura, o subcultura, che esprimevano. Per approfondire quest’ultimo aspetto mi permetto una lunga citazione di Eley:

La forza del cartismo si è rivelata in modo impressionante in ambito culturale. Qui la forma cruciale era l’associazione locale. Incontrarsi nelle case, nelle aule scolastiche, nelle sale della chiesa, nei caffè, nelle locande o nelle “Case Cartiste” appositamente costruite, su base mensile, settimanale o anche giornaliera, era “il motore del movimento”. Oltre al ciclo più ovviamente politico degli incontri pubblici, conferenze, sermoni, festival e commemorazioni, “una pletora di sottocommissioni organizzava una gamma completa di attività per le famiglie, dalle colazioni pubbliche, alle cene e alle feste da tè, alle produzioni teatrali, alle letture di poesie, agli oratori e ai balli”. Le manifestazioni pubbliche erano accompagnate da una profusione fantasiosa di striscioni, ritratti, tableaux, iconografia radicale e altri espedienti emblematici. Questo era forse il vero radicalismo del movimento cartista, che non si è replicato nell’esperienza dei movimenti operai europei fino alle conquiste molto più tardive della subcultura socialdemocratica tedesca e del sindacalismo mediterraneo: occupare il terreno “privato” della vita quotidiana e della famiglia, modellare nuove forme di socialità collettiva, integrare in modo nuovo il personale e la politica, e creare così uno spazio pubblico distinto di attività operaia indipendente, allo stesso tempo chiuso difensivamente contro la cultura delle classi dominanti e impegnato positivamente in un nuovo stile di vita. È qui, con una più ampia sfera di intervento sociale consapevolmente articolata in una visione politica radicale, che le idee della subcultura, dell’egemonia e della sfera pubblica proletaria acquisiscono il loro significato potenziale… Diverse caratteristiche sono degne di nota. In primo luogo, poiché “lo scopo era la solidarietà e l’armonia totale del gruppo, la cultura era orientata alla famiglia e poneva grande enfasi sull’uguaglianza e la partecipazione delle donne”. In secondo luogo, ciò comportava una critica pratica delle istituzioni rivali, sia che si trattasse della chiesa, del pub, dell’apparato della filantropia borghese, sia del variegato sistema di educazione “impartito”. In terzo luogo, la cultura radicale ha sviluppato un calendario alternativo di feste e cerimonie, basato sia sull’ “anno cristiano rovesciato”, sia su una serie di feste specificamente radicali. Infine, c’è stato un tentativo deliberato di catturare il ciclo della vita, “togliendo dalle mani della chiesa i riti cruciali del passaggio: il battesimo, il matrimonio e la morte”… Un aspetto particolare di questa cultura indipendente, consapevole di sé, era un senso del passato molto sviluppato – non solo come un assemblaggio di miti e idee sul passato… ma come una tradizione radicale continua e in via di sviluppo. Un senso di appartenenza all’interno di tale tradizione vivente era vitale per il mantenimento della solidarietà e per la socializzazione delle nuove reclute nel movimento… La cultura radicale ha trovato la sua espressione politica più efficace in un ideale di comunità. Ciò era vero in due modi. Il primo riguarda “la misura in cui la politica ha coinvolto un’intera comunità”… Il secondo punto [è che] un ideale di comunità è stato realizzato in modo più efficace con l’esercizio del potere politico locale, attraverso le elezioni, il controllo della polizia, della sagrestia e della Legge sui Poveri.

Come è possibile che tutta questa subcultura e organizzazione di massa sia potuta collassare in modo improvviso, rapido e totale, tra il 1848 e il 1850, dopodiché a regnare tra le masse lavoratrici solo apatia e rassegnazione? Secondo Allen & Chase “fino ai primi anni ‘980 la storiografia del cartismo ha ampiamente eluso la spinosa questione del perché il cartismo ha fallito”. Dalla fine di quel decennio, con una imperante scuola storiografica revisionista, la “spinosa questione” era diventata banalmente un non-problema. Di mezzo la Thompson, che in primo luogo scarta come insoddisfacenti le risposte che facevano appello alla prosperità iniziata nel 1848-1851, o al tradimento di un settore della classe operaia (l’aristocrazia del lavoro), o al pieno raggiungimento di una egemonia sull’intera società da parte della borghesia: gli anni ‘850 furono per molti lavoratori anni molto duri, all’insegna della povertà e dell’insicurezza, e vi furono alcuni dei più aspri conflitti industriali del secolo (la serrata di Preston nel 1853-54, durata 28 settimane), i quadri dirigenti del cartismo non mancavano certo al di fuori dell’aristocrazia operaia, e un supposto “tradimento” di quest’ultima non avrebbe certo portato alla fine del movimento, ed era infine inverosimile che una classe operaia che da vent’anni costruiva sindacati, società mutue, cooperative nonostante la risoluta ostilità dei datori di lavoro, dei negozianti e della stampa borghese si convertisse d’improvviso al credo liberale. La risposta della Thompson è che l’idea cardine del cartismo, che nessun miglioramento era possibile senza una soluzione politica radicale, senza il suffragio universale, si era rivelata semplicemente erronea: la legge sulle dieci ore per donne e adolescenti era stata varata da un governo whig, il funzionamento della legge sui poveri era stato ammorbidito, l’abrogazione delle leggi sul grano, aveva portato con sé, almeno apparentemente, la prosperità, la maggiore stabilità lavorativa consentiva di costruire organizzazioni più solide, dai sindacati alle cooperative, da quelle di auto-aiuto a quelle mutue. L’importanza fondamentale della Carta era stata minata, e i lavoratori persero la fiducia nelle soluzioni politiche. “Abbandonando, o meglio smettendo di credere, all’efficacia del cambiamento politico come leva del cambiamento sociale e fondatore della giustizia sociale, i lavoratori hanno perso l’unità del periodo cartista, il forte senso dell’interrelazione delle rivendicazioni di tutte le componenti dei senza proprietà e senza rappresentanza. Hanno accettato una ridefinizione della natura del potere e della politica, accettando la divisione tra attività ‘politica’ e ‘industriale’ che il cartismo non aveva mai riconosciuto”.

Poco dopo l’apparizione del volume della Thompson ne apparve uno di Saville, interamente dedicato al fatidico 1848. Come permessa afferma che “non c’era alcuna ragione a priori per cui una politica indipendente della classe operaia non potesse esistere nello stesso momento in cui i lavoratori estendevano le loro organizzazioni sindacali o espandevano le loro istituzioni di auto-aiuto”. Ma vi fu invece una frattura, e a suo avviso la causa principale furono gli effetti cumulativi della repressione nel corso di tutti gli anni ‘840, che portarono alla decapitazione del movimento. In questa opera di repressione, “la caratteristica principale del 1848 fu la risposta di massa alla richiesta di civili per assistere le forze professionali della sicurezza statale. Questo era il significato del 1848: la chiusura dei ranghi tra tutti coloro che avevano una quota di proprietà nel paese, per quanto piccola fosse quella quota… il sostegno della classe media fu più importante nelle province… le forze di polizia locali, anche in città piuttosto grandi, non erano così numerose in relazione alla popolazione, o esperte come la situazione spesso richiedeva, e il contributo dei civili, agenti ausiliari, in centinaia, e talvolta in migliaia, furono un importante fattore di stabilizzazione… i poteri coercitivi a disposizione dello Stato britannico non persero mai il controllo della situazione”. Tre altri fattori aggiuntivi furono a suo avviso il fatto che il movimento cartista avesse una direzione divisa, senza una strategia politica coerente; la capacità dell’ideologia dominante di inibire e confondere lo sviluppo della controideologia della classe subordinata; e che l’assenza di qualcosa che si avvicinasse a una teoria dello sfruttamento capitalista limitò seriamente il radicalismo di questa controideologia. Solido blocco sociale borghese, ottime capacità repressive statali, debolezze politiche e ideologiche del cartismo: e tuttavia le dinamiche non furono scontate, e le ansie e le paure ai vertici del paese per le possibili risposte da parte dei lavoratori erano illustrate dall’enfasi costante, prima della grande dimostrazione a Kennington Common, che questa dovesse essere contenuta senza spargimenti di sangue.

Vent’anni dopo l’apparizione del volume di Saville, nel 2007, è apparsa la grande storia del cartismo di Chase. Per lui c’erano gravi difetti sistemici nel cartismo: più di una volta nella storia del movimento, O’Connor e altri leader cartisti rimasero confusi, persino innervositi, quando improvvisamente si trovarono di fronte a una vera mobilitazione politica di massa, ad esempio, nelle regioni tessili del nord nell’agosto 1842 o a Londra nel 1848. “Quando Samuel Kydd disse nel 1848 che il cartismo si era ‘gonfiato per un momento a una dimensione innaturale’, rifletteva una visione condivisa, espressione di una tendenza costante alla rispettabilità” da parte di questi leader. Ma la fine del cartismo viene da Chase diluita in mille rivoli, e a parte questa annotazione sopra riportata, non costituisce per lui un vero problema: “La fine del cartismo fu particolarmente disordinata. L’attività specificamente cartista fu molto varia a seconda delle località. Un movimento che ha indiscutibilmente fallito a raggiungere i suoi obiettivi è riuscito a consentire a molti dei suoi aderenti di partecipare, spesso con notevoli risultati, a una vasta gamma di attività civiche, politiche, educative e associative… Il cartismo (pur con tutte le sue convincenti dimensioni culturali) non era niente se non un movimento politico [e da questo punto di vista] fu un movimento di piccole vittorie. Potrebbe anche essere caratterizzato come un movimento che ebbe tante piccole fini”.

Per concludere questa rassegna, ricordo una vecchia annotazione (1965) di Thompson:

i lavoratori, non essendo riusciti a rovesciare la società capitalista, procedettero a scavare tane in lungo e in largo. Questa “cesura” è esattamente il periodo in cui furono costruite le istituzioni di classe caratteristiche del movimento operaio – sindacati, consigli cittadini di sindacati, i congressi dei sindacati, le cooperative e tutto il resto – che sono sopravvissute fino ad oggi. Era parte della logica di questa nuova direzione che ogni progresso all’interno della struttura del capitalismo al tempo stesso coinvolgesse la classe lavoratrice molto più profondamente nello status quo. Man mano che i lavoratori miglioravano la loro posizione organizzandosi nelle officine, diventavano più riluttanti a impegnarsi in focolai donchisciotteschi che avrebbero potuto mettere a repentaglio i guadagni accumulati con tanta fatica. Ogni maggiore influenza della classe operaia sulla macchina statale democratico borghese, al tempo stesso li coinvolgeva come partner (anche se antagonisti) nel funzionamento di questa macchina. Persino gli indici della forza della classe lavoratrice – le riserve finanziarie dei sindacati e delle cooperative – erano al sicuro solo all’interno della custodia della stabilità capitalista.

Quali di questi approcci spiega il collasso cartista, e davvero lo spiegano? Prima di rispondere faccio per un attimo un po’ di archeologia storiografica, e riprendo la spiegazione di questo collasso da parte di Schlüter-Engels, anno 1887, spiegazione a cui viene dedicato tutto l’ultimo terzo dell’opuscolo. Inizialmente vengono considerati vari fattori che avevano indebolito il cartismo, l’insuccesso del 10 aprile, la repressione e la persecuzione da parte del governo, il fallimento del piano agrario, le manovre pseudo riformiste della borghesia, le divisioni all’interno del movimento e il tramonto dei movimenti rivoluzionari sul Continente, ma la conclusione è netta: tutti questi fattori “non spiegano perché questo movimento operaio prima tanto forte poté scomparire completamente come in effetti avvenne. Tutto ciò che è stato addotto sin qui come causa del tramonto del movimento cartista è, più o meno, di natura secondaria. Un partito sano, vitale può venire momentaneamente indebolito da eventi di questo tipo, ma mai annientato. Un partito radicato nella realtà e che trae da questa la propria ragione di esistere, alla lunga supererà insuccessi come quelli dei cartisti in aprile e della società rurale. La repressione e le persecuzioni da parte del governo rafforzano un partito, se esso è in generale ancora vitale”. I fattori che vengono considerati fondamentali furono invece la prosperità economica e i successi sindacali che questa prosperità permise, a fronte degli insuccessi cartisti. Dopo aver ripreso alcuni temi e passi dell’articolo di Engels del 1885, l’opuscolo si conclude affermando che tra “le molte cause economiche, politiche e individuali che condussero al tramonto l’organizzazione politica della classe operaia inglese” c’era il fatto che i lavoratori inglesi abbandonarono il loro motto “La Carta, la Carta e nient’altro che la Carta” per cose secondarie, piccoli vantaggi nel loro settore particolare, anzichè battersi per “il miglioramento delle condizioni di tutta la classe operaia”, per “ottenere la felicità sociale” usando il potere politico. “Le cose cambiarono quando i lavoratori d’Inghilterra non agirono più politicamente come classe”.

Devo confessare che in questo testo ci sono dei cortocircuiti abbastanza imbarazzanti, forse per la scrittura a quattro mani di questo testo (ma non lo sapremo mai, perché l’archivio di Schlüter, che conteneva anche i preziosissimi archivi della Lega dei comunisti, andò distrutto nel 1919, quando la casa nuovayorchese di Schlüter andò a fuoco, causando anche la sua morte). In primo luogo la causa delle cause, il fattore economico, viene alla fine annegata nelle “molte cause economiche, politiche e individuali”. Inoltre l’ “insuccesso” del 10 aprile viene considerato un fattore secondario, ma poi la causa profonda (l’eccezionale prosperità economica) permise dei successi sindacali che a fronte degli insuccessi cartisti determinò il collasso (o il “tramonto”…) del cartismo. Quindi l’insuccesso del 10 aprile da fattore secondario rientra come termine comparativo – e decisivo – nei fattori primari. Schlüter-Engels ricordano che il 10 aprile ebbe un effetto estremamente deprimente a livello di massa, scuotendo la fiducia delle masse nei leader (che mai avevano ricambiato tale fiducia! Qui Schlüter-Engels precorrono Chase), che anziché fare appello ai lavoratori dei distretti settentrionali a marciare su Londra, si erano piegati agli ordini del governo, spingendo a disperdersi coloro che si erano radunati e che aspettavano il segnale della battaglia, minando così la fiducia nella causa stessa (anche se viene riconosciuto che le successive, tentate sollevazioni nel nord, a giugno e in estate, non avevano riscosso l’adesione di massa sperata). E inoltre, come diceva giustamente Saville, non c’era alcuna ragione a priori per cui una politica indipendente della classe operaia non potesse esistere nello stesso momento in cui i lavoratori estendevano le loro organizzazioni sindacali – forse percependo questa potenziale critica Schlüter-Engels concludono che la faute c’est des ouvriers, che si sono lasciati sedurre da piccoli guadagni settoriali (penso che questa sia l’unica fonte per le affermazioni di Thompson prima riportate). Ma nel corso dell’opuscolo vi sono anche altre considerazioni a margine: che il partito liberale veniva visto come l’artefice dei “tempi buoni”; che considerando le polemiche tra cartisti e liberali nel corso degli anni ‘840 nel decennio successivo si era verificato quello che i liberali avevano predetto, dimostrando che i cartisti avevano avuto torto; e che già da prima del 10 aprile vi era stato un indebolimento del cartismo, abbandonato dalla piccola borghesia terrorizzata dai proclami socialisti della rivoluzione francese. Infine in questo testo viene abbandonato il punto di vista, avanzato da Engels nel suo articolo del 1885, che il collasso interno del cartismo fosse da antedatare al collasso pubblico di Kennington Common il 10 aprile 1848 (tesi che riecheggia quella odierna, sia della Thompson che di Chase, per cui “l’età d’oro del cartismo” fu più o meno dal 1839 al 1842).

Personalmente ritengo che nella primavera del 1848 vi fu davvero il collasso del cartismo. Non concordo con l’ottica di Chase delle tante piccole fini. Naturalmente vi furono elementi di continuità – da un lato il sindacalismo di mestiere apolitico esisteva anche negli anni ‘840, ben prima della nascita dell’ASE, il grande sindacato dei mestieri della meccanica, e dall’altro se il cartismo collassò rimasero i vecchi cartisti coerenti con le vecchie scelte, e negli anni ‘850 Jones riuscì talvolta a far rivivere qualcosa del vecchio cartismo, ma sempre su base locale e in modo temporaneo. Scomparve nel giro di poco tempo tutto un mondo umano, fatto di relazioni, di pratiche, di abitudini, di simboli, di aspirazioni. Non penso si debba separare politica cartista e cultura cartista: il movimento cartista, il “partito” cartista erano certo un movimento, un partito politico, ma era al contempo collettività, comunità, modo d’essere; era, nel pieno significato dei termini: la vita, la dignità e le aspirazioni dell’insieme della classe lavoratrice inglese. È tutto questo mondo che si inabissò. Una simile apocalisse, le cui ricadute si fecero sentire per sessant’anni, non può venir spiegata dalle debolezze teoriche del cartismo, che certamente vi furono, ma che non hanno rapporto di misura con quello che successe. Alcune predizioni del cartismo si rivelarono errate? Certamente, ma quello che è successo non era qualcosa come le elezioni odierne – adesso voto il partito y perché quello x che votavo prima ha sbagliato, ma poi vedremo se anche y farà sciocchezze. Si parla di qualcosa di molto più viscerale, è stata la vita di milioni di persone che è cambiata. E allora, perché tutto questo? Non penso che l’eccezionale prosperità dell’industria inglese possa spiegare questo collasso, le obiezioni della Thompson sono a mio avviso conclusive. Non penso neppure che la spiegazione sia da ricercare nelle successive sconfitte, repressioni e persecuzioni, e penso che le considerazioni di Schlüter-Engels siano di buon senso, visto che avevano davanti agli occhi l’esperienza della socialdemocrazia tedesca degli anni ‘880. Ma non riesco neppure a considerare una spiegazione adeguata quella avanzata dalla Thompson: perché mai ottenere delle vittorie parziali dovrebbe portare alla distruzione di chi le ha vinte? Una spiegazione invece adeguata, a mio avviso, è quella che la primavera del 1848 dimostrò il fallimento della strategia della “tribuna di massa” su cui si era modellato il radicalismo popolare inglese della prima metà dell’ottocento. Per Belchem

l’agitazione “costituzionale” extraparlamentare da parte di tutti per un programma “costituzionale” per tutti era l’essenza stessa del radicalismo popolare dominante, svolgendo tre funzioni: unire la classe lavoratrice, fare pressioni sul governo e corteggiare l’opinione pubblica. Petizioni, rimostranze, memoriali, appelli alla nazione, non solo hanno facilitato una progressiva dimostrazione di solidarietà nazionale, ma hanno anche potuto – come aveva dimostrato Peterloo – innervosire le autorità e garantire l’ascesa morale dei radicali. Vista in questi termini, la tribuna di massa rappresentava una vera sfida, ed era la tattica indiscussa dei radicali di tutte le sfumature. I cosiddetti “ultra-radicali” guardavano alla tribuna di massa costituzionale come il mezzo per modellare lo scontro e per controllare l’indignazione popolare, come “un buon mezzo per iniziare una rivoluzione”.

E per Taylor (Miles) “i cartisti, con qualche giustificazione, si aspettavano che i whigs avrebbero risposto alla ‘pressione dall’esterno’ sotto forma di dimostrazioni di massa, convenzioni e parlamenti alternativi, petizioni, influenze sui parlamentari e minacce di violenza. Tutto ciò avrebbe strappato concessioni politiche ai whigs, che, dopo tutto, avevano approvato il disegno di legge di riforma nel 1832 in circostanze simili”.

Era questa la “via al potere” che animava il movimento cartista, e che di fronte all’intransigenza del potere costituito rivelava tutta la propria inadeguatezza. Non si fa una rivoluzione con i metodi che servono a conquistare delle riforme. Ma non vi erano nell’esperienza di massa dei lavoratori inglesi modi di agire diversi, non vi erano alternative a disposizione. La “forza” era più minacciata che reale, e quando diventava reale prendeva la forma della “cospirazione”. La rinuncia alla “tribuna di massa” era sinonimo di rinuncia al potere, rinuncia alla “felicità sociale”, rinuncia a un futuro degno. Era la dichiarazione di fallimento di tutta la propria esistenza, di tutto quello per cui per una vita, o per più generazioni, si era lottato, sofferto, pianto morti, incarcerati, deportati. Dopo “si scavarono tane in lungo e in largo” come diceva Thompson, ma solo perché “i lupi non possono essere affrontati a testa alta”. Non fu una scelta libera, razionale, di buon senso tra i successi sindacali e gli insuccessi cartisti, fu solo il ripararsi il più possibile in un mondo terribile. Ma nelle tane si può entrare pochi per volta, ci si divide, ci si spezzetta, si inizia a odiarsi l’uno con l’altro, e magari anche a uccidersi, come nelle sommosse anti-irlandesi da parte degli operai inglesi degli anni ‘850, perfetto simbolo del totale collasso di un cartismo di massa che aveva innalzato, facendola propria con orgoglio, la bandiera irlandese. È la catastrofe del 1848 inglese, che i dirigenti sopravvissuti, Marx ed Engels inclusi, non colsero se non dopo molti anni, convinti e speranzosi che nulla di grave fosse successo, che nulla si era davvero spezzato e che con un po’ di buona volontà si poteva ripartire. Fu l’irresolutezza del 10 aprile, sancita dalle chiassose risate di scherno di tutto un Parlamento vittorioso, che sancì il fallimento definitivo della “tribuna di massa” e il collasso definitivo del cartismo. Quello cartista fu un “collasso strategico”. La demoralizzazione fu all’altezza delle immense speranze precedenti. Senza futuro degno il pregiudizio borghese dell’eternità della schiavitù salariale divenne un dato di fatto a cui piegarsi, e la coscienza operaia lo fece proprio, non per scelta, o perché sedotta, o altro, ma solo perché dovette ingoiarlo, per quanto disgustoso fosse. Conclude Belchem che in seguito all’abbandono della tribuna di massa, venne l’ora di una pletora “di gruppi di riforma i quali ripudiavano tutti lo scontro, le intimidazioni e la natura esclusiva della protesta della classe operaia. Concentrarsi sull’educazione, la discussione e la propaganda, impegnarsi per il potere della ragione piuttosto che della forza dei numeri, si dimostrò… un’accettazione del gradualismo, della moderazione, della convenienza e dell’auto-miglioramento, un eludere le differenze tra radicalismo e liberalismo e una sorta di deferenza verso le ‘tendenze legittimanti insite nell’ethos medio vittoriano’. Senza la protezione della tribuna di massa, il radicalismo della classe operaia divenne vulnerabile alle ‘amabili versioni borghesi dei valori del consenso’”. E d’altronde, che alternativa c’era?

Il 1866 e ‘67 sembrano smentire questo approccio: mass platform next again! E pure vincente, almeno in parte, visto che il Reform Act del luglio 1867 quasi raddoppiò il numero degli aventi diritto al voto, includendo una fetta, sia pur minoritaria, di lavoratori. Uno dei tanti paradossi inglesi, verrebbe da dire. Le tribune vi furono, e pure le masse, in numero anche superiore al 1832, al 1839 e agli anni ‘840. Su iniziativa di un gruppo di liberali radicali nel febbraio 1865 venne formata la Reform League, una associazione specificatamente operaia con alla propria direzione un gruppo che rappresentava sia i borghesi promotori dell’iniziativa sia i delegati dei lavoratori che avevano risposto all’appello (questi delegati erano tutti membri del Consiglio generale dell’AIL). Il presidente Beales e il tesoriere Rogers facevano parte del primo gruppo. Edmond Beales dal 1862 al 1865 si era impegnato in varie agitazioni e campagne, in particolare con il London Trade Council: la Trades Union Manhood Suffrage and Vote by Ballot Association, la visita di Garibaldi, le società di temperanza, i meetings per l’emancipazione degli schiavi e a sostegno dei nordisti nella guerra civile americana, la Universal League for the Improvement of the Working Classes e la sua personale creatura, la National League for Polish Independence; Beales godeva di un prestigio ineguagliabile tra i lavoratori attivi politicamente, e si diceva che aveva “perso il suo lavoro, la sua voce, la sua salute per la causa del popolo”. Marx lo aveva definito “un uomo onesto e pieno di buone intenzioni”, ma pur sempre “un politicante borghese”; in un’altra occasione, più privata, scrisse che era “un vecchio asino”. La Reform League non riprendeva tutti i punti della vecchia Carta, ma solo due: il suffragio universale e il voto a scrutinio segreto. Il primo anno e mezzo della Reform League non fu particolarmente brillante, senza iniziative particolari e con un appoggio alla proposta Gladstone di un limitato allargamento del suffragio (in Inghilterra e nel Galles, al tempo vi erano 5,3 milioni di adulti maschi, di cui 900mila godevano del diritto di votare; la proposta Gladstone ampliava questa platea di 400mila nuovi votanti) – appoggio che provocò dissensi tra i membri e le dimissioni del vicepresidente Jones. La situazione cambiò con la caduta del governo whig, a causa della bocciatura da parte del parlamento della proposta Gladstone, e la formazione di un governo tory, che fece da parte sua una proposta di allargamento del suffragio più restrittiva di quella whig (prevedeva 240mila nuovi votanti). Da questo momento si susseguirono una serie impressionante di manifestazioni di lavoratori. Il 2 luglio a Londra, a Trafalgar Square, c’erano 60-80mila persone; il 23 luglio a Hyde Park, vietato dalle autorità, c’erano70-120mila persone, che ingaggiarono battaglia con la polizia per tre giorni, e si dispersero solo dopo che la Reform League aveva chiesto e ottenuto dal governo l’allontanamento della polizia e dei militari dal Parco. Il meeting della Reform League che seguì questi avvenimenti vide la partecipazione di 25mila persone. In estate iniziarono le manifestazioni nel nord industriale: 200-250mila persone a Birmingham il 27 agosto, 200mila a Manchester il 24 settembre, 200-300mila persone a Leeds l’8 ottobre, 150mila persone a Glasgow, in Scozia, il 16 ottobre. Poi di nuovo a Londra: il 3 dicembre la manifestazione era di 25-35mila persone, ma la folla che assisteva nelle strade (il giorno era feriale, e quindi i lavoratori presenti erano in sciopero nonostante le minacce di rappresaglie da parte dei padroni) era di centinaia di migliaia, e l’11 febbraio la scena si ripeteva, con 25mila persone in manifestazione, ma la folla che assisteva era ancor più numerosa del 3 dicembre. Tra queste due date il London Trade Council aveva aderito alle richieste della Reform League. La mobilitazione non si spegneva nel nord: a Birmingham il 22 aprile si teneva un meeting con 150-500mila persone, e a Leeds 100mila persone manifestavano poco dopo. Il culmine di questa progressione fu la manifestazione del 6 maggio 1867, un lunedì, a Londra: venne convocata a Hyde Park, ma come l’anno prima venne vietata dalle autorità. I manifestanti vi si recarono ugualmente, ed erano in 150-200mila persone: il governo cedette e non diede seguito alle minacce di intervento militare, consentendo lo svolgersi pacifico della manifestazione. La vittoria morale della Reform League fu immensa, proporzionale all’umiliazione del governo. Il luglio 1866 aveva mostrato che il governo non poteva mantenere l’ordine senza l’aiuto della Reform League, il maggio 1867 la Reform League aveva dimostrato di essere in grado di imporre la sua volontà al governo. Garibaldi la definì “la manifestazione più importante da lungo tempo ad aver conferito onore alla famiglia umana”, ed esortava coloro che lo potevano a “imitare il glorioso esempio del popolo d’Inghilterra”. Il ministro degli interni, Mr. Spencer Walpole, rassegnò le dimissioni. Poco dopo il governo tory fece proprio un emendamento alla proposta di legge sul suffragio che ampliando la platea dei votanti di 850mila cittadini quasi raddoppiò l’elettorato esistente – era il Reform Act, ratificato dal parlamento nel luglio 1867.

La riforma incrementava per l’esattezza il numero di coloro che avevano diritto a votare dell’88%, e così facendo il numero di maschi adulti che avevano questo diritto passò dal 19,7% nel 1861 al 44,7% nel 1871. I lavoratori che avevano conquistato questo diritto erano circa il 30% di tutti i lavoratori. Successivamente vi furono altre leggi relative ai diritti elettorali, nel 1878, nel 1884-5, ecc.; nel 1914 era il 60% degli adulti maschi a godere del diritto di voto. Il voto segreto venne introdotto nel 1872, mentre lo stipendio per i parlamentari venne riconosciuto solo nel 1911.

Nonostante un’apparente somiglianza con gli anni del cartismo, la situazione degli anni ‘860 era ben differente. Anche se la Reform League era un organo largamente composto da lavoratori ebbe ambizioni modeste e non rivendicò mai una propria indipendenza dalla classe media, da cui dipendeva finanziariamente. Se occasionalmente venivano pronunciate dalle tribune parole da lotta di classe, non ne seguivano dei comportamenti conseguenti. I lavoratori specializzati delle Trade unions non combattevano i capitalisti, per un nuovo ordine sociale, ma chiedevano che venisse riconosciuto il loro ruolo nell’ordine esistente. Come ha scritto Harrison:

i membri della Reform League, a differenza dei cartisti, vivevano delle vite distanti dall’esperienza dei settori operai profondi. Avevano perso del tutto il vecchio senso di identità dei poveri, dei salariati. Quando parlavano della “classe operaia” in modo elogiativo, quello che avevano in mente era uno strato relativamente ristretto. Non pensarono mai a chiamare l’intera classe operaia a un’azione politica unitaria. Questa differenza tra le agitazioni degli anni Quaranta e quelle degli anni Sessanta è di fondamentale importanza. Coglierne il significato è capire la differenza tra le due e, in una certa misura, le ragioni del fallimento dell’uno e del successo dell’altro. Era una differenza che si esprimeva a tutti i livelli… La prospettiva per cui tutti gli elementi eterogenei all’interno delle “classi lavoratrici” fossero trascinati come una forza disciplinata al seguito di leader ispirati da una “sconfinata utopia di aspettative rivoluzionarie” era estremamente remota.

Quello che era all’ordine del giorno non era una rivoluzione, ma solo una riforma, e per questo la mass platform era più che adeguata. A differenza degli anni ‘840 l’estensione del suffragio non poteva comportare alcun trasferimento sostanziale di potere perché al riparo della tribuna di massa non c’era più il radicalismo della classe operaia cartista. Tra il cartismo e la Reform League c’era stato il collasso. Per fare un esempio, John Snowden, militante cartista a Halifax, nel 1859 aveva scritto a Jones che “molti che una volta erano cartisti attivi sono emigrati, e altri, che ancora risiedono qui, sono diventati così profondamente disgustati dall’indifferenza e dalla totale disattenzione della moltitudine verso i loro interessi migliori, che anche loro sono decisi a non fare più sacrifici per una causa pubblica”, e per questo criticava la “folle integrità e zelo” di Jones e considerando che vi era solo una “moltitudine irriflessiva e ingrata” gli consigliava di guardare nel futuro ai suoi soli interessi personali. Snowden nelle elezioni del 1868 prestò i suoi servizi al padrone di una fabbrica locale, un wigh, lo stesso che in passato lo aveva licenziato per il suo attivismo cartista, e che ora lo pagava per i suoi servigi elettorali. Al tempo venne affermato che dal punto di vista delle classi dominanti “il criterio con cui distinguere un buon progetto di legge di riforma da uno cattivo è che le classi lavoratrici non possano avere ora, o in futuro, la maggioranza in Parlamento”. Vi era chi temeva che questo potesse accadere, che gli operai potessero diventare i “padroni della situazione”, ma J. S. Mill riportò il ragionamento a come effettivamente stavano le cose: gli operai “potrebbero essere in grado di decidere se eleggere un Whig o un Tory”, questa era l’unica “piccola situazione” di cui gli operai avrebbero potuto essere padroni.

Tuttavia il rapporto tra i leader sindacali e politici della classe operaia degli anni ‘860 con il liberalismo non fu mai quello di una adesione incontrastata. Harrison ricorda che “le generazioni successive dei leader della classe operaia hanno tentato sia di identificarsi con il liberalismo sia di svincolarsene. Coloro che vedevano il futuro politico del lavoro in termini di piena incorporazione nel partito liberale non furono mai lasciati incontrastati; coloro che credevano nell’indipendenza politica raramente pensavano che tale indipendenza implicasse una rottura completa con i valori liberali”. Questo rapporto incerto, sfumato, era un terreno di battaglia, di continua ridefinizione in funzione della situazione che via via si veniva a creare. Vi erano potenzialità che avrebbero potuto esprimersi, ma che non lo fecero.

In primo luogo la dinamica delle mobilitazioni di massa spingeva di per sé verso una radicalizzazione e a continue tensioni con i settori borghesi che facevano parte del movimento. Le grandiose manifestazioni del 1866-67 non erano certo limitate ai “rispettabili” lavoratori specializzati delle Trade unions. Le giornate della sommossa di Hyde Park colsero di sorpresa non solo il governo, ma anche la Reform League: fu un movimento largamente spontaneo, che non seguì le indicazioni della League, per cui se veniva negato l’accesso al Parco una volta che la manifestazione fosse arrivata alle sue porte, allora sarebbe dovuta ripiegare su Trafalgar Square (seguirono queste indicazioni solo 15mila persone), e neppure quelle dei rappresentanti della AIL, che entrarono nel parco con il grosso dei manifestanti, fecero diversi comizi, ma alla fine anche loro invitarono i lavoratori a ripiegare su Trafalgar Square (altre 15mila persone se ne andarono). Il grosso dei lavoratori, 50-80mila persone, rimasero invece a Hyde Park a continuare gli scontri per tre giorni, e accettarono di andarsene solo quando polizia e militari abbandonarono tutta la zona. Le mobilitazione nel nord industriale erano dirette da Bright, il vecchio leader liberale della Anti-corn law league, ed ora a capo di una associazione (la Reform Union) della classe media: ma durante l’estate e l’autunno del 1866 crebbero le proteste contro la sua direzione e a favore di un’azione più incisiva. Anche la decisione finale del 4 maggio 1867 di confermare la manifestazione a Hyde Park sfidando apertamente il governo venne presa dagli “ultimi arrivati” contro l’avviso dei “vecchi”, anche dei vecchi cartisti. E nella manifestazione nel parco venne fatto un appello perché si organizzasse una convenzione nazionale per preparare un progetto di legge dei lavoratori, e che se fosse stato respinto allora 300mila uomini dal nord industriale avrebbero dovuto andare a Londra rimanendoci fintanto che il parlamento non avesse approvato il progetto di legge o “fino a quando l’Inghilterra non avesse trovato il suo nuovo Cromwell per denunciare gli uomini che avevano mal rappresentato il popolo a St. Stephens”. Questa è la chiave per capire perché un proletariato rivoluzionario che si confrontava con un apparato statale relativamente debole negli anni ‘830 e ‘840 non fosse in grado di ottenere alcunché, mentre riuscì a ottenere una significativa vittoria un movimento operaio moderato, contro un esecutivo molto più potente due o tre decenni dopo: perché negli anni ‘830 e ‘840 era in questione quale classe avrebbe detenuto il potere, mentre nel 1867, “tutti gli uomini più influenti della proprietà e del potere furono persuasi che dovevano fare una sostanziale concessione per spezzare l’agitazione e rimuovere il pericolo che una prolungata intransigenza, accompagnata dalla violenza della polizia, avrebbe fatto assumere alle forze popolari un carattere davvero minaccioso” (Harrison). Non era solo Marx a pensare che “agli inglesi occorre soltanto un’educazione rivoluzionaria, al che basterebbero due settimane, qualora dovesse comandare in modo assoluto Sir Richard Mayne [il capo della polizia di Londra]… è certo che queste teste dure di John Bull, le cui scatole craniche sembrano fabbricate apposta per i manganelli delle guardie, non concluderanno niente senza un vero scontro sanguinoso con la classe dominante”. Una vittoria morale del governo o era incruenta o non era tale, e una vittoria ottenuta solo con la forza avrebbe scosso le fondamenta stesse del sistema politico e avrebbe forse dato nascita a un movimento rivoluzionario. Mi permetto di citare ancora Harrison: “negli anni sessanta la classe operaia britannica mostrava alcune caratteristiche ‘contraddittorie’. Se era sempre più ‘rispettabile’, era sempre più ben organizzata. Se aveva abbandonato le ambizioni rivoluzionarie, non aveva perso del tutto le potenzialità rivoluzionarie … aveva raggiunto precisamente quel livello di sviluppo in cui era meglio concedere il suo affrancamento ed era invece pericoloso negarlo. Fu questa circostanza a determinare i tempi del Reform Act”.

Ma se da un lato “la grande ritirata” del governo e del parlamento riuscì a disinnescare le dinamiche di massa, un altro fattore decisivo furono le scelte dei leader della classe operaia. Marx aveva inizialmente riposto una eccessiva fiducia nei lavoratori inglesi delegati nel Consiglio generale della AIL, pensando che fossero immuni dalle avances della classe media. Non lo erano politicamente, come venne dimostrato dal sostegno dato dalla Reform League al progetto Gladstone nel marzo 1866, ma soprattutto Marx dovette constatare amaramente che non erano immuni neppure dalla corruzione e da ogni sorta di sotterfugi per assicurarsi una vita personale agiata vendendosi segretamente al Partito liberale, offrendo i loro servigi per farlo trionfare alle elezioni e impedire che sorgesse nella classe operaia una direzione radicale popolare – questa fu la nascita dell’era “lib-lab”, avvenuta a suon di soldi durante la preparazione delle elezioni del 1868, e che conobbe una più che duratura vita nel movimento operaio inglese. Se da un lato il sostegno ai politici liberali era uno sbocco logico di quanto avvenuto nel precedente decennio (l’AIL era il solo organismo indipendente dalla middle class che le Trade unions avevano contribuito a creare in quegli anni), dall’altro era naturale aspettarsi almeno un sostegno condizionato; e inoltre vi furono resistenze a questi appoggi (come potevano i minatori della zona x votare per il padrone liberale delle miniere in cui lavoravano e che li aveva sempre sfruttati e oppressi oltre ogni dire?) e spinte a presentazioni elettorali indipendenti. Howell & Co. riuscirono a garantire un appoggio ai candidati liberali senza alcuna condizione, lavorarono senza sosta per rendere accettabili i padroni ai propri lavoratori grazie a interventi cosmetici e menzogne, e posero ostacoli insormontabili a chiunque avesse velleità indipendenti. E tutto ciò in cambio solo di una buona remunerazione. George Howell, ad esempio, il segretario della Reform League, membro del Consiglio generale dell’AIL, nel 1867 era contento di aver risparmiato e di avere un patrimonio di 6 sterline; due anni dopo i suoi averi erano lievitati a 850 sterline, e si era gettato nel frattempo nel business. In questo Howell era in numerosa compagnia: Cremer, Odger, Applegarth, il “radicale” Potter, riscopertosi del tutto “rispettabile”, e così via elencando, non erano da meno. L’accordo del 1868 fu un “contratto”, da cui il Partito liberale ottenne enormi benefici a poco prezzo, mentre il movimento operaio non ebbe alcun beneficio; anzi il sostegno incondizionato ai liberali consentì la formazione di un governo con una tale maggioranza da diventare del tutto insensibile alle richieste dei sindacati.

Ma perché i lavoratori seguirono dirigenti di tal fatta? In primo luogo perché i loro “affari” erano tenuti ben nascosti, e in secondo luogo perché la dinamica di massa era stata disinnescata dall’approvazione del Reform Act. Le dinamiche delle mobilitazioni di massa e quelle dei dirigenti riconosciuti avevano proprie logiche, ma erano comunque intrecciate. Una alternativa era possibile, se alla testa del movimento operaio ci fossero state persone di altra fattura, rendendo possibile una presentazione indipendente di lavoratori alle elezioni del 1868: in tal modo sarebbe iniziato un processo diverso, che sulle macerie del cartismo avrebbe iniziato a ricreare una nuova identità radicale di classe non più sotto tutela della middle class e un’alternativa alla strategia della mass platform; invece grazie a quel “gruppo dirigente” iniziò un processo che rese durature per lungo tempo quelle macerie. Marx fin dall’agosto 1866 si rese conto della “statura” dei principali delegati inglesi nel Consiglio generale, e nel settembre 1867 metteva in guardia i suoi corrispondenti sui loro “intrighi”, fino ad attaccarli direttamente nel 1870 all’interno dell’AIL, e poi pubblicamente, dalla tribuna del Congresso dell’Aja nel 1872, guadagnandosi il loro odio inestinguibile.

Dal 1866 Marx si concentrò sul lavoro dell’AIL, e dall’ottobre si disinteressò della Reform League: “il movimento per la riforma ha ora assunto dimensioni immense e irresistibili. Mi sono sempre tenuto tra le quinte, e ora che il movimento è arrivato non me ne occupo più”. Il suo approccio era più ambizioso: “liberare il movimento operaio inglese da ogni tutela della classe media o dell’aristocrazia”, trascinando le organizzazioni esistenti della classe lavoratrice, sindacati e cooperative, su un terreno politico indipendente a partire dalle loro stesse rivendicazioni e dalle aspirazioni più volte espresse dai loro membri, sviluppandole fino alle conseguenze più radicali. Per questo motivo Marx considerava il lavoro e lo sviluppo dell’AIL la cosa centrale, fondamentale, e rimproverava Jones di dedicarsi esclusivamente alla Reform League. Marx si concentrava su “ogni azione rivoluzionaria, cioè ogni azione che scaturisca dalla lotta di classe stessa, ogni movimento sociale concentrato, tale cioè che si possa attuare anche con mezzi politici (come p. e. riduzione della giornata di lavoro per legge)”. Le tematiche su cui Marx tornava sempre, instancabilmente, articolandole volta a volta sui vari argomenti in discussione, erano quelli dell’unità di tutta la classe lavoratrice, la necessità di una sua azione politica indipendente, l’obiettivo del potere politico, la dimensione internazionale della lotta di classe e quindi la necessità di una politica estera indipendente, che si appoggiava sulla solidarietà internazionale tra i lavoratori, sulle tradizioni antirusse e filopolacche, contro il colonialismo inglese e per l’indipendenza dell’Irlanda, contro la schiavitù nel nord America, e così via. Così ad es. per quanto riguarda i sindacati:

Il solo potere sociale che possiedono gli operai è il loro numero. La forza del numero è annullata dalla disunione. Quest’ultima tra gli operai è prodotta e perpetuata dalla concorrenza inevitabile fra loro stessi. I sindacati originariamente sono nati dagli esperimenti spontanei degli operai per superare la suddetta concorrenza o per lo meno per attenuarla, per mutare i termini del contratto… [l’] attività delle associazioni di mestiere non è soltanto legittima, ma necessaria. Non vi si può rinunciare, finché dura il sistema attuale; al contrario, esse devono generalizzare la loro azione attraverso la fondazione e l’unione di associazioni analoghe in ogni paese. Da un’altra parte, e senza poterlo prevedere, le associazioni di mestiere hanno costituito dei centri organizzatori della classe operaia, come i comuni e le municipalità medievali avevano avuto una pari funzione per la classe borghese. Se esse sono indispensabili nella guerra di scaramucce tra lavoro e capitale, sono certo molto più importanti come forze organizzate di trasformazione del sistema del lavoro salariato e del predominio capitalistico. Le associazioni di mestiere si sono occupate finora troppo esclusivamente di lotte locali immediate contro il capitale e non hanno avuto sufficiente consapevolezza del loro potere d’azione contro il sistema della schiavitù del salariato. Si sono perciò tenute troppo lontane dal movimento generale sociale e politico. Ciò nondimeno, in questi ultimi tempi hanno cominciato a intravvedere la loro grande missione storica… le associazioni di mestiere devono oggi imparare ad agire coscientemente come centri organizzatori della classe operaia nel grande interesse della sua emancipazione totale. Devono appoggiare ogni movimento sociale e politico che proceda in tale direzione. Considerandosi e agendo quali espressione di tutta la classe operaia, riusciranno a inglobare nelle file di questa coloro che ne sono fuori… Devono far nascere la convinzione in tutto il mondo che i loro fini, invece d’essere circoscritti in limiti stretti ed egoisti, mirano all’emancipazione dei milioni degli oppressi.

Marx fallì in questo suo lavoro in Gran Bretagna? Sicuramente, e lo scacco maggiore fu la non adesione del LTC all’AIL. Semplicemente perché quando si ingaggia una battaglia il suo esito non è predeterminato. I segnali positivi iniziali che avrebbero potuto condurre in un’altra direzione erano esistiti, con la formazione della LTC nel 1860, con la crescente partecipazione della classe lavoratrice sui terreni politici internazionali tra il 1862 e il 1864 (a favore della causa italiana e di Garibaldi in specifico, del nord nella guerra civile americana, di una Polonia indipendente), con la fondazione stessa dell’AIL e poi della Reform League. Ma le peculiarità inglesi di fondo giocavano sicuramente a suo sfavore. In primo luogo il collasso del cartismo con tutto ciò che ne derivava, incluso il carattere del radicalismo popolare londinese, che nonostante sia oggi magnificato da storici come Taylor (Antony), costituiva una eredità del passato, non del cartismo, ma della sua sconfitta, che pesava sul presente ostacolando un nuovo sviluppo; questo radicalismo fu la matrice su cui si svilupparono dagli anni ‘880 le sette socialiste (la SDF, la SL, l’ILP) che anziché guardare allo sviluppo dell’intera classe lavoratrice si concentrarono in modo dottrinario sulle loro piccole specificità. In secondo luogo, come Engels non si stancò mai di ripetere, vi era la posizione internazionale preminente della Gran Bretagna, che aveva permesso uno sviluppo anomalo del capitalismo, con una crescita economica inaudita, poche crisi e di relativa lieve entità, favorendo l’illusione che piccole conquiste fossero per l’eternità. Ma pur se sconfitta in Inghilterra, la battaglia ingaggiata da Marx fu vincente nel complesso, a livello internazionale, e l’esperienza dell’AIL fu fondamentale nel porre le basi delle grandi organizzazioni operaie che molti anni dopo formarono l’Internazionale operaia e socialista.

Anomalie capitaliste, tradizioni, pregiudizi, macerie, “immaginaria superiorità nazionale”, venalità dei dirigenti che via via emergono: la classe lavoratrice inglese si ritrova dalla fine degli anni ‘860 imprigionata in una condizione per cui non riesce ad avere il ruolo che la situazione obiettiva – la logica di funzionamento della società capitalista – le dovrebbe imporre. Come giustamente ricordava Kautsky abitudini e istinti continuano a operare anche quando la loro base materiale è scomparsa – così il sentimento di debolezza nelle file del proletariato e la credenza nellinvincibilità del capitale perdura fino a che una prova di forza non faccia emergere la realtà.

Il tentativo generoso della Land and Labour League, fondata nell’autunno 1869 anche su impulso del Consiglio generale dell’AIL, nonostante un inizio molto promettente (il giornale che ospitava le sue posizioni, “The Republican”, nato nel settembre 1870, passa nel giro di poco tempo da mensile a quindicinale e infine a settimanale), si infrange con la mancanza di sostegno popolare alla Comune di Parigi – una serie di dissidi interni prima ne bloccano l’attività, e poi la portano a una totale marginalità. Anche la grande ondata di scioperi tra il 1872 e il 1876, che coinvolse addirittura settori di lavoratori poveri non “aristocratici”, i salariati agricoli e quelli “a chiamata” dei porti, non oltrepassò lo stretto ambito sindacale, e non espresse, neppure a livello embrionale, direzioni diverse da quelle “lib-lab”. L’augurio di Marx, che i lavoratori inglesi si sbarazzassero dei propri dirigenti, rimase senza seguito. Per quanto riguarda questi dirigenti, nel settembre 1869 formarono la Labour Representation League, che operava per promuovere l’elezione al Parlamento di sindacalisti, ma senza alcuna base politica o rivendicativa, e (naturalmente) nelle fila del Partito liberale. Neppure il varo da parte del governo liberale di una legge che considerava ogni picchetto di sciopero, anche pacifico, come un atto di sovversione perseguibile per via penale, riuscì a scuotere seriamente la cieca fiducia (lubrificata da un buon numero di biglietti di banca) nei liberali. La legge venne abrogata nel 1875 da un governo tory. La situazione era paradossale: i sindacati proclamavano la loro apoliticità, e quindi i lavoratori non potevano esprimere alcuna posizione politica tramite le proprie organizzazioni, ma i dirigenti perseguivano un posto al sole borghese (liberale) come parlamentari. In questa situazione stupisce che i settori più legati alle direzioni sindacali votassero per i liberali, mentre quelli più distanti davano il loro sostegno ai tory? Tutto sommato erano i governi tory quelli che avevano operato di più a favore dei lavoratori, come nel 1867 e nel 1875, e i discorsi conservatori a favore delle buone vecchie tradizioni (alcool e convivialità, anti-intellettualismo, “chiassosità, bellicosità ed edonismo”), e che esaltavano la grandezza e superiorità nazionale e gettavano più che abbondante benzina sul fuoco dell’odio anti-irlandese, toccavano delle corde popolari profonde. Nel 1900 il numero totale degli aderenti all’ILP a livello nazionale era pari al numero di aderenti alla Primrose League (la associazione dei conservatori) di Bolton! I tories avevano certo una cultura politica incoerente, ma riuscivano a legare patriottismo, imperialismo e problemi quotidiani, erano “popolari” nel tollerare “debolezze e vizi umani”, proclamavano che era necessaria una “alleanza tra proprietà e lavoro”, e intercettavano il potente sentimento anti-partiti allora esistente facendosi alfieri degli “interessi nazionali” all’opposto dei liberali, che perseguivano solo i loro interessi “di parte”, “di partito”. Stupisce che i lavoratori si concentrassero nelle battaglie su salari, orari e condizioni di lavoro, lasciando la politica “a chi di dovere”? Alla fin fine era la vecchia logica dello “scavar tane” fin dal periodo seguito al fallimento dell’ “assalto al cielo” cartista, e il cui corso era sembrato che si fosse un poco invertito negli anni ‘860 – ma ci pensarono tory, whig di tutte le sfumature, e tutti i dirigenti operai a far sì che quel corso riprendesse nella sostanza, e la sostanza era che i lavoratori si limitassero solo ed esclusivamente alle “tane”, a garanzia della storicamente famosa stabilità mediovittoriana. Engels concluse, nel 1881, che solo dei grandi eventi avrebbero potuto far rimettere in moto i lavoratori inglesi.

Dalla fine degli anni ‘870 arrivò la crisi a ricordare l’insicurezza della vita proletaria, e dalla metà degli anni ‘880 iniziò la fioritura socialista sul suolo inglese. Engels ironizzava dicendo che “in Inghilterra vi è di nuovo veramente il socialismo, e in grande quantità: socialismo in tutte le gradazioni, socialismo consapevole e inconsapevole, socialismo in prosa e in versi, socialismo della classe operaia e della middle class. Perché, in realtà, questo mostro orribile, il socialismo, non si è accontentato di diventare rispettabile, ha già indossato un vestito da sera e bighellona con disinvoltura nei salotti”. Non fu l’inizio della “marcia in avanti del lavoro”. Le crisi furono relativamente brevi e modeste, e il socialismo della neonata Socialist Democratic Federation era un miscuglio ben strano. Era un socialismo apparentemente “marxista”, ma come diceva Engels “antimarxista” nella prassi: anziché guardare allo sviluppo della classe lavoratrice, aiutandola a imparare da sola, faceva delle idee marxiste un manifesto da sventolare propagandisticamente in ogni dove. Non erano interessati alla classe ma alle proprie idee. Per Engels gli operai dovevano elevarsi partendo dal loro senso di classe, mentre l’SDF pensava di farlo facendo ingoiare loro degli articoli di fede. Ma non solo: era un’organizzazione estremamente verticista, con un padre padrone, Hyndman, che grazie a un background tory magnificava a ogni piè sospinto la superiorità nazionale inglese; erede delle vecchie tradizioni radicali inglesi era ben confusa nei propri orientamenti politici, ad es. con una posizione radicalmente contraria agli scioperi; e infine non disdegnava la corruzione parlamentare imperante in Inghilterra.

Di ben altra lega fu l’esplosione del nuovo unionismo nel 1889. Quella che si mosse fu l’Inghilterra profonda, quella degli strati più poveri dei lavoratori, della maggioranza dei lavoratori. L’inizio di questo movimento è giusto collocarlo nello sciopero delle fiammiferaie quattordicenni, per lo più di origine irlandese, della fabbrica Briant & May nell’East End, nel luglio 1888. A fine giugno Annie Besant aveva pubblicato un articolo su un giornale popolare sulle pessime condizioni di lavoro in questa fabbrica: 14 ore di lavoro al giorno, salari bassissimi e taglieggiati dalle multe, utilizzo del fosforo bianco nella produzione dei fiammiferi con conseguente osteonecrosi delle mandibole per le lavoratrici. La direzione cercò di imporre alle lavoratrici la firma di un documento in cui venivano negate tutte le accuse; a fronte del rifiuto delle lavoratrici scattò un licenziamento. 1.400 operaie ragazzine entrarono allora in sciopero, e dal 6 luglio la fabbrica era ferma. Il caso ebbe un notevole risalto sulla stampa e in Parlamento, e il padrone della fabbrica, un leader liberale in vista, dovette cedere. L’anno successivo entrarono in sciopero gli operai del gas e i lavoratori “a chiamata” dei porti, e da qui l’ondata di scioperi si allargò a dismisura, diventando movimento politico a favore di una legge che doveva fissare a otto ore l’orario di lavoro massimo. I quattro anni tra il 1889 e il 1892 furono anni di grandi speranze, e anche Engels condivise questo entusiasmo, di essere finalmente giunti al “grande evento” che avrebbe finalmente spazzato macerie, tradizioni, pregiudizi, vecchi dirigenti e vecchie mentalità, e che avrebbe dimostrato quanto i nipoti dei cartisti potessero essere degni dei loro nonni. Ma anche questa volta, come negli anni ‘860 la speranza si rivelò vana: nonostante la fioritura socialista – che pur diede dirigenti di valore alle mobilitazioni dei lavoratori – i nuovi “capi” non furono all’altezza politica della situazione, e sprecarono nel 1893 l’occasione di costruire un Indipendent Labour Party di massa (o almeno tentarci), e per ambizioni e vanità personali proclamarono un “ILP” già bello che fatto che si aggiunse come setta a quelle esistenti, e che nella seconda metà degli anni ‘890 giunse a condividere l’imperante ideologia liberal-labour.

Certo, permaneva un ostacolo obiettivo al pieno sviluppo della classe lavoratrice, un capitalismo anomalo per via della posizione privilegiata detenuta dall’Inghilterra e da lei sola, ma era pur sempre un ostacolo relativo, e la messa in moto degli strati più profondi e più ampi del proletariato apriva delle “finestre di opportunità” che avrebbero potuto essere colte, perché facevano emergere il socialismo latente, istintivo delle grandi masse. Ma perché questi impulsi istintivi si trasformassero in consapevolezza, in esigenze e concetti chiari, in azioni consapevoli, in organizzazioni, in specifiche “istituzioni” classiste da costruire insieme e in cui identificare la causa comune, era essenziale che i “capi” che ogni periodo storico produceva fossero in grado di gestire questo processo, in Inghilterra reso ancor più difficile dagli ostacoli obiettivi unici e da tradizioni soggettive quarantennali (al tempo del nuovo unionismo). Se invece essi stessi erano prigionieri, almeno in parte, delle vecchie tradizioni, l’esito sarebbe stato scontato, come in effetti fu. È il problema dell’agency, e penso che fosse nel giusto Thorne quando scrisse alla morte di Engels: “penso che la causa della classe lavoratrice [inglese] ne soffrirà”. Negli altri paesi, dove operava un “capitalismo standard” e non vi erano le macerie di un fallito “assalto al cielo” alle spalle, la rottura con le vecchie tradizioni e l’ascesa di un movimento operaio indipendente richiedevano capacità ben inferiori ai dirigenti che via via emergevano, per cui ovunque sul continente gli anni tra il decennio ‘870 e quello ‘890 videro la formazione e l’affermazione di partiti operai e socialisti di massa. C’era un’altra via per giungere a disfarsi di pregiudizi e tradizioni senza il venir meno dell’ostacolo obiettivo (la posizione predominante della Gran Bretagna) e indipendentemente dalle qualità soggettive dei “capi”? C’era, ma Engels non ebbe tempo di vedere che questa possibilità esisteva, e che si realizzava. Il suo entusiasmo sarebbe stato senza limiti, infinitamente maggiore di quello che espresse nel 1889-90.

I contemporanei, negli anni ‘890, e alcuni storici negli ultimi decenni si sono interrogati sull’apatia e sulla quiescenza operaia inglese dopo il riflusso del nuovo unionismo. Da parte dei contemporanei il motivo era semplice: molti lavoratori erano del tutto disinteressati agli “articoli di fede” che le sette socialiste volevano far loro ingoiare – mi sembra che i lavoratori del tempo si comportarono nel modo più logico. Da parte degli storici si sottolinea in generale la apoliticità della massa operaia, se non addirittura un suo conservatorismo. Non sono d’accordo. Che cosa ci si può aspettare in una situazione del genere? La subcultura di massa del proletariato inglese era una subcultura di separazione e di autodifesa dalla middle class nella vita quotidiana, e di rigetto nei fatti dei suoi valori. Nei quartieri ci si difendeva da una polizia che voleva controllare e umiliare le “classi pericolose”, nelle strade e negli spazi aperti, e si intrecciavano rapporti di vicinato (soprattutto le donne) per sopravvivere a periodi di disoccupazione o di disgrazie, nei posti di lavoro se appena si poteva ci si difendeva in qualche modo dai padroni. Nel 1900 i salariati poveri erano il 40% di tutti i lavoratori, in assenza di qualsiasi sistema di sicurezza sociale. Se il processo all’opera tra il 1889 e il 1892/93 avesse avuto un esito diverso questa subcultura ne sarebbe stata trasformata in modo radicale: sarebbe diventata assertiva, di sfida aperta alla società borghese, creativa e multidimensionale, orgogliosa e con uno sguardo sicuro rivolto a un futuro degno. Esattamente l’opposto di quanto volevano le classi dominanti – e anche qualche storico odierno che con disprezzo sottolinea l’apatia operaia di quel tempo, se fosse nato in modo da essere contemporaneo a quell’ “apatia operaia” l’avrebbe largamente apprezzata, visto quale sarebbe stata l’alternativa possibile.

A fronte di quell’ “apatia” operaia il bilancio della “sinistra” di allora (escludo il Labour Party che nei contenuti fu sempre molto “liberal”) fu catastrofico. Era una “sinistra” estranea a quel mondo operaio, non faceva che lamentarsene, faceva molta retorica sull’abolizione della povertà e sull’ “etica socialista”, ma non diceva neppure una parola sull’abolizione del capitalismo e su quale strategia per arrivarci. E anche se lo avesse fatto non sarebbe bastato, perché, come afferma Oestreicher, “le culture della classe operaia possono essere pensate come un insieme di contingenze, di possibilità. Quali possibilità si svilupperanno e si affermeranno dipendono dal contesto storico e dalle azioni degli attori storici specifici all’interno di un contesto particolare… [dipende dalla] capacità dei gruppi politici di situarsi saldamente all’interno delle strutture e dei valori della vita quotidiana e di vincere la battaglia per il ‘senso comune’ politico ([rigettando qualsiasi] elitarismo culturale)… [e dalla] la capacità… di identificare non solo i problemi fondamentali ma anche di offrire soluzioni efficaci”. In parole povere il socialismo per essere efficace doveva anche essere un “socialismo con i suoi abiti da lavoro addosso”, per usare la famosa espressione di Big Bill Haywood. Ma anche così non sarebbe bastato: i grandi eventi storici non sono “creati” da gruppi militanti per quanto possano essere generosi e “all’altezza della situazione”. Perché la gran massa dei lavoratori inglesi potesse mettersi in moto erano necessari dei “grandi eventi”.

Gli anni tra il 1894 e il 1910 non furono particolarmente entusiasmanti – non vi fu alcun “grande evento”. Un duro contrattacco padronale riuscì a cancellare le conquiste precedenti, ma senza voler infliggere una sconfitta ai sindacati, il cui ruolo venne anzi riconosciuto e ampliato, con l’estensione della contrattazione collettiva in cambio della tregua sindacale. Questo contrattacco ebbe conseguenze contraddittorie, favorendo i fautori di una rappresentanza sindacale indipendente in Parlamento, con la nascita del Labour Representation Committee nel 1900, e al contempo favorendo i fautori di una continuità politica di alleanza con i liberali. Il “Taff Vale case” nel 1901, mettendo in discussione l’esistenza stessa dei sindacati, favorì una ulteriore formalizzazione dell’indipendenza politica dei sindacati, con la nascita del Labour Party nel 1906, e al contempo una formalizzazione dell’alleanza con il Partito liberale: nel 1903 venne sottoscritto un patto elettorale segreto tra MacDonald e Hardie (entrambi dell’ILP!) e i capigruppo liberali. “Questo accordo ha avuto conseguenze epocali per entrambe le parti. In sua assenza i liberali non avrebbero goduto della grande maggioranza che riuscirono a ottenere nelle elezioni del 1906, mentre il Labour Party sarebbe esistito a malapena in parlamento. Tuttavia, come esercizio di politica ‘indipendente’ della classe operaia, questi negoziati Liberal-Labour erano di dubbio valore. In un certo senso, il nuovo Partito è esistito per grazia di Campbell-Bannerman e Herbert Gladstone. È veramente straordinario (e illuminante) che un partito, la cui intera ragion d’essere risiede nella sua indipendenza, sia stato in grado di impegnarsi in un affare di questo tipo” (Harrison). L’ “era lib-lab” inaugurata da un accordo, anch’esso segreto, nel 1868 proseguì ben oltre il 1900 e il 1906.

Il 1910-1911 vide l’inizio di un nuovo terremoto sociale, ben più profondo e più esteso di quello di vent’anni prima. Nel 1911 vi fu il grande sciopero dei trasporti (ferrovieri, marinai, portuali e altri mestieri) di Liverpool, nel 1912 fu l’industria mineraria a esplodere, nel 1913 vi fu l’epica lotta di sei mesi dei portuali di Dublino contro “la grande serrata” (i lavoratori dovettero cedere nel gennaio 1914) e gli scioperi si generalizzarono ovunque, coinvolgendo i lavoratori degli hotel, i tassisti, i produttori di palline da cricket, i giornalisti… L’inizio del 1914 non fu da meno. È stato stimato che nel complesso circa il 30% di tutta la forza lavoro britannica scese in sciopero. I leader sindacali furono sbalorditi dalla situazione e parlarono di un “fuoco che si è diffuso rapidamente”, di “un fulmine a ciel sereno”, di una “grande onda sorta come per magia”. Gli storici ne hanno parlato come un evento “misterioso”, “inesplicabile”, come una “combustione spontanea”. Gli anni 1911-1914 vennero vissuti dalle classi dominanti inglesi come degli “anni apocalittici” per la contemporaneità della rivolta operaia, di quella delle donne e di quella dei nazionalisti irlandesi. Per quanto riguarda la rivolta operaia, il suo tratto caratteristico fu la sua spontaneità, la sua radicalità e la sua inusuale violenza, sia da parte degli scioperanti, con sabotaggi, attacchi ai crumiri, alla polizia che li proteggeva e con occasionali sommosse, sia da parte dello Stato. Trade unions e Labour Party denunciarono il movimento, e l’ILP (con l’eccezione di Hardie) e il British Socialist Party (il successore dell’SDF) non vollero farsi coinvolgere, anche se i loro militanti di base erano all’avanguardia delle mobilitazioni. Gli scioperanti a loro volta attaccarono i dirigenti e i burocrati delle Trade unions, ma si iscrissero in massa nei sindacati, che passarono da due milioni e mezzo di iscritti nel 1910 a quattro milioni di iscritti nel 1914 (il 25% di tutta la forza lavoro). I vecchi dirigenti pur di mantenere il posto fecero buon viso a cattivo gioco, adottando talvolta un linguaggio radicale, ma tenendo fermo sulle cose fondamentali – così ad es. le Trade unions rifiutarono di indire scioperi in solidarietà ai portuali di Dublino, con alla loro testa il sindacalista rivoluzionario James Larkin, durante la grande serrata del 1913. L’operazione riuscì.

A Liverpool lo sciopero venne iniziato dai marinai mercantili, e si allargò in solidarietà con loro; venne formato un comitato di sciopero per rappresentare tutti gli scioperanti presieduto da Tom Mann, il vecchio dirigente degli scioperi del 1889-1892, diventato sindacalista rivoluzionario dopo un decennio in Australia, dove era rimasto disgustato dalle derive parlamentari e conservatrici del socialismo locale. Il 13 agosto la polizia attaccò brutalmente una folla di 85mila persone riunite per ascoltare Tom Mann – fu il “Bloody Sunday”, con 350 feriti, di cui quasi 200 ospedalizzati, e un centinaio di arresti. Due giorni dopo l’esercito, presente in città con 3.500 uomini, aprì il fuoco sulla folla, uccidendo due persone e ferendone quindici (una successiva inchiesta giudiziaria si concluse ritenendo il caso un “omicidio giustificabile”), e il ministro degli interni Winston Churchill inviò altre truppe e posizionò un incrociatore della marina militare nelle acque prospicenti Liverpool. Lo sciopero dei ferrovieri però si allargò a livello nazionale e in questa situazione la movimentazione delle merci a livello nazionale era pressoché impossibile senza l’intervento della polizia e dei militari; a Liverpool era il Comitato di sciopero che autorizzava tramite appositi permessi qualsiasi movimentazione dei soli beni di prima necessità. Verso la fine dell’agosto 1911 il paese era al collasso perché la disponibilità di personale militare era insufficiente a garantire sia l’ordine pubblico, sia il trasporto delle merci, e a questo punto il governo obbligò i padroni delle ferrovie ad accettare le richieste dei lavoratori per far terminare lo sciopero.

Il ruolo di Tom Mann e della sua creatura, la Industrial Syndicalist Education League (ISEL), nella grande rivolta del 1910-1914 non può essere sottovalutato. In un dibattito con Arthur Lewis negli Stati uniti nel 1913 Tom Mann venne presentato con queste parole: “mentre ero in Inghilterra la scorsa estate, ho imparato qualcosa su Tom Mann. Ho scoperto, quando sono andato lì, che la Chiesa lo odiava; ho scoperto che l’aristocrazia lo odiava, che i proprietari terrieri lo odiavano e che i capitalisti lo odiavano; e quindi ho pensato che ci doveva essere proprio qualcosa di buono in lui”. Il suo opuscolo “The Way to Win”, in cui sosteneva che il socialismo poteva essere raggiunto solo attraverso il sindacalismo e la cooperazione, e che la democrazia parlamentare era intrinsecamente corrotta (“l’organizzazione economica è sufficiente e l’azione politica non è necessaria per l’emancipazione della classe operaia”), ebbe un enorme impatto. La sua strategia sindacale riguardo alle Trade unions era quella di “spingere dall’interno”. Ma il suo sindacalismo rivoluzionario era ben diverso da quello francese, e il significato delle parole era diverso. Mi permetto una sua lunga citazione dal dibattito prima citato del 1913:

Credo che il signor Lewis ed io siamo entrambi d’accordo sul fatto che prima ci sbarazzeremo del sistema capitalista, meglio sarà per tutti gli interessati. Non c’è dubbio nella nostra mente che il sistema capitalista sta per andarsene, sicuramente sta per andarsene, e che è nostro dovere aiutarlo ad andarsene; che dovrebbe essere un nostro piacere impegnarci nel lavoro più efficace che conosciamo per trasferire il potere, ora goduto ed esercitato dalla classe capitalista, trasferendolo alla classe operaia, in modo che i lavoratori possano nel futuro esercitare un controllo completo sul proprio destino industriale e sociale. […] Che cosa è necessario? Che la classe dominante cessi di essere la classe dominante; che coloro che sono ora dominati diventino essi stessi i controllori delle industrie in cui sono impegnati in modo completo e totale; e così faremo ricorso al sistema cooperativo di produzione, producendo per l’uso e non per il profitto. Questa è la cosa importante. Come? Come ci arriviamo? […] Mi preoccupo soprattutto di essere il più corretto possibile nello spendere le mie energie in modo tale da contribuire a questo scopo… è importante sapere qual’è il modo giusto in cui lavorare. Sono tra coloro che sono contenti di vedere un’energia devota, disinteressata, instancabile usata nella direzione migliore, senza sprecarne nulla, ma senza temere quanto duro possa essere il lavoro… Non sono contrario a tutte le forme di azione politica; poiché c’è molto che approvo completamente e in cui sono abitualmente impegnato che può essere incluso sotto questo termine. Ma quello che si intende qui in questa discussione oggi, quando si dichiara che l’organizzazione economica industriale è essenziale e si dimostrerà sufficiente per portare al cambiamento – significa che non dobbiamo ricorrere all’azione legislativa, al fine di realizzare questo cambiamento economico; che non è attraverso e per mezzo dell’azione legislativa che la rivoluzione si realizzerà, ma con qualche altro mezzo… Dichiaro – e questo è il senso del mio discorso – che l’organizzazione economica o industriale, che porta solidarietà tra i lavoratori, si dimostrerà abbastanza sufficiente per realizzare l’intero mutamento economico e sociale desiderato […] “Sindacalismo”: alcuni dicono di non capire cosa voglia dire. Non sono qui per preoccuparmi della sua definizione… non mi riguarda. Non mi interessa nessun “ismo”, né l’anarchismo, né il sindacalismo, né il socialismo. Sono interessato al controllo completo da parte della classe lavoratrice […] Sto dicendo che dobbiamo usare gli strumenti più efficaci per realizzare il lavoro da svolgere. Dico che lo strumento e l’attività più efficace e del tutto soddisfacente a cui possiamo ricorrere è quello di rifiutare di fornire ai capitalisti i servizi essenziali. La stessa ora in cui ci rifiutiamo di dar loro da mangiare, vestirli, trasportarli e mantenere in esecuzione ogni singola attività, è esattamente l’ora in cui perdono completamente il loro potere… E poi quando dichiaro [questo] come posso incoraggiare uomini e donne ad avere preoccupazione per l’azione politica dell’ordinamento legislativo quando sono fiducioso che possiamo soddisfare tutto ciò che richiediamo e ottenere tutto ciò che desideriamo per mezzo dell’organizzazione economica o industriale?… La cosa importante è la completa emancipazione dei lavoratori, e credo che ciò possa essere raggiunto dall’organizzazione industriale ed economica senza ricorrere all’istituzione legislativa.

Mi verrebbe da citare De André: “se non del tutto giusto, quasi niente sbagliato” (e tutto sommato non stupisce che Tom Mann nel 1917 abbia raggiunto il BSP, ri-affiliatosi al Labour Party e liberatosi dell’ala destra del vecchio Hyndman, fervente patriota e guerrafondaio, e abbia poi contribuito nel 1920 alla fondazione del Partito comunista). Ottimo il rigetto di tutti gli “ismi”, ottimo l’aver sempre davanti agli occhi la “missione della classe lavoratrice”, e se si identifica “politica” con “riformismo”, allora va da sé rigettarla. E i discorsi di Mann non escludevano un “parlamentarismo militante”. D’altro lato, sullo Stato aveva sicuramente una visione unilaterale e semplicista, e la sua tattica nei confronti delle Trade unions fu a dir poco fallimentare. In quel frangente la strategia dello sciopero generale rivoluzionario era la strategia corretta? Di certo a livello di massa, sia nelle classi dominanti, sia in quella lavoratrice, si percepiva un “senso di scontro imminente”. Morton ha scritto che “il movimento [del 1910-1914] fu interrotto dallo scoppio della guerra prima che avesse avuto il tempo di raggiungere la sua piena maturità, ma ci sono delle indicazioni che si stesse sviluppando verso una lotta consapevole per il potere. È probabile che solo la guerra abbia impedito uno sciopero generale che avrebbe sollevato direttamente la questione della rivoluzione”. Non so valutare se quella strategia fosse la migliore, di certo la questione nel 1910 si poneva ben diversamente dagli anni ‘880 e ‘890, quando Marx ed Engels propugnavano una “via parlamentare”, sia pur ben diversa da quella che noi oggi intendiamo con queste parole, per il semplice motivo che la situazione internazionale si era radicalmente modificata con la rivoluzione russa del 1905, e che dal 1909 la guerra generale, europea e mondiale, era diventata inevitabile e a breve termine. Non c’era più tempo per la “via parlamentare”, era il momento dell’azione. E va a onore della classe operaia europea aver “sentito” l’urgenza di rivoltarsi in quella congiuntura: negli anni della grande rivolta inglese vi fu un picco di conflitti industriali in Irlanda, in Olanda, in Russia, in Spagna, vi furono scioperi molto importanti in Italia, in Francia e in Germania, vi fu il massacro dei minatori a Lena, in Siberia, nel 1912 e lo sciopero generale di San Pietroburgo nel luglio 1914.

La “grande rivolta” inglese del 1910-1914 ebbe esclusivamente rivendicazioni di tipo sindacale, anche se ebbe un peso significativo sia la propaganda sindacalista rivoluzionaria, sia la disillusione di massa per le politiche parlamentari, dove il Labour Party appoggiava in modo totalmente acritico il governo liberale. D’altro lato le discussioni se l’industria dovesse essere di proprietà dei capitalisti, oppure dello Stato, o invece dei lavoratori stessi; la radicalità della rivolta; il ricorso a scioperi dal basso senza preavviso e all’azione diretta; l’uso senza freni inibitori della violenza a livello di massa; il diffuso senso di classe espresso dalla moltiplicazione esponenziale degli scioperi di solidarietà, in nettissima opposizione a tutta la middle class e alle sue istituzioni; la totale mancanza di “rispettabilità”, come espressa dal giornale Daily Herald, che andava a ruba tra i lavoratori; la solidarietà ai portuali irlandesi (Connolly: “in tutta solennità e serietà dico che il movimento della classe operaia della Gran Bretagna nel suo atteggiamento nei confronti di Dublino, ha raggiunto il punto più alto di grandezza – ha raggiunto per un momento la realizzazione di quella sublime unità a cui il meglio di noi deve continuamente aspirare”) – tutto ciò indica che finalmente il collasso cartista era finalmente superato, e che quindi pregiudizi, tradizioni e mentalità che avevano soffocato la classe lavoratrice inglese per sessant’anni erano stati spazzati via. Finalmente la classe operaia inglese era uscita dalle tane e affrontava i lupi a testa alta.

Burgess ci ricorda che “alla riunione dei delegati dell’ASE [il fior fiore dell’ “aristocrazia operaia”! mia nota] nel 1912 più del 50% dei delegati presenti sono identificabili dai loro discorsi non solo come forti sostenitori di una politica indipendente dei lavoratori, ma anche come sostenitori del ‘collettivismo’ da raggiungere con la ‘guerra di classe’”. Meacham ci ricorda che “Ben Tillett, il capo dei portuali, invocò la guerra di classe nel suo rapporto annuale del 1912. ‘La guerra di classe è la più brutale delle guerre e la più spietata. La lezione è che, nei futuri scioperi, gli scioperanti devono proteggersi dall’uso delle armi con le armi; proteggersi dalle sparatorie con le sparatorie; protestare contro la violenza con la violenza… L’altra lezione è che il Parlamento è una farsa e una commedia, la Duma del ricco, la Tammany del padrone, la cucina dei Ladri e il despota del lavoratore… Il capitalismo è il capitalismo come una tigre è una tigre; ed entrambi sono selvaggi e spietati verso i deboli’”.

A differenza del 1889-1892/93 il rivolgimento sociale fu così ampio, profondo e duraturo, senza eguali in Europa, da superare anche l’assenza di strutture organizzative e di dirigenti socialisti all’altezza della situazione: i partiti socialisti se ne tennero distanti, in quanto partiti (solo diffidenza, altro che entusiasmo! Fosse stato ancora vivo Engels!), per cui molti attivisti si rivolsero al sindacalismo. Ma l’ISEL di Mann non aveva alcuna struttura e direzione collettiva, non tentò mai di costruire una leadership alternativa a quella delle Trade unions, e dall’autunno 1913 era in via di disintegrazione. La “grande rivolta” era solo un primo passo: era il momento della liberazione, della distruzione del passato, di tutte le incrostazioni accumulatesi, non era ancora il momento della costruzione duratura.

La “grande rivolta” fu solo sospesa dall’inizio della Grande guerra: già dal 1917 le mobilitazioni ripartirono, e probabilmente nel 1919 la Gran Bretagna era sull’orlo di una rivoluzione. L’ondata di mobilitazioni del 1919-1921 fu gigantesca (nel 1920 i lavoratori sindacalizzati balzarono a quasi otto milioni e mezzo), e al suo confronto la “grande rivolta” del 1910-1914 apparve retrospettivamente come poca cosa. Ma fu in realtà un evento di portata storica.

Cerco di riassumere i grandi nessi causali che, a mio avviso, sono stati all’opera nel “lungo XIX secolo” determinando “perché la classe e il movimento operaio britannico si sono sviluppati proprio nel modo in cui è avvenuto”. Il periodo fra gli anni ‘790 e ‘830 ha visto la progressiva formazione politica, sindacale e culturale indipendente della classe lavoratrice britannica, sulla base di pre-esistenti tradizioni popolari e culturali, rimodellate e rivissute in un modo nuovo e creativo. Questo processo ha avuto al suo culmine il decennio cartista, in cui tutta la classe lavoratrice si è unificata attorno a una serie di rivendicazioni politiche, costituzionali, con al centro il suffragio universale (i lavoratori erano al tempo totalmente esclusi dal voto), ma non limitato a questo: cito solo per es. la richiesta di elezioni annuali e l’appoggio all’indipendenza irlandese. Ma in presenza di una classe lavoratrice unita e totalmente indipendente dalle classi dominanti, con una “subcultura” radicale e sovversiva che vedeva nel sistema capitalista, nella “schiavitù salariale”, la fonte di tutti i mali sofferti, e con una visione di totale rigenerazione sociale, la concessione del suffragio universale non sarebbe stata una “riforma”, ma una “rivoluzione”, con l’ascesa al potere della classe lavoratrice. Le classi dominanti non potevano in alcun modo in una simile situazione piegarsi alle richieste cartiste, per cui la strategia adottata dal movimento cartista (l’unica disponibile nell’esperienza di massa della classe), la cosiddetta “tribuna di massa”, la “pressione dall’esterno” sul Parlamento, più o meno vigorosa e minacciosa, strategia del tutto idonea all’ottenimento di semplici riforme, si rivelò invece in questo caso del tutto inidonea. La disfatta della “terza e ultima” petizione nel 1848 portò al collasso del movimento cartista, nei fatti un “collasso strategico”, e l’esperienza di massa di questa disfatta comportò che il pregiudizio borghese dell’eternità della “schiavitù salariale” diventasse proprio della classe lavoratrice, che aveva vissuto sulla propria pelle l’impossibilità dell’ “assalto al cielo”. Questo collasso venne vissuto per generazioni di lavoratori, estendendosi per ben sessant’anni. Senza prospettive, dovendosi adattare vita natural durante al sistema vigente, la classe operaia cercò tutti gli strumenti per difendersi alla meno peggio, ma non essendo più unificata politicamente si espresse lungo le linee in cui era frazionata – occupazionali, di status, nazionali – e accettò, sia pure in modo riluttante, sospettoso e con continue tensioni, la partnership di un settore borghese (quello radicale-liberale), quando permetteva di ottenere qualche conquista. A metà degli anni ‘860 una rinnovata agitazione pro suffragio universale ottenne in parte quanto richiesto, con il varo di una riforma che dava il diritto di voto a circa il 30% dei lavoratori: ma questa volta, senza indipendenza e “sovversivismo” di massa operaio, si trattava di una mera riforma, alla fine concessa perché la dinamica delle mobilitazioni di massa rischiava di ricreare proprio questo “sovversivismo” nello scontro con il Parlamento. Accantonato questo rischio, per le classi dominanti era essenziale che i lavoratori si dividessero tra i due partiti dominanti, tories e liberali, senza possibilità di una espressione autonoma e indipendente; con la fattiva collaborazione delle direzioni operaie di quel tempo, una collaborazione ben remunerata, riuscirono nel tempo a consolidare una tradizione di accodamento operaio “ufficiale” ai liberali, relegando la combattività dei lavoratori al solo settore sindacale (con l’arrivo della “grande depressione” nella seconda metà degli anni ‘870 questa combattività si estinse da sola). In realtà questa alleanza riguardava alcuni settori operai, perché spesso i politici liberali erano proprio gli industriali che sfruttavano e opprimevano gli operai a cui chiedevano il voto, e perché i tories davano largo spazio a tradizioni popolari del “buon vivere” e nei fatti quando furono al potere concedevano davvero delle riforme sociali negate invece dai liberali. Il sostegno popolare ai conservatori fu sempre ampio, anche grazie alla visione tory di una società nazionale organica e gerarchica, in cui tutti i settori dovevano dare il proprio contributo alla grandezza nazionale contro gli “altri” (in primo luogo gli irlandesi): una visione ripugnante, ma per certi versi meglio dell’individualismo cieco e del moralismo razionalista, astratto e intrusivo nelle vite private, proprio dei liberali. Se questo sistema può essere l’unico che possiamo vivere l’importante è da un lato riuscire a sopravvivere (il che non era detto, vista l’estensione della povertà e le ricorrenti epidemie) e dall’altro spassarsela per quanto possibile, e in questa ottica si poteva votare per conservatori o per i liberali per i motivi più futili, visto che entrambi volevano solo il proseguimento di questo sistema.

Ma perché gli effetti del collasso cartista durarono così a lungo? Perché il pregiudizio dell’eternità della “schiavitù salariale” non venne intaccato? Perché riuscì a solidificarsi la tradizione, anche se per lo più solo ufficiale, dell’alleanza operaia con i liberali? La risposta sta nel fatto che i lavoratori inglesi vissero una esperienza del capitalismo del tutto anomala, determinata dalla posizione di privilegio di cui godeva la Gran Bretagna nel mondo. Questa posizione di privilegio, che poneva l’industria in parte al riparo dalla concorrenza estera, fece sì che le crisi ricorrenti furono relativamente modeste e di breve durata. Non vi fu in questo modo l’urgenza per i lavoratori di trovare una via alternativa. L’incertezza dell’esistenza, dato ineliminabile sotto il capitalismo, esisteva, certo, ma in una misura tutto sommato accettabile. Ma questa “accettabilità” non riguardava però la gran massa dei lavoratori poveri. Ma quando alcuni settori di questi lavoratori iniziarono a battersi per i propri diritti, all’inizio degli anni ‘870, e poi con il nuovo unionismo a partire dal 1889, dovettero fare i conti con un’altra tradizione che era venuta a sommarsi a tutte le altre, e cioè che i lavoratori potessero esprimersi solo a livello sindacale, lasciando la politica agli “esperti”. Questi lavoratori espressero un “socialismo” latente, istintivo, ma che non riuscì a esprimersi politicamente anche grazie al ruolo di ostacolo rappresentato dalle sette “socialiste” allora esistenti. Una esplosione sociale di ben altre dimensioni era necessaria per far piazza pulita di tutte le incrostazioni che si erano accumulate decennio dopo decennio, anche grazie alla posizione privilegiata della Gran Bretagna.

Questa esplosione avvenne a partire dal 1910-1911. In questi anni la classe lavoratrice britannica si liberò finalmente dall’incubo del collasso cartista, e iniziò a cercare la “felicità sociale” in un sistema diverso da quello imperante. Fu un primo passo: la “grande rivolta” non ebbe una espressione politica diretta, ma l’estensione inimmaginabile degli scioperi di solidarietà (senza distinzioni tra “lavoratori aristocratici” e “lavoratori poveri”) fu l’espressione che il movimento non era solo sindacale, ma che ben altro era all’ordine del giorno: la sua unità e la sua indipendenza, le due cose fondamentali per la classe lavoratrice sotto il capitalismo, in qualsiasi periodo storico. Non ci fosse stata la Grande guerra, imparando dagli errori fatti, la classe lavoratrice si sarebbe finalmente sbarazzata dei propri “capi” e avrebbe preso in mano quelli che erano solo formalmente i suoi strumenti, sindacati e Labour Party. Ma lo scoppio della Prima guerra mondiale inaugurò un periodo storico completamente diverso.

Ma perché proprio nell’anno 1889 scoppiò il nuovo unionismo? Perché proprio nel 1910 scoppiò la “grande rivolta”? Perché la seconda fu ben più estesa e più radicale della prima? Grazie all’azione di gruppi socialisti o all’attività di gruppi di sindacalisti rivoluzionari? Per quanto riguarda queste due grandi ondate di lotte non penso che siano state determinate dalla presenza e dall’attivismo di gruppi militanti. Quando centinaia di migliaia (nel primo caso) o addirittura milioni (nel secondo caso) di persone si mettono in moto, la pre-esistenza di militanti socialisti o sindacalisti è importante se riescono a incarnare la volontà di queste masse di persone, e a aiutarle nel corso delle loro lotte (talvolta hanno invece costituito un ostacolo), ma di certo da soli non possono scatenare alcunché. Faccio un solo esempio. Tutte le testimonianze dei contemporanei sono concordi nel descrivere i comizi e i discorsi di James Larkin come un’esperienza emotivamente sconvolgente, letteralmente in grado di cambiare la vita degli ascoltatori. James Larkin era certamente un oratore e un agitatore eccezionale, quasi unico. Ma erano le masse di lavoratori che volevano un James Larkin, e trovarono l’uomo giusto. Il potere di James Larkin era di esprimere la volontà delle masse di lavoratori – senza questa volontà era impotente, come dimostrò la sua marginalità nella vita sindacale e politica irlandese a partire dal 1924. Ma allora cosa determinò lo scoppio di queste due ondate e il loro timing? Sicuramente una buona congiuntura economica favorisce l’esplosione di scioperi e agitazioni sindacali, ma penso che ben altro sia stato all’origine di queste ondate di lotta. Nel primo caso era molto concreto il rischio di una guerra generale europea, nel secondo era addirittura certo. L’incertezza dell’esistenza non era più data dalla ricorrente crisi economica più o meno profonda e più o meno duratura – l’incertezza aveva in quei due frangenti un significato molto più forte, molto più viscerale. La morte di milioni di persone. Quando le guerre erano lontane, e a morire tanto erano solo gli altri, come nella guerra boera, i lavoratori potevano permettersi anche di essere sciovinisti. Ma con la prospettiva di una guerra generale era diverso. È l’incertezza “assoluta” dell’esistenza che mise in moto centinaia di migliaia, milioni di persone, e nella seconda ondata l’incertezza era ben più alta. Un ispettore scolastico nel 1845 scrisse in un suo rapporto che “la vita interiore delle classi sotto di noi nella società ci è impenetrabile. Ignoriamo profondamente le sorgenti dell’opinione pubblica, gli elementi di pensiero e i principi di azione”. Nonostante sondaggi e ricerche penso che questa affermazione valga ancora oggi. Non penso che i sondaggisti o i docenti universitari odierni si ritrovino in una posizione molto diversa dall’ispettore scolastico di allora, anche se probabilmente in loro manca l’acuta onestà che dimostrò l’ispettore. In assenza quindi di dati e ricerche affidabili, avanzo una mia ipotesi: che vi sia una “sensibilità” di classe, come classe, a queste dinamiche politiche mondiali, a questi rischi in cui incorriamo, a queste incertezze “assolute”, senza che siano necessarie conoscenze di massa precise e razionali.

La storia procede per balzi e zig-zag. Fattori materiali, struttura specifica della formazione capitalista, culture e subculture ereditate dal passato e reinterpretate creandone di storicamente nuove, pregiudizi, tradizioni e mentalità, contingenze storiche: tutto questo ha determinato “perché la classe e il movimento operaio britannico si sono sviluppati proprio nel modo in cui è avvenuto”. Come ha affermato Kirk, rivendicando una tradizione di storici marxisti: “da molti anni E. P. Thompson, Eric Hobsbawm, David Montgomery, Eugene Genovese, Dorothy Thompson e molti altri materialisti storici e/o ‘deterministi sociali’ hanno rifiutato la concezione secondo la quale idee, valori, norme e linguaggi possano essere semplicemente essere visti o ridotti a riflessi passivi, espressioni o effetti di una base economica. Piuttosto, evitando sia il pluralismo liberale che il marxismo riduzionista, E. P. Thompson, Raymond Williams e altri hanno esplorato i vari modi in cui il ‘materiale’ pone limiti ed esercita pressioni su altre forme di attività sociale, tra cui il linguaggio e la coscienza: ma un modello meccanicistico di base e sovrastruttura è decisamente rifiutato. Alle idee e ai processi culturali vengono concessi spazi, modelli di articolazione e influenze sul materiale e altre pratiche sociali; ma non sono trattati come fattori completamente autonomi, che fluttuano liberamente, senza ancoraggi”. La mia reinterpretazione di un secolo di classe lavoratrice britannica conferma appieno la correttezza di questo approccio.