3. Fatti, parole e polemiche: riformismo – partito – coscienza

Engels non usa mai, a mia conoscenza, il termine “riformismo”. I due termini che rinviano al riformismo sono invece “opportunismo” e “possibilismo” (una corrente francese di sinistra moderata si fregiava di questo titolo). L’essenza di questo orientamento era per Engels il rinnegare la “missione storica” del proletariato, la conquista del potere come classe, e limitarsi a piccole conquiste qui e ora come unico orizzonte possibile. Si può spiegare il suo approccio con un parallelo molto semplice, relativo all’attuale pandemia in corso. Un qualsiasi ragazzo o ragazza di vent’anni ha un interesse obiettivo relativo al proprio futuro: è non “morire a vent’anni” o non sterminare la propria famiglia. Invece nel presente dell’oggi l’interesse immediato è fare una bella serata con amici e amiche come sempre si è fatto. Ma se il ragazzo o la ragazza in questione si preoccupano delle conseguenze che scaturiranno dalla soddisfazione dell’interesse passeggero dell’oggi, e lo sacrificano, guarderanno oltre il futuro immediato, la serata odierna, e faranno loro i grandi principi fondamentali – “vogliamo vivere!” In caso contrario si sacrifica il futuro (non “morire a vent’anni”, non sterminare la propria famiglia) al presente. Così, mutatis mutandis, Engels: “questo dimenticare i grandi princípi fondamentali di fronte agli interessi passeggeri del momento, questi lottare e tendere al successo momentaneo senza preoccuparsi delle conseguenze che ne scaturiranno, questo sacrificare il futuro del movimento per il presente del movimento, può esser considerato onorevole, ma è e rimane opportunismo, e l’opportunismo ‘onorevole’ è forse il peggiore di tutti”. Il presupposto ovvio in entrambi i casi è che vi siano degli interessi obiettivi che si collocano nel futuro e che determinano il tuo operare odierno. È quello che cercava di spiegare Kautsky, quando diceva che non esiste “nulla di più sbagliato della concezione che in politica soltanto gli interessi immediati siano decisivi, che gli ideali lontani non abbiano alcun significato pratico, che noi riusciamo tanto meglio nelle nostre campagne elettorali, quanto più ci comportiamo ‘praticamente’, vale a dire con un atteggiamento freddo e senza grandi aspirazioni, quanto più noi parliamo di tasse e dogane, di vessazioni poliziesche e casse di malattia e cose simili [oggi diremmo: di tasse, di patrimoniali, di CIG, di bonus, di salute al lavoro e cose simili], e quanto più noi trattiamo i nostri grandi scopi futuri come un amore di gioventù ormai trascorso, al quale si ripensa ancora volentieri nel proprio intimo, ma con il quale non si vogliono più aver rapporti in pubblico”. Dopodiché lo sanno tutti: come ci sono ventenni che fan baldoria stretti stretti in periodi di pandemia, così ci sono opportunisti in politica, e pure tanti. Il problema è capire perché. Nel caso dei ventenni i motivi possono essere sociali, o individuali, o derivare dall’illusione che risponda a verità una qualsiasi teoria complottistica sulle pandemie. Su questo mi permetto di ritornare in sede di conclusioni. Nel caso della politica i diretti interessati fanno appello al “realismo”. Già immagino le reazioni ad affermazioni come quella che il rider di Glovo e la ragazza di Schiaccia dovranno prendere il potere insieme a tutti gli altri lavoratori e gestirlo…“Da neurodeliri!”, “ci vuole competenza per tutto, per correre in bici con enormi pacchi, per fare panini e per fare politica… anche solo fare il sindaco di una metropoli, figuriamoci i destini complessivi di un grande paese!” Sì, alcune cose si possono certo fare, ma non perdiamo tempo con fantasie, siamo realisti. Kautsky dà il meglio di sé contro questi “realisti”: “chi finora ha condotto anche troppo spesso le classi in ascesa su strade sbagliate sono i ‘politici realisti’ che non vedono oltre il loro naso, considerano reale soltanto quello contro cui sbattono il naso, e dichiarano immenso e insuperabile ogni ostacolo solo perché una volta ci hanno sbattuto sanguinosamente il naso”. Il vero “realismo” è, per Engels, “guardare oltre il futuro immediato, non perdere di vista la grande connessione degli avvenimenti mondiali e non cadere in quell’ ‘obiettività’ compiaciuta che non vede al di là del proprio naso”.

Questo in generale. Ma in specifico? Si è visto che la “missione storica” della classe lavoratrice è la conquista del potere, per poter soddisfare un suo interesse obiettivo concreto: non essere più sfruttati. Ma a cosa bisogna rinunciare nel presente? Su questo mi diffonderò in un paragrafo successivo, dedicato alla “via al potere” secondo Marx ed Engels. Ma per il momento alcune considerazioni specifiche sull’ “opportunismo” sono doverose. In primo luogo: perché ci sono gli opportunisti, i cosiddetti “realisti”, e perché ce ne sono così tanti? Ve ne sono di due grandi famiglie. La prima famiglia è fatta da coloro che subiscono l’influsso dell’ambiente sociale in cui vivono (come dice Engels “situazioni meschine producono opinioni meschine”) senza avere la forza di volontà, l’intelligenza e l’energia per resistervi. Così per chi vive in ambienti arretrati, provinciali, in cui predomina l’elemento piccolo borghese, con ristretti orizzonti di pensiero. Così per i parlamentari (quando non ricevevano ancora denaro per la loro funzione): Bebel ha scritto passi indimenticabili sull’ambizione e la vanità dei parlamentari socialdemocratici anno 1885. Questo ambiente sociale secreta naturalmente quello che Marx ed Engels hanno definito “cretinismo parlamentare”, “quella particolare epidemia… che relega quelli che ne sono colpiti in un mondo immaginario e toglie loro ogni senso, ogni ricordo, ogni comprensione del rozzo mondo esteriore”. La seconda famiglia non è fatta da opportunisti per insufficiente forza di volontà – questi opportunisti la forza di volontà ce l’hanno eccome, ma per soddisfare i propri interessi nella misura in cui divergono da quelli della classe lavoratrice. In questa famiglia ci sono i venduti alla borghesia o a una sua qualche frazione – letteralmente: venduti per soldi. E così predicano qualche modesto guadagno per la classe lavoratrice, ma – per carità – niente di più. Chi elargisce loro i soldi smetterebbe di farlo. In questa famiglia ci sono anche i burocrati dei partiti e dei sindacati operai – Engels li chiama “i pensionati di partito” o quelli che mungono il loro “burro” dalla “vacca partito”, del tutto indipendentemente dalla loro origine sociale, proletaria, piccolo borghese o borghese. Per loro il partito è tutto – più voti e più seggi è quello che conta, e se devono promettere mare e monti a destra e manca (socialmente parlando, a borghesi e piccolo borghesi di ogni coloritura sociale) e fare accordi e compromessi di qualsiasi natura e specie, ben vengano; le teorie sono solo delle noiosissime scocciature perditempo. Naturalmente sono esistiti ed esistono ancora coloro che sono al contempo burocrati e venduti. È alla seconda famiglia di opportunisti a cui si riferiscono Marx ed Engels quando parlano di coloro che “collocano il crollo dell’ordinamento capitalistico a una distanza irraggiungibile”, in modo che non abbia “nessun significato per la prassi politica del presente. [E così] si può mediare, fare compromessi… a piacimento”. Questi funzionari di partito, questi burocrati che si credono infallibili, che pretendono che ci si rivolga a loro con una umiltà dovuta, Engels li ha più e più volte fustigati con un incontenibile disprezzo. La prima famiglia di opportunisti, se riuscisse a ricredersi, troverebbe come regalo una mai provata passione ed entusiasmo rivoluzionario, una gioventù mai vissuta. La seconda, se si ricredesse, perderebbe soldi e status sociale, ma ritroverebbe la passione e l’entusiasmo rivoluzionario di una gioventù poi perduta.

Ma abbiamo visto che essere fedeli alla “missione storica” comporta rinunce e sacrifici non solo a burocrati e/o venduti, ma alla massa dei lavoratori – il “coraggio di sacrificare successi momentanei”, come nel caso dei nostri ventenni ai tempi della pandemia. La differenza tra i dirigenti e la massa dei lavoratori è che nel primo caso seguire un corso “realista” è strutturale alla loro condizione: non temono periodicamente crisi, disoccupazione, miseria, dispotismo padronale, ecc. ecc. La massa dei lavoratori per definizione non può evitare periodicamente questi sconvolgimenti della vita quotidiana. I primi hanno ragione a essere “realisti”, ci guadagnano; la massa dei lavoratori no, se non guadagni periodicamente rimessi in discussione e annullati (ridotta questa massa di lavoratori a fare “un lavoro di Sisifo”). La “natura strutturale” del riformismo per Engels esisteva eccome, ma era relativa alle dirigenze dei partiti operai, agli intellettuali di partito, ai piccolo borghesi che grazie alle risorse e al tempo di cui disponevano assurgevano a posizioni di responsabilità, alla burocrazia, non alla loro base di lavoratori e lavoratrici in carne ed ossa. La “natura strutturale” del riformismo faceva sì che come un’epidemia si diffondeva in tutti i partiti operai, in Austria, in Germania, in Inghilterra, in Francia, in Spagna. Non essendo strutturale a livello di massa però poteva essere combattuta politicamente e teoricamente, e poteva essere vinta politicamente. Per questo Engels si lanciò in una battaglia politica a livello internazionale contro l’opportunismo negli anni ‘890, e specificatamente in Germania nel 1891-92 contro lassallismo e “filisteismo” (“per timore di una ripresa delle leggi antisocialiste… si dà ad intendere a se stessi ed al partito che ‘la società attuale si va avviando al socialismo’, senza domandarsi se essa non debba… avviarsi a uscire dalla sua vecchia costituzione sociale e far saltare con la violenza questo suo guscio”). La precondizione era ovviamente la più ampia democraticità del partito, era che fosse la base a comandare, e a decidere l’esito della battaglia.

Engels, cresciuto alla scuola dell’hegelismo, sapeva che oltre una certa soglia i mutamenti quantitativi diventavano qualitativi. Nel novembre 1894 pensava si fosse prossimi al punto critico. “Avrà visto nel Vorwärts il discorso di Bebel… A ragione si lamenta del fatto che il partito si sta imborghesendo. È questo il guaio di tutti i partiti estremi non appena si avvicina il momento in cui essi diventano ‘possibili’. Ma il nostro non può oltrepassare, a questo riguardo, un certo limite senza tradire se stesso, e a me pare che sia in Francia che in Germania eccoci arrivati su questa linea. Fortunatamente si è ancora in tempo a fermarsi”. Sia Marx che Engels usano disinvoltamente il termine borghese o piccolo borghese per qualsiasi tendenza che neghi la “missione storica” del proletariato, perché per loro l’essenza della dinamica storica è proprio questa missione, e negarla o spostarla a una distanza irraggiungibile (anche in buona fede) è obiettivamente borghese. Il possibilismo (il riformismo, diremmo oggi) aveva distrutto in Francia il “carattere di classe proletario” del partito. La vera essenza dell’opportunismo per Engels è “la paura della rivoluzione”, sia se gli opportunisti in questione sono “una banda benintenzionata di borghesi colti”, sia che siano invece “una banda di intriganti e cacciatori di posti”. L’opportunismo è accettare lo status quo come orizzonte, limitarsi al “possibile” significa limitarsi a quanto è accettabile dal potere costituito. Le conseguenze dell’opportunismo sono catastrofiche: alleanze con frazioni borghesi, e quindi perdita dell’indipendenza della classe lavoratrice; perdita di vista degli interessi generali del proletariato, e quindi distruzione dell’unità della classe lavoratrice; abbandono della missione proletaria, e quindi irrilevanza storica della classe. In questo modo i lavoratori perdono la loro distintiva identità, la loro indipendenza, la loro forza, la loro dignità. Tutt’al più sono degni di qualche “concessione”. Cos’altro può apprezzare di più la borghesia?

Marx ed Engels sono stati spesso criticati negli ultimi decenni per non aver elaborato una “coerente teoria del riformismo” adeguata al mondo moderno, che spieghi il fatto che i lavoratori sono strutturalmente, spontaneamente riformisti. Il XX secolo ha ben evidenziato quanto il riformismo possa radicarsi in modo serio e sistematico tra le masse lavoratrici. Questi critici hanno ridicolizzato il tentativo di Marx ed Engels di ridurre il riformismo a “un riflesso della maligna influenza nel partito dei rappresentanti della piccola borghesia”, al “prodotto di una influenza borghese esterna”. Altri commentatori hanno offerto una critica più soft a Marx ed Engels: la classe lavoratrice non sarebbe strutturalmente riformista, lo sarebbe solo nei periodi storici “normali”, e mostrerebbe la sua vera natura rivoluzionaria solo in periodi storici molto critici, durante crisi prerivoluzionarie o rivoluzionarie. Non sono d’accordo con entrambe le critiche. Soprattutto per la critica hard il problema è che invocano una teoria astorica del movimento operaio, una teoria che spieghi il XX secolo senza considerare cosa è successo di specifico nel XX secolo, e rappresentano in modo grottescamente deformato il pensiero di Marx ed Engels. Nella versione soft l’errore è assolutizzare l’esperienza del XX secolo in modo totalizzante, valida per il XIX secolo e (presumibilmente) per il XXI.

Marx ed Engels avevano una “teoria del partito politico”? Di certo avevano una teoria della preminenza della lotta politica, vista la natura prettamente politica della “missione storica”. Magari Kautsky esagerava un po’ i termini, quando diceva che la lotta sindacale non è lotta di classe, in quanto non è direttamente per gli interessi generali del proletariato, ma sulla sostanza (pur con importanti specificazioni sull’importanza della lotta sindacale ) Marx ed Engels avrebbero sottoscritto, come evidenzia la posizione di Engels nel 1879 richiamata nell’introduzione, e il disprezzo di Marx verso il sindacalista “radicale” Potter, reo di aver sostenuto, all’opposto degli esponenti del LTC e facendo ampio uso di retorica anticapitalista, gli schiavisti del sud nella guerra civile americana (e allineandosi così facendo con la borghesia capitalista inglese, nonostante la retorica profusa). Kautsky andava pure oltre, nella polemica con i sindacalisti, affermando che chi fa solo lotte sindacali è conservatore, anche se ha posture radicali, mentre i partiti operai sono per natura rivoluzionari anche se la loro postura è moderata… posizione un po’ troppo tranchant anche allora e anche intendendo in senso marxista il termine “partiti operai”. Ma per quanto riguarda il sostantivo “partito”? Si è già visto che Marx ed Engels usano questo sostantivo per indicare il movimento del proletariato verso la propria autoemancipazione (il partito “in senso storico”) e spesse volte usano questo termine, come i loro contemporanei, per indicare grandi tendenze di opinione, espresse da organi di stampa o figure parlamentari di spicco, che sviluppano lotte politiche ed esprimono gli interessi sociali delle classi e delle loro frazioni – comunità politiche, non gruppi politici organizzati in modo preciso. Infine Marx ed Engels usano il sostantivo “partito” per indicare esattamente dei gruppi politici organizzati in modo preciso, in cui organizzazione vuol dire una serie di cose abbastanza banali: quote, iscrizione dei membri, meeting di letture e discussioni, opuscoli popolari, congressi, elezioni interne, ecc. ecc. Naturalmente si sarebbero ritratti inorriditi alla vista dei partiti odierni, efficacemente descritti dalla Concheiro: “strutture organiche di mediazione tra una cittadinanza indifferenziata e il potere dello Stato; istituzioni in cui prevale il pragmatismo e la politica a breve termine, senza alcuna visione strategica, senza altro impulso che vincere le prossime elezioni o, almeno, conquistare posizioni e risorse sufficienti per riprodurre la propria dirigenza, che diventa così parte di una mal chiamata ‘classe politica’ con propri specifici interessi”. Ma qual era la visione di Marx ed Engels dei partiti (nel senso di gruppi organizzati) dei lavoratori? In una occasione Marx li ha definiti partiti “in senso effimero”, degli episodi nella storia del “partito in senso storico”, del “partito invisibile”.

In un testo giustamente molto citato del novembre 1871, Marx scriveva (ricordo, per evitare malintesi, che la richiesta d’allora delle otto ore è diversa da quella che noi comunemente intendiamo come riduzione dell’orario lavorativo, nel senso che le otto ore dovevano essere l’orario massimo consentito, escludendo quindi anche solo la possibilità di straordinari):

Il movimento politico della classe operaia ha naturalmente come scopo finale la conquista del political power per la stessa classe operaia, e a tal uopo è naturalmente necessaria una previous organisation della working class, giunta ad un certo grado di sviluppo, che nasca dalle stesse lotte economiche. D’altra parte, però, ogni movimento tramite il quale la classe operaia come classe si contrappone alle classi dominanti e le preme from without, è un movimento politico. Ad esempio il tentativo di costringere i singoli capitalisti in singole fabbriche o anche in singole officine tramite scioperi ecc. a concedere una diminuzione dell’orario di lavoro, è un movimento puramente economico; invece il movimento per la conquista di una legge per le otto ore ecc., è un movimento politico. E in questo modo dagli isolati movimenti economici degli operai nasce ovunque un movimento politico, cioè un movimento della classe per conseguire i propri interessi in forma generale, in una forma che possiede forza generale, forza socialmente coercitiva. Se questi movimenti accettano una certa organizzazione preesistente, essi rappresentano nello stesso tempo uno stimolo per lo sviluppo di questa organizzazione

Centralità della “missione storica”, centralità quindi dell’azione politica, cioè della lotta che si confronta con lo Stato, si contrappone alle classi dominanti nella loro generalità, per conseguire i propri interessi in forma generale, necessità di una organizzazione – ma quale vaghezza nel parlare di questa organizzazione! E neppure nessuna differenza qualitativa tra organizzazione e classe, è la classe il soggetto che si organizza. Come ha giustamente affermato Cunliffe

il partito proletario è visto da Marx ed Engels come un riflesso contingente in determinati momenti di un processo di maturazione politica all’interno della classe, provocato dalla sua spontanea autoattività [che i comunisti potevano aiutare ma non creare]. Quindi, nel tempo, si sarebbero create e sostituite forme specifiche del partito, con l’organizzazione considerata come uno strumento flessibile e mutevole che esprime il vero soggetto del processo: la classe… sia la Lega comunista che la Prima Internazionale erano viste come prodotti spontanei del movimento proletario internazionale… L’indifferenza per le forme organizzative conferma il principio dell’autoemancipazione della classe operaia… L’assenza di un’analisi estesa del rapporto tra ‘classe’ e ‘partito’ non è una sfortunata omissione che deve essere corretta da altri. Per Marx ed Engels tale analisi era superflua perché i ‘partiti’ non erano altro che espressioni temporanee della ‘classe’ mentre maturava verso l’autoemancipazione… Non poteva esserci teoria del ‘partito’ come forma organizzativa immutabile”.

Quest’analisi è a mio avviso corretta, ma insufficiente. Come ha ricordato la Marik, è impossibile che l’intera classe lavoratrice raggiunga la coscienza rivoluzionaria in una volta sola; la parte consapevole della classe, consapevole della necessità di una lotta politica della classe, deve unirsi per spiegare questa necessità agli altri lavoratori. E così il rapporto tra ‘classe’ e ‘partito’ uscito dalla porta rientra dalla finestra… Il motivo è banale. Come ricordava Marx “le condizioni reali in cui [la classe lavoratrice] viene a trovarsi… si rispecchi[ano] nelle teste [dei lavoratori] nelle forme più diverse, più o meno fantasticamente, o in modo più o meno corrispondente alle condizioni reali”. E non solo, perché Engels riconosceva come inevitabile la molteplicità dei partiti operai, che combattono “per la vita o per la morte”: “il movimento del proletariato percorre necessariamente diversi livelli di sviluppo; ad ogni livello una parte delle persone rimane attaccata e non va più avanti; già da questo si capisce che la ‘solidarietà del proletariato’, nella realtà, si realizza ovunque tramite diversi raggruppamenti di partito che si combattono per la vita o per la morte, come le sette cristiane nell’impero romano in mezzo alle più aspre persecuzioni”. E allora? Che fine fa la “classe” che si organizza in “partito”?

Il problema è che non si può comprendere l’atteggiamento di Marx ed Engels limitandosi a un livello così generico di analisi. Cerco di fare una sintesi di questo atteggiamento cercando di dare un quadro coerente e complessivo, senza però confrontarmi con una ramificata e contraddittoria letteratura secondaria, ma cercando di andare al nocciolo. Marx ed Engels hanno sempre riconosciuto che la dinamica politica della classe operaia segue una serie di stadi evolutivi – oltretutto reversibili. Il primo stadio è quello in cui la classe lavoratrice è “immatura”, non distingue i propri interessi generali come antagonisti a quelli generali della borghesia, e così si riconosce in dirigenti venduti alla borghesia, come in Inghilterra con la direzione delle Trade Unions, o si lascia truffare da burocrati professionisti che trasformano ogni nuovo movimento in un proprio “affare”, come negli Stati Uniti, dove i termini che Jemnitz usa per descrivere la corrispondenza dei socialisti con Engels negli anni ‘890 sono “rassegnazione”, “letargia”, “melanconia”. In queste situazioni il primo vero compito degli operai è sbarazzarsi dei loro capi, dei loro dirigenti. Talvolta l’agitazione di piccoli gruppi può essere utile a facilitare questo compito, in altri casi invece l’agitazione è futile, se gli operai hanno bisogno di grandi eventi per passare finalmente all’azione.

Il secondo stadio è quello in cui la classe lavoratrice forma le “sette”. Riferendosi alla Francia Marx nel 1880 diceva che “aver fatto scendere i lavoratori francesi dalle loro nuvole verbali al terreno della realtà è stato un passo davvero importante, anche se la cosa ha suscitato l’indignazione di tutti quei teorizzatori francesi che si guadagnano da vivere ‘fabbricando nuvole’”, mentre anni prima, riferendosi alla Germania, diceva che “la setta cerca la sua raison d‘être e il suo point d‘honneur non in ciò che essa ha in comune con il movimento di classe, bensì nello speciale Shibboleth [segno di riconoscimento] che la distingue da tale movimento”. Nelle molteplici varianti delle sette vi erano anche i piccoli raggruppamenti cosiddetti “marxisti” in Inghilterra e negli Stati Uniti che, pur avendo un programma cartaceo corretto, erano del tutto incapaci di condurre dei grandi movimenti di massa, interessati solo al proprio raggruppamento e alle proprie idee e incapaci di vedere le dinamiche di classe all’opera. A questi “ufficiali senza soldati” (e che mai li avrebbero avuti), Engels cercava inutilmente di spiegare che “la nostra teoria non è un dogma, ma la rappresentazione di un processo di sviluppo”, e si indignava, ad es., con il SDF inglese che rischiando di mandare all’aria il grande sciopero dei portuali si era intestardito a voler riempire di bandiere rosse il quartier generale degli scioperanti. Per Marx ed Engels ciascuna setta, anziché ricercare i punti comuni a tutta la classe lavoratrice, prescrive in modo dogmatico, secondo i propri caratteri distintivi, alla classe lavoratrice nel suo complesso cosa fare e cosa non fare, negando di fatto la capacità della classe lavoratrice a emanciparsi da sé, vedendo la classe lavoratrice come oggetto, non come il soggetto della rivoluzione. Perché per Marx ed Engels quello che contava era il “movimento reale” della classe che esprimeva la sua unità e la sua indipendenza, l’ “azione rivoluzionaria, cioè ogni azione che scaturisca dalla lotta di classe stessa, ogni movimento sociale concentrato, tale cioè che si possa attuare anche con mezzi politici (come p.e. riduzione della giornata di lavoro per legge)”. I comunisti potevano “assistere” questo movimento reale, essendo tendenzialmente consci dei suoi interessi generali, all’interno di un dato paese e a livello internazionale, e del suo sbocco finale, ma non certo crearlo come si illudevano le sette. Anzi – i comunisti dovevano, come si è già visto, andare a scuola di questi movimenti reali.

La nascita e l’affermazione della Prima Internazionale non furono, per Marx ed Engels, opera di “marxisti”, proudhoniani, membri della London Trades Council, bakuninisti, e così via elencando, ma furono creazione del tutto autonoma della classe lavoratrice europea. La Prima Internazionale fu la prima creazione di un movimento di classe che rendeva storicamente caduche e reazionarie le varie sette operaie esistenti, un nuovo stadio di sviluppo dove “il movimento di setta era maturo per dissolversi nel movimento di classe”, mentre “il vero contenuto della setta, essa avrebbe potuto portarlo, allo stesso modo di tutte le anteriori sette operaie, come elemento di arricchimento nel movimento generale”. E se le sette non volevano dissolversi dovevano essere battute politicamente per permettere il libero sviluppo del “movimento di classe”. A questo proposito la Concheiro ha sottolineato un aspetto essenziale, e cioè che la battaglia di Marx ed Engels contro i bakuninisti nel 1872 era una battaglia diversa da quelle condotte contro proudoniani, sindacalisti londinesi, o’brienniti, e quant’altro: l’attività dei bakuninisti era mille volte più pericolosa di tutte le varie sette operaie perché più che di una setta costituiva una infiltrazione cospirativa da parte di un’associazione con vincoli segreti nell’Internazionale, che era una organizzazione aperta e pubblica – trasformando il conflitto interno all’Internazionale da un conflitto in termini di idee a un conflitto esclusivamente di potere, di forza.

La Prima Internazionale fu la nascita del terzo stadio evolutivo, ma che può conoscere forme differenziate a seconda delle condizioni storiche. Una prima forma fu la Prima Internazionale, una seconda i partiti operai nazionali che intrecciano relazioni internazionali a livello orizzontale. Marx ed Engels differenziavano nelle loro prese di posizione a seconda di paesi e situazioni storiche, per cui in alcuni paesi erano a favore di un partito operaio indipendente senza particolari requisiti programmatici (USA, dove la stadio delle sette era per Engels superato dopo il grande movimento del 1886, e Inghilterra in alcuni frangenti), eventualmente a partire dai sindacati esistenti, altri dove veniva richiesto a partiti operai già esistenti e con un importante seguito di avere un rigoroso programma politico e profilo teorico (Germania), altri ancora dove piccole organizzazioni, essendo più o meno in grado di operare in modo non settario, dovevano anch’esse avere un profilo politico rigoroso (Francia, Inghilterra in alcuni frangenti), puntando al fatto che diventassero di massa nel giro di pochi anni (andava da sé che solo le organizzazioni di grandi dimensioni potevano esprimere il “movimento reale”). La cosa essenziale era che fossero tutte organizzazioni aperte, democratiche, che rigettassero ogni forma di autoritarismo, decentrate, dove fosse valorizzata la creatività dei lavoratori e delle lavoratrici, e dove erano questi lavoratori e lavoratrici a dover essere al centro della vita di partito come elemento motore. La realtà più avanzata fu il SPD tedesco, che venne a imporsi internazionalmente come “modello”. Kautsky, nel suo libro del 1893, affermava la centralità dell’obiettivo finale e dei metodi per raggiungerlo nella costituzione del SPD, e che non potevano esserci dissensi a questo proposito – non casualmente nell’edizione dello stesso libro nel 1911 questa affermazione venne cancellata dal suo autore. Segno dei tempi… Il SPD pur essendo un “modello”, pur essendo la realtà più avanzata, non costituiva uno stadio garantito, raggiunto per sempre. Ogni conquista era reversibile, come si è visto discutendo della battaglia di Engels contro l’opportunismo. Engels non aveva alcun feticismo dell’organizzazione, e non si sarebbe stupito se il futuro avesse riservato nuove, inedite forme del movimento reale della classe lavoratrice. Sia nel secondo che nel terzo stadio la lotta poltica all’interno della classe lavoratrice è permanente, ed è continuamente alimentata dalle situazioni sempre nuove in cui viene a operare – sia dentro che fuori il partito, come evidenziato nel caso dello sciopero dei minatori della Ruhr del 1891. Il rapporto partito – masse è un rapporto sempre all’opera. L’unità della classe lavoratrice attraverso un adeguato “spirito di generalizzazione”, l’indipendenza politica della classe, la passione rivoluzionaria infusa da una cosciente missione non sono mete che si raggiungono e si conservano: sono conquiste di ogni giorno, ottenute in una permanente lotta contro le classi dominanti, una permanente discussione all’interno della classe tra molteplici punti di vista che naturalmente sorgono sulla base dell’esperienza fatta e una permanente lotta contro l’influenza di teorie di fatto borghesi che diventando “di moda” seducono quello o quell’altro esponente “di spicco”.

È quanto precede una “teoria del partito”? Sinceramente non lo so. Tutto sta a vedere che cosa si intenda con la parola “teoria”. I commentatori si sono divisi se questa teoria esista o meno, e come valutarla nella prima ipotesi, positivamente o negativamente per lo più in contrapposizione a una presunta teoria leninista esposta nel celebre “Che fare?”. Ma anche chi sostiene che non esista tale teoria in Marx ed Engels si divide tra chi valuta questa assenza positiva (come Cunliffe che prima ho citato), e chi valuta invece che se questa assenza fosse reale, allora sarebbe una cosa negativa. I commentatori si sono anche divisi sul ruolo della “élite intellettuale rivoluzionaria”, sul suo ruolo, e sulla valutazione di merito da dare a questo proposito. Una ampia e utile rassegna di questi dibattiti contemporanei è stata fatta dalla Concheiro nel 2011, ma nel complesso offrono molto meno di quanto promettano. A mio avviso mancano il vero punto in questione: e cioè, come si è già visto, che la teoria di Marx ed Engels era per loro “la rappresentazione di un processo di sviluppo”, e questo processo era quello dell’autoemancipazione della classe lavoratrice, e solo in questo quadro è comprensibile come hanno affrontato la formazione, l’esistenza e l’operare dei partiti a loro contemporanei. Marx ed Engels erano interessati ai partiti nella misura in cui erano riflessi del movimento generale della classe lavoratrice (della Selbsttätigkeit, l’autoattività della classe operaia), o se erano in grado di esserlo in un futuro prossimo – in questo specifico senso Engels diceva che la vera cosa che importava erano i movimenti di massa della classe. Non vi è alcun approccio del tipo: partito o classe; e neppure: partito è classe – è un processo di sviluppo, contraddittorio, complesso, storicamente determinato, in cui l’elemento determinante è sempre la classe, mentre i partiti dati sono un momento derivato. Alcuni partiti potevano essere d’ostacolo a questo processo, altri ancora potevano essere semplicemente del tutto inutili – e in questo caso, allora, era meglio passare oltre.

Ollman, in un simpatico saggio del 1972, afferma dal suo punto d’osservazione statunitense che “la coscienza di classe è un risultato straordinario di cui pochissimi lavoratori in ogni dato momento si sono dimostrati capaci”. Come spiegarlo? Ollman concorda con Marx sul fatto che è la condizione stessa del proletariato, la vita quotidiana dei lavoratori salariati, a insegnare loro la propria coscienza di classe, ma lo critica dicendo che il passaggio dalle condizioni obiettive alla coscienza non si fa in un solo atto, ma passando per tutta una serie di mediazioni progressive, concettualmente distinte. Ollman ne individua ben nove, attraverso le quali un lavoratore deve passare per giungere alla “coscienza di classe”: (1) i lavoratori devono riconoscere di avere interessi; (2) devono essere in grado di riconoscere che questi interessi individuali li si ha in quanto membri di una classe; (3) devono distinguere i loro principali interessi come lavoratori da altri interessi economici subordinati; (4) devono credere che i loro interessi di classe vengono prima dei loro interessi come membri di una particolare nazione, religione, razza, ecc.; (5) devono odiare veramente i loro sfruttatori capitalisti; (6) devono avere un’idea, per quanto vaga, che la loro situazione potrebbe essere migliorata qualitativamente; (7) devono credere che loro stessi, in un modo o nell’altro, possono contribuire a realizzare questo miglioramento; (8) devono credere che la strategia di Marx, o quella sostenuta dai leader marxisti, offra i mezzi migliori per raggiungere i loro obiettivi; (9) essendo arrivati a questo punto non devono aver paura di agire quando sarà il momento. Per Ollman gli ostacoli psicologici, in termini di pregiudizi, mentalità, strutture di personalità, ad ogni singolo passaggio di questa serie, spiega il perché la coscienza di classe sia “un risultato straordinario”, e propone che i socialisti, anziché impegnarsi nel lavoro quasi senza speranza di aiutare i lavoratori a trarre lezioni socialiste dalle loro condizioni, si dedichino invece a favorire e aiutare le ribellioni giovanili, in modo che la successiva generazione di lavoratori, libera dagli ostacoli psicologici oggi predominanti, sia in grado di trarre queste lezioni.

Una decina d’anni dopo (e poi, ancora, nel 2019) Ware critica il “pregiudizio intellettuale” che concerne la questione della coscienza di classe, per cui se la rivoluzione proletaria marxista non c’è stata è stato a causa di una insufficiente comprensione (coscienza) da parte dei lavoratori – la teoria così dovrebbe spiegare l’ignoranza dei lavoratori e la pratica dovrebbe esser diretta a educarli. Invece per Ware se la rivoluzione proletaria marxista non c’è stata è stato a causa di una insufficiente solidarietà, unità e organizzazione del proletariato. Secondo Ware “Marx non ha sviluppato, e nemmeno preso in considerazione, una teoria della coscienza di classe” – ammette che per Marx la coscienza era un fattore rilevante e forse anche necessario, ma il contenuto necessario di questa coscienza era minimo, e non riguardava affatto la totalità dei lavoratori. La rivoluzione proletaria dipende dalla forza della classe lavoratrice, e questa si accresce con la solidarietà, le organizzazioni, il fervore, la volontà e il coraggio rivoluzionario, l’integrità morale, la determinazione, le capacità organizzative e forse la consapevolezza diffusa di alcune opinioni basilari: la maggior parte di questi fattori ha poco o nulla a che fare con la coscienza di classe. Il successo rivoluzionario dipende principalmente dall’organizzazione del proletariato (l’organizzazione è per definizione collettiva) piuttosto che dalla comprensione teorica dei suoi membri individuali. La solidarietà, l’unità, nasce dalle relazioni sociali più che dalla comprensione teorica. La solidarietà e l’organizzazione erano molto più importanti per Marx della coscienza della classe operaia.

Ollman e Ware sono a due estremi opposti nell’approccio alla questione della coscienza di classe. Penso che Marx ed Engels sottoscriverebbero parecchie cose specifiche di quello che dicono entrambi questi autori, ma non sottoscriverebbero l’approccio complessivo di nessuno dei due. Sui passaggi elencati da Ollman (ma non l’ottavo) e sugli ostacoli psicologici e non solo che devono essere superati, penso che ci possano essere poche obiezioni; come sull’importanza della dimensione collettiva (al contrario di quella individuale scelta da Ollman) sottolineata da Ware; anche su tutti gli elementi che non sono “coscienza” penso che ci possano essere poche obiezioni (ma non potrebbero forse essere in una qualche relazione con la “coscienza”?).

Engels proponeva di emendare la dizione “coscienza di classe” con “i lavoratori che sono giunti alla coscienza della propria condizione di classe”, per cui il soggetto non è un’astratta “coscienza” da indagare ma sono “i lavoratori” e la “condizione di classe” è un dato obiettivo. Lo stesso concetto è espresso dalla espressione per cui la “massa [dei lavoratori] troverà se stessa”. Ed Engels aggiungeva che “prendere coscienza della propria condizione” da parte delle grandi masse dei lavoratori avrebbe “aperto loro con questo la via alla conquista del potere politico”, perché “la salvezza [della massa dei lavoratori] non sta tanto nella lotta contro i singoli imprenditori per strappare salari più alti e orari di lavoro più brevi, quanto soprattutto nella conquista del parlamento, del potere politico, come classe operaia organizzata in un partito indipendente”. E’ la “missione storica” del proletariato, la piena consapevolezza del proprio ruolo storico come classe. In un capitolo precedente citavo due frasi di Marx ed Engels utilizzate da molti commentatori per dimostrare la loro “arroganza”: “possiamo essere sempre più rivoluzionari di tutti i parolai, perché noi abbiamo imparato qualche cosa e loro no, perché noi sappiamo cosa vogliamo e loro no”, “gli altri non sanno che cosa vogliono, o non vogliono ciò che sanno”. Sapere cosa si vuole: questa può essere una ottima definizione sintetica di “coscienza di classe” per Marx ed Engels: “gli operai sono la forza decisiva in Inghilterra, purché vogliano e sappiano ciò che vogliono”, “un partito operaio che sa quello che vuole e lo vuole con tenacia e perseveranza (in mezzo a partiti e governi che non sanno quello che vogliono e vivono giorno per giorno) alla fine vince”.

È un processo semplice? Nient’affatto. Tutti noi lo sappiamo benissimo. “Gli esseri [umani] impiegano migliaia di anni per agire insieme consapevolmente; consapevoli non solo delle loro azioni come individui, ma anche delle loro azioni come massa; agendo insieme e perseguendo, in comune, una meta comune, da loro predeterminata… qualcosa che nella storia della terra non è mai stata raggiunta”. I pregiudizi, le mentalità e le tradizioni d’ogni genere e specie (borghesi, piccolo borghesi, socialisti settari, socialisti dogmatici, vetero-sindacalisti, ecc. ecc.) sono degli ostacoli formidabili, dei “rifiuti” di cui occorre sbarazzarsi. Ma, ricordava Engels, “la tradizione è una grande forza inibitoria, è la vis inertiae, la forza d’inerzia della storia, ma essendo semplicemente passiva, deve necessariamente soccombere… nessuna predica religiosa sarà in grado di sorreggere una società che sta crollando. La classe operaia inglese sta ricominciando a muoversi, inciampa in tradizioni borghesi, in tradizioni operaie ereditate, ma avanza comunque, con passo lento e misurato, qui con esitazione là con tentativi più o meno sterili, talvolta con eccessiva sfiducia verso il nome di socialismo mentre ne assorbe la sostanza, e il movimento si allarga…” È un processo che può anche essere talvolta molto lento, e per la classe operaia inglese le righe prima citate erano scritte dopo un periodo di quarant’anni di “letargo”, perché “gli operai inglesi non guardano mai al di là del loro naso: prima che si formino una coscienza possono passare anni, a meno che non ci sbattano il naso contro”; riferendosi ai lavoratori americani Engels affermava che “non possono scontare il loro futuro come una cambiale, devono aspettare la scadenza, e il futuro sarà grandioso”. Sono le “teste” dei lavoratori che dovranno vivere una rivoluzione, un processo di chiarificazione. Ma come?

La risposta è: sbattendo il naso contro la realtà. Vivendo sulla propria pelle la realtà del capitalismo. Più industria, più licenziamenti, “maggiore evidenza e consistenza dei risultati inevitabili della grande industria moderna”, cioè crescente incertezza dell’esistenza. Questo è l’elemento di passività nell’esperienza: la situazione esterna non creata da noi ma che si impone a noi, alla stessa stregua di una pandemia. Ma non solo: vivendo sulla propria pelle le conseguenze delle proprie azioni, e sotto questo aspetto solo le sconfitte portano a dei veri passi in avanti. “Le masse imparano dai propri errori, da esperimenti sul proprio corpo”, “una grande classe, come una grande nazione, non impara mai più rapidamente quanto dalle conseguenze dei suoi stessi errori” – questa è la “vitale teoria dell’azione”, a cui i socialisti devono conformarsi, partecipando dall’interno ai movimenti reali, senza forzature, rispettando i tempi delle masse dei lavoratori. La coscienza di classe viene raggiunta solo attraverso la lotta, non attraverso la diffusione di una dottrina. E attraverso il confronto e la discussione sulle esperienze fatte, sui posti di lavoro, incontrandosi, andando al bar e al pub, partecipando a feste e festival, passeggiando insieme, interagendo (oggi) sulla rete, e così via elencando. Perché solo così si scopre cosa funziona e cosa non ha funzionato, cosa è adeguato e cosa non lo è. E in questo processo uno degli ostacoli che deve essere superato è costituito dai dirigenti delle masse dei lavoratori, di cui questi ultimi devono imparare a sbarazzarsi. “Le masse, sebbene più confuse di singoli dirigenti, sono però molto migliori di tutti i dirigenti messi insieme, solo che il processo della presa di coscienza è un processo più lento [in Inghilterra] che in qualsiasi altro luogo, poiché quasi tutti i vecchi dirigenti hanno interesse a guidare questa coscienza albeggiante in questa o in quella direzione particolare, vulgo, a falsarla. Bisogna aver pazienza”. “Nelle masse il progresso istintivo fa il suo corso, la tendenza viene mantenuta, ma non appena si arriva al punto di dare un’espressione consapevole a questo impulso e a questa tendenza istintiva, ciò viene fatto da questi dirigenti di sètte in maniera così stupida e ottusa, che si avrebbe voglia di distribuire schiaffi a destra e a manca”. “Là dove il movimento inizia i primi dirigenti a emergere sono spesso arrivisti e mascalzoni”, in Inghilterra nel periodo di prosperità a emergere erano stati “dirigenti sindacali venali e agitatori professionisti”, ma “alla fine verrà il momento in cui le masse, raggiunto un sufficiente grado di coscienza” se ne libereranno. “Se abbiamo una classe operaia che si muove veramente en masse allora spariscono le astute manovre dei signori dirigenti”.

Ma in questo processo per Engels i lavoratori hanno un vantaggio decisivo: una volta liberatisi di pregiudizi e tradizioni, appena abbiano imparato a camminare da soli, hanno capacità intellettuali totalmente insospettate. Come diceva Cohen diventano lucidi, immuni da illusioni, e si ritrovano ben equipaggiati per trovare la verità. Engels non fa che ripeterlo, in modo ossessivo: “gli operai possiedono in modo istintivo à la hegel quello per cui gli intellettuali devono prima faticosamente affannarsi”, “gli operai sono molto più intelligenti e realmente più colti di quanto generalmente si crede”, “non si sottovaluti la facoltà intellettuale e il grado di cultura degli operai”, “agli operai senza istruzione si possono far comprendere con facilità le esposizioni economiche più difficili, che per gli uomini di cultura rimangono enigmi”. E ricordava “come Marx non riteneva le sue cose migliori ancora abbastanza buone per gli operai, come considerava un delitto offrire agli operai qualcosa di meno del meglio!”.

Coscienza di classe è sapere cosa si vuole come classe, è agire insieme consapevolmente, ciascuno consapevole delle azioni fatte come massa, perseguendo in comune una meta comune. Solo sapendo cosa si vuole si può avere capacità politica, disciplina, coraggio, energia, autonomia, carattere, capacità di resistenza, organizzazione, solidarietà. Tutto questo, pace Wade, non è qualcosa di diverso dalla “coscienza di classe”, è la “coscienza di classe”. E, pace Ollman, il comportamento di una classe in quanto tale (delle persone in quanto membri di una classe) potrebbe essere inspiegabile in termini che possiamo legittimamente applicare al loro comportamento come individui: come ci ricorda Draper la borghesia ha perfettamente separato il comportamento strettamente individuale e quello in quanto membri della classe borghese, coniando l’espressione “business is business” per giustificare la seconda logica di comportamento.

Ma vi è una sorta di inevitabilità nello sviluppo della coscienza di classe? Si può dire che Marx ed Engels abbiano abbracciato una sorta di “fatalismo rivoluzionario” presupponendo ciò che i lavoratori decideranno “inevitabilmente”? Possono invece degli ostacoli alla presa di coscienza da parte dei lavoratori protrarsi indefinitivamente o ricrearsi sempre nuovi impedendo che la classe lavoratrice giunga alla “coscienza della propria condizione di classe”? La classe lavoratrice sarà fedele a se stessa e alla sua missione, oppure non ne sarà all’altezza e tradirà i propri interessi e i propri princípi per mancanza di lucidità o di coraggio? Qualcuno ha fatto appello ai “tempi lunghi della storia”, come Das, per cui “singoli lavoratori e gruppi di lavoratori possono avere identità reazionarie, nazionaliste di destra, patriarcali, razziste, di casta, imperialiste, ecc., a causa delle condizioni oggettive della loro vita e della promozione borghese e piccolo-borghese di queste identità … Il proletario ha la tendenza a essere rivoluzionario come classe nel lungo periodo”, al che Blackledge ha fatto propria “la cinica risposta di Keynes che nel lungo periodo saremo tutti morti”… McIlroy è disincantato: “una coscienza rivoluzionaria maggioritaria è oggi puramente chimerica… Il neoliberalismo ha rifatto la classe operaia… ha radicato l’etica capitalista nella psiche proletaria”. Altrettanto disincantato Blackledge, per cui “il fallimento del riformismo non comporta la scomparsa della coscienza riformista all’interno della classe operaia e nella società più in generale. Al contrario, la coscienza riformista è il punto di partenza del buon senso della maggior parte dei movimenti per il cambiamento, ed è per questo che il riformismo rimane diffuso nonostante la scarsità di riforme”. Arcary fa appello da un lato a un’esperienza politica incompleta del proletariato, all’insicurezza nelle proprie forze del proletariato, dall’altro al fatto che la borghesia esercita un controllo diretto o indiretto sulle organizzazioni che il proletariato ha costruito per difendersi, e che quindi il problema sta nella sua crisi di direzione.

Molti degli interrogativi, e delle considerazioni, angosciose che precedono derivano dall’osservazione della concreta realtà storica, in specifiche nazioni o internazionalmente, nel secolo e passa seguito al 1914, e non possono essere quindi adeguatamente affrontate senza prima aver analizzato le specificità di questo secolo. Ma in linea generale si possono fare alcune osservazioni sul punto di vista di Marx ed Engels. Marx, nel terzo volume del Capitale, a un certo punto scrive: “In un discorso ai suoi elettori del 22 ottobre 1864, il signor Bernal Osborne dice che gli operai del Lancashire si sono comportati come gli antichi filosofi (stoici). Non come pecore?” In un altro brano del 1853 Marx evoca la possibilità che le classi lavoratrici si riducano “a essere una massa scoraggiata, irresoluta, logorata e sottomessa, la cui autoemancipazione sarebbe impossibile”. Cosa garantisce che gli operai non si comportino sempre da “pecore”, la cui autoemancipazione è impossibile? La risposta di Marx è che questa garanzia risiede nell’ “alternarsi delle fasi di ristagno, prosperità, espansione convulsa, crisi e recessione che l’industria moderna attraversa in cicli periodicamente ricorrenti, con gli alti e bassi dei salari che ne derivano, e con l’incessante lotta tra padroni e operai che s’accompagna da vicino a quelle variazioni di salari e profitti”. O come diceva Engels la garanzia era data dalla “maggiore evidenza e consistenza dei risultati inevitabili della grande industria moderna”. Sia Marx che Engels erano fiduciosi in questo sviluppo. Ma sapevano che gli ostacoli erano molti, e che il fatto che la massa dei lavoratori trovi se stessa è, come tutte le battaglie, una battaglia incerta. Altrimenti sarebbe incomprensibile tutta la intensissima vita politica di Marx ed Engels. Così rispetto al ruolo degli “opportunisti” nel movimento operaio Engels scriveva che “abbiamo dei rivali attivi e astuti, non meravigliatevi se qui il movimento viene a cadere completamente” nelle loro mani, con esiti disastrosi. Kautsky nel 1893 ricordava come le Trade Unions inglesi avevano distrutto la coscienza di classe in importanti settori della classe operaia, conservando il proletariato al servizio della borghesia, e ancora Kautsky nel 1902 avvisava che una direzione revisionista del partito in Germania avrebbe comportato il “consegnare [il proletariato] alla borghesia, a portarglielo in soggezione intellettuale e politica, snervarlo, degradarlo e renderlo inadatto a compiere il proprio grande compito storico”. Gli ostacoli non sono mai superati una volta per sempre, i risultati raggiunti sono sempre reversibili, nuove false vie possono sempre essere imboccate. Il modo di produzione capitalistico rende sempre la formazione a livello di massa di una coscienza di classe possibile – ma che questa possibilità si concretizzi in specifici paesi e in specifici periodi dipende dalle congiunture storiche e dall’esito della lotta all’interno della classe lavoratrice tra chi vuole sviare il suo corso, facendo appello a pregiudizi e tradizioni, e chi invece vuole rimuovere gli ostacoli che si frappongono al suo sviluppo. “Se l’atmosfera rimane tranquilla”, ricordava Engels, la “vecchia e pigra carcassa” della società borghese può durare molto a lungo. Ma se la “vecchia e pigra carcassa” avesse ritrovato nuova vita solo per portare morte e distruzione nel mondo, se la prospettiva (nel 1889) di una nuova guerra generale si fosse concretizzata, allora la società, e il movimento operaio, avrebbero conosciuto “un indebolimento dieci volte peggiore che dopo il 1815”. Engels non escludeva una tale regressione storica siderale, altro che “fatalismo rivoluzionario”! La storia viene fatta dagli esseri umani, non si fa da sé. Ed è sempre una storia di battaglie e di lotte, sempre incerte.