2. I lavoratori in cattedra, Marx ed Engels nei banchi

Marx ed Engels hanno imparato tantissimo dal “movimento reale della classe” – si può dire che la loro teoria della rivoluzione è in buona parte una teoria derivata da questo movimento quale fu nel corso dell’ ‘800. Yeo ha detto nel 1980 una cosa banale, ma spesso dimenticata: “Marx non ha commesso l’errore di credere che ciò che stava pensando/scrivendo avesse il primato su ciò di cui stava pensando/scrivendo: i lavoratori di Manchester, gli agitatori per la riforma di fabbrica, i cartisti, i cooperatori, i primo-internazionalisti, i Comunardi… non erano semplici esempi di ciò che lui o Engels già sapevano”. Marx ed Engels sono andati a studiare in una scuola in cui erano i lavoratori a insegnare. È Marx stesso a dire che i teorici della classe lavoratrice devono “solo rendersi conto di ciò che si svolge davanti ai loro occhi e farsene portavoce”. Tre sono stati i “movimenti reali” che più hanno segnato in modo indelebile il loro pensiero: il cartismo, la Comune di Parigi e l’affermazione del partito operaio tedesco come partito di massa in più di un decennio di repressione statale.

“Si racconta che Engels abbia sempre ricordato con una certa nostalgia la solidità del British Labour Movement nella prima metà del secolo. L’esperienza di quei primi anni, quando la classe operaia inglese formò il primo movimento di massa su una linea puramente di classe mai esistito in un paese industriale, è essenziale per delineare l’intero concetto di coscienza di classe” (Thompson, 1978). L’aspetto più ironico è che dalla metà degli anni ‘980 si è sviluppata una fiera polemica tra gli storici inglesi in cui alcuni di loro contrapponevano la “teoria marxista della coscienza di classe” (quella che loro ritenevano erroneamente tale) e quella dei lavoratori inglesi durante il cartismo per concludere che, all’epoca, i lavoratori inglesi non la possedevano proprio – quando invece come dice giustamente la Thompson la “teoria marxista” in questione è derivata proprio dall’esperienza cartista! Tra il 1838 e il 1848 il movimento cartista (il nome deriva dalla Carta del popolo – petizione e proposta di legge – in sei punti relativi al suffragio universale e a misure connesse a una reale rappresentatività del Parlamento) fu un impressionante movimento politico di massa di lavoratori e lavoratrici (il suffragio universale richiesto era maschile, ma era sentire comune e condiviso che una volta conquistato sarebbe stato subito esteso alla popolazione femminile). Coinvolse milioni di persone – nel 1842 la petizione fu firmata da un terzo di tutta la popolazione adulta britannica. Nelle regioni manifatturiere erano cartisti quattro operai su cinque. Coinvolse comunità intere, con un settimanale nazionale che in certi periodi ebbe una diffusione superiore a quella del Times, e una molteplicità di strutture organizzate a livello locale e nazionale, con conferenze di delegati eletti e dal 1840 con una Associazione Nazionale della Carta, con agenti e oratori professionali, disciplinati e altruisti. Le organizzazioni locali erano di tipo politico, sindacale, cooperativo, culturale, ricreativo, di auto-aiuto, di temperanza (l’alcolismo era una piaga molto diffusa), educative, di sostegno a pubblicazioni locali, di diffusione di idee anticristiane e libertarie, o di idee cristiane non-conformiste. La democrazia regnava sovrana – i responsabili dovevano essere a rotazione, o scelti e rieletti a brevissime scadenze, tre mesi, un mese. Humour e solidarietà cementavano queste organizzazioni. La poesia, scritta sui giornali, e letta in pubblico, era un veicolo essenziale per diffondere i sentimenti rivoluzionari – Milton, Marvell, Byron e Shelley erano i grandi modelli da imparare a memoria e a cui ispirarsi. La “cultura” cartista emergeva storicamente dalle tradizioni repubblicane e giacobine, ma grazie alla sua cosciente natura di classe e all’apporto owenita è definibile “parasocialista”. Sollevò fortissime passioni tra i lavoratori, con enormi manifestazioni armate, con scontri con le truppe governative, sommosse, complotti, fallite insurrezioni, il primo grande sciopero generale del 1842, il grande sciopero dei minatori del 1844, e dovette subire infiniti processi, incarcerazioni, lavori forzati, deportazioni, uccisioni. Pochi britannici in quegli anni non furono toccati dal cartismo, e quasi tutte le comunità etniche presenti in Gran Bretagna vi furono rappresentate, inclusi neri e rom. L’obiettivo era il suffragio universale e un Parlamento rappresentativo, uno strumento per far arrivare il popolo, i lavoratori, al potere. Nel 1843 il dirigente cartista del Lancashire Peter McDouall spiegava in una lettera a un importante giornale socialista francese (Le Populaire) che egli sottoscriveva agli ideali socialisti francesi e appoggiava i “comunisti” sotto processo a Tolosa. McDouall spiegava che voleva il suffragio universale “ma io lo vedo come mezzo e non come obiettivo finale. Questo suffragio universale e gli altri principi del Cartismo sono per me la chiave del giardino, lo strumento per trovare una migliore organizzazione sociale, il muro per proteggere chi la costruirà”. George Julian Harney, dirigente cartista nazionale, dichiarava all’inizio del 1848: “pur condannando le guerre internazionali, noi non condividiamo i sentimenti di coloro che considerano tutte le guerre ingiustificabili. Noi, al contrario, affermiamo che finché esisterà la tirannia non vi può essere alcuna pace tra oppressi e oppressori”. L’opposizione tra i lavoratori cartisti e i borghesi della Anti Corn Law League era totale – un dirigente cartista, tra i più moderati, così rispose a una richiesta della Lega di collaborazione: “qual è il nostro rapporto attuale con voi come settore della classe media? È un rapporto di violenta opposizione. Voi detenete il potere, e ce ne rifiutate la partecipazione, per non rinunziarvi ci perseguitate con una malvagità uguagliata solo da quelle canaglie dei Tories. Ci sorprende perciò che ci chiediate di collaborare con voi”. Ernest Jones, dirigente nazionale cartista, nel 1851, in un periodo di declino del cartismo che si sarebbe rivelato irreversibile, scriveva: “i capitalisti di ogni genere saranno i nostri nemici finché esisteranno e condurranno contro di noi una guerra senza quartiere. Perciò devono essere ridotti al silenzio. Perciò dobbiamo opporre classe contro classe, cioè tutti gli oppressi da una parte e tutti gli oppressori dall’altra. Una fusione delle classi è impossibile ed è altrettanto impossibile una fusione di interessiClasse contro classe – non esiste altro modo di procedere”. Il cartismo diede dignità alle masse sfruttate e oppresse della Gran Bretagna, ripudiando, come ricorda Draper, la santità della carità, gli osanna il-Signore-è-il-mio pastore, la fedeltà al Padrone e una miriade di altre virtù amate dalle classi dominanti: “Per noi non c’è niente di così odioso, così detestabile, così offensivo, che una magnanimità mendace e condiscendente”, scriveva un giornale dei lavoratori inglesi. L’opposizione al cartismo da parte di tutte le classi dominanti era totale. “Il suffragio universale sarebbe fatale per tutti gli scopi per i quali esiste il governo”, sosteneva un ministro nel 1842, “è del tutto incompatibile con l’esistenza stessa della civiltà… la civiltà si basa sulla sicurezza della proprietà… quando la proprietà è insicura, non vi è potere … per impedire che il paese affondi nella barbarie … Io chiedo: il Governo nominato dalla maggioranza della popolazione di questo Paese, senza alcuna qualifica pecuniaria, continuerebbe a mantenere il principio della sicurezza della proprietà? Io penso di no”. Gli incubi e le paure della borghesia vittoriana si diffusero sul continente, e così in Germania Rodbertus scriveva nel 1850: “C’è un pericolo che ci minaccia e cioè che una nuova invasione barbarica, questa volta proveniente dall’interno della società stessa, rovini le fonti della civiltà e della ricchezza”. La storia del cartismo è di una ricchezza infinita, e vi sono numerosissime opere che gli storici inglesi gli hanno dedicato; nessuno di questi lavori è stato tradotto in italiano, neppure quelli fondamentali della Thompson e di Chase.

Il debito che contrassero Marx ed Engels nei confronti del cartismo fu enorme. Engels scrisse che “il Cartismo aveva insegnato di cosa era capace il popolo, puer robustus sed malitiousus”, e rese omaggio al movimento cartista rivedendo da cima a fondo una sua storia, fatta da Hermann Schlüter nel 1887 – le modifiche furono tali e tante che si può ben considerare un’opera di Engels, ed è per questo giustamente stata inserita nel 26° volume delle opere di Marx ed Engels in corso di pubblicazione in Italia (mentre rimane ancora oggi non tradotta in inglese!).

In primo luogo il paradigma marxiano dell’attività politica della classe, “la formazione del proletariato come classe… e quindi in partito politico” (“Manifesto”), ha l’esperienza cartista come modello: è la classe che si pone sul terreno politico – in questo paradigma “partito” significa “prendere posizione politica” ed è relativo alla classe nel suo complesso, non è relativo a strutture organizzative specifiche, non ha alcuna relazione con “partiti” come noi li intendiamo (nel libro di Schlüter-Engels non viene fatto il minimo accenno alla Associazione Nazionale della Carta).

In secondo luogo l’insistenza marxiana sull’essere “radicali”, cioè di andare alla radice dei problemi, non alle loro conseguenze – non limitarsi ad aumenti salariali, ma avere come obiettivo di fondo la scomparsa del rapporto salariale. Questo approccio lo si ritrova anche nel movimento cartista, con la sua volontà di prendere il potere in Gran Bretagna. Questo è perfettamente espresso nel 1842 da William Cuffay, il “cartista nero di Londra”, discendente di schiavi caraibici, incarnazione dei sindacalisti politicizzati dal cartismo. Il resoconto giornalistico di un suo discorso recita: “come lavoratore, sarto e cartista, non si sarebbe mai tirato indietro nell’adempiere a un dovere pubblico al quale lo avevano eletto i suoi compagni e fratelli di schiavitù […] Come sindacalista, aveva impiegato tutti i suoi sforzi nell’interesse della sua classe, ma era ormai convinto che la causa dei loro mali fosse al di sopra della tirannia dei loro datori di lavoro, che l’ascia doveva essere applicata alla radice stessa dell’albero: e qualunque cosa accadesse, lui avrebbe resistito fino alla fine, da uomo, e se fosse morto, sarebbe stato da martire, gloriosamente, per la causa”. In questo e in altri testi Cuffay (ma anche molti altri cartisti) si riferisce spesso alla condizione dei lavoratori salariati come “in schiavitù”, e che la parola d’ordine non doveva essere “un giusto salario”, ma la fine della “schiavitù salariale” – anche Marx usava spesso la locuzione “la schiavitù salariale”.

In terzo luogo Marx riprese dal cartismo il suo antiutopismo (pur con un forte ethos millenaristico): nessun programma per la società futura, nessuna “ricetta per la trattoria dell’avvenire”, “l’anticipazione dottrinaria e necessariamente fantasiosa del programma d’azione di una futura rivoluzione serve solo a distrarre dalla lotta presente… [dibattere di questo programma d’azione] mi sembra una sciocchezza”. Questo è stato talvolta rimproverato ai cartisti: erano troppo “prosaici”. Richard Pilling, in un discorso del 1839 si limitava ad affermare: “se i lavoratori fossero stati i legislatori, secondo la loro Carta, la nazione sarebbe oggi la più prospera del mondo. I lavoratori, essendo all’origine delle arti, del progresso, delle invenzioni e della ricchezza dell’impero, sono le uniche persone adatte a governare questa nazione o qualsiasi altra. Altrimenti le persone non saranno mai felici”. Punto. Forza o limite del cartismo? I commentatori di solito hanno giudicato negativamente la vaghezza della sua “visione sociale alternativa”, o hanno messo addirittura in questione se davvero fosse realmente “alternativa” (o almeno in che misura). Che la visione di Marx fosse davvero “alternativa” – pas de question. Ma anche lui è stato criticato, e spiritosamente è stato scritto da Leopold nel 2016 che Marx ed Engels “accettano la necessità per i socialisti di possedere resoconti critici dettagliati e persuasivi di ciò che è sbagliato nella società capitalista contemporanea, ma negano la necessità di resoconti costruttivi altrettanto dettagliati e persuasivi di come potrebbe essere la futura alternativa socialista. È come se Marx indicasse con una mano la direzione in cui voleva che andassero gli uomini, e con l’altra gettasse polvere nei loro occhi”. E altrettanto spiritosamente Claeys, nel 2018: “un conto è criticare il ‘prescrivere ricette per l’osteria dell’avvenire’, un altro è stuzzicare i palati degli ospiti o saziarli senza avere una ricetta”. Il fatto è che Marx non indicò mai “la direzione in cui voleva che andassero gli uomini”. Diceva: gli antagonismi propri al mondo borghese spingono i lavoratori al potere, e se vi arriveranno, le misure che prenderanno dipenderanno dal livello culturale di massa, dalle caratteristiche congiunturali e imponderabili dei rappresentanti che via via sceglieranno, dal processo stesso di conquista del potere e dalle condizioni obiettive in cui verserà il paese, dalle reazioni della borghesia e dei suoi rappresentanti, e così via. In questo senso è vero che lo scopo è nulla e il movimento è tutto, ed Engels diceva che “noi non abbiamo uno scopo finale. Noi siamo evoluzionisti, non abbiamo l’intenzione di dettare all’umanità delle leggi” (Bernstein poi trasformò quest’affermazione in tutt’altro senso). La stessa cosa diceva Marx nella famosa metafora ostetrica (che presuppone la morte della madre per la sopravvivenza del figlio!), utilizzata commentando la Comune: “la classe operaia ha da liberare gli elementi della nuova società dei quali è gravida la vecchia società borghese che sta crollando” il lavoro ostetrico storico si è rivelato certo un lavoro maledettamente duro, ma questa metafora viene usata per sottolineare che la classe lavoratrice “non ha utopie belle e pronte da introdurre par décret du peuple… non ha ideali da realizzare”. Una cosa è certa: i lavoratori con lo strumento del potere difenderanno i loro interessi, in modo più o meno lungimirante, in modo più o meno consistente, in modo più o meno convulso, in modo più o meno conflittuale all’interno stesso della classe lavoratrice, ma (e questo è quello che conta) sempre imparando dai propri errori. Non vi era bisogno per Marx di una “guida” per l’avvenire, se non la coscienza dei lavoratori dei propri interessi come classe nel suo complesso in questa società borghese in cui vengono sfruttati (e ovviamente l’obiettivo della conquista del potere come classe). Questo è il miglior bedecker per il futuro.

In quarto luogo Marx ed Engels furono debitori del cartismo per la sua prospettiva internazionale e internazionalista. Già al suo sorgere la solidarietà con i ribelli canadesi contro il colonialismo inglese, vittime di una spietata repressione, fu un elemento fondante del movimento di massa cartista (come ci ricorda Chase). La russofobia, di massa, innata, odio nei confronti di una autocrazia oscurantista e reazionaria al massimo grado; il sostegno entusiasta alla lotta per una Polonia libera, dalla Russia, dalla Prussia e dall’Austria; il suo rigetto dell’imperialismo (diremmo oggi) britannico in Irlanda, con l’alleanza che i cartisti contrassero con i nazionalisti irlandesi, i legami politici e organizzativi con i radicali esuli del continente, la sua inclusività nei confronti dei lavoratori stranieri, tutta questa prospettiva internazionale e internazionalista delle masse lavoratrici britanniche ispirarono profondamente Marx ed Engels.

In quinto luogo le famose affermazioni del “Manifesto” per cui i “comunisti non sono un partito particolare rispetto agli altri partiti dei lavoratori. Non hanno interessi separati dagli interessi di tutto il proletariato” ecc. ecc. sono una chiara derivazione dalla situazione esistente in Inghilterra, dove si erano costituiti i Fraternal Democrats all’interno del movimento cartista. I Fraternal Democrats rifiutavano l’appellativo “partito”, e costituivano l’ala più internazionalista e socialista del movimento – i suoi esponenti più in vista erano Harney e Jones, entrambi successivamente membri della Lega dei Comunisti. Marx ed Engels avevano stretti rapporti personali con loro. Come è stato giustamente detto da Taylor nel 1996, e più recentemente da Drapeau, gli storici hanno avuto la tendenza a trattare la questione dell’influenza intellettuale in modo univoco, con Harney e Jones “discepoli” di Marx ed Engels, mentre in realtà vi fu invece una situazione di “simbiosi” tra di loro.

Il secondo “movimento reale” che segnò in modo indelebile il pensiero di Marx ed Engels fu la Comune di Parigi, che non fu l’emancipazione sociale dei lavoratori (le classi esistevano ancora sotto la Comune!), ma “la forma politica infine scoperta con cui compiere [questa] emancipazione”, tale da costituire “un nuovo punto di partenza di importanza storica universale”. Già precedentemente Marx aveva intuito che “la conquista del potere politico” non poteva limitarsi ad un governo dei lavoratori mantenendo la “macchina governativa” (noi oggi diremmo lo Stato) esistente, “la classe operaia non può mettere semplicemente le mani sulla macchina statale così com’è, e manovrarla per i propri scopi”, “lo strumento politico dell’asservimento [della classe operaia] non può servire come strumento politico per la sua emancipazione”. Ma furono i lavoratori parigini a inventare creativamente cosa concretamente doveva essere cambiato, a inventare creativamente una nuova “forma politica”, adeguata al funzionamento di un potere gestito dalla classe lavoratrice. Il risultato fu quello che Marx definì una veria e propria “rivoluzione contro lo Stato stesso”, lo Stato, “un pandemonio di infamie… orgia di tutti gli elementi corrotti della società… sovrannaturale aborto di società” – “la distruzione preliminare della vecchia macchina governativa”. “La rivoluzione distrugge e demolisce la macchina del vecchio Stato. Questa è la sua essenza”, scriverà Trotsky settant’anni dopo. Quindi la “missione” della classe lavoratrice, la conquista del potere politico, doveva per Marx ed Engels dapprima procedere a cambiare radicalmente il potere politico stesso, per poi poterlo esercitare. Il contenuto, il modus operandi della “vera Repubblica” qual era la Comune fu individuato da Marx in questi aspetti (riprendo, modificandolo, un prospetto steso da Leipold):

Comune: – corpo legislativo e esecutivo al tempo stesso
– consiglieri eletti a suffragio universale
– consiglieri revocabili
– i consiglieri vengono retribuiti con un salario pari a quello dei lavoratori

– tutti i lavori della Comune devono essere pubblici
Pubblica amministrazione: – subordinata al Comune
– funzionari pubblici eletti e revocabili
– i funzionari pubblici vengono retribuiti con un salario pari a quello dei

lavoratori

– scomparsa degli alti dignitari statali insieme ai loro privilegi
Chiesa: – separazione tra Chiesa e Stato
– abolizione del carattere pubblico delle chiese
– istruzione libera da ogni ingerenza della Chiesa

Struttura nazionale: ogni città, paese e villaggio ha la propria Comune- le Comuni rurali inviano delegati a un’assemblea distrettuale in una città

centrale

– le assemblee distrettuali inviano delegati a una delegazione nazionale a Parigi
– ogni delegato è revocabile e “legato ad un mandat impératif (istruzioni

formali) dei propri elettori”
– il governo centrale esercita le “poche ma importanti funzioni” non svolte

dalle Comuni locali e regionali grazie a “funzionari comunali strettamente responsabili”
Forze di repressione: – soppressione dell’esercito permanente e la sua sostituzione con il popolo armato nella forma di una Guardia nazionale, la cui massa era costituita da lavoratori
– polizia depoliticizzata e posta sotto il controllo della Comune
– polizia revocabile
Magistratura: – giudici eletti e revocabili

In questo modo “le cariche pubbliche cessano di essere proprietà privata dei fantocci del governo centrale”. “Invece di decidere una volta ogni tre o sei anni quale membro della classe dirigente dovesse rappresentare falsamente il popolo in parlamento, il suffragio universale doveva servire al popolo costituito in comuni, così come il suffragio individuale serve ad ogni altro imprenditore in cerca di operai e dirigenti per i suoi affari… nulla avrebbe potuto essere più estraneo allo spirito della Comune, che mettere al posto del suffragio universale l’investitura gerarchica.” Il nuovo “Stato” (in realtà la Comune non era più uno Stato “in senso proprio”) era uno Stato deburocratizzato – la “vera” democrazia, con il massimo della partecipazione di massa e del controllo su tutti i rami del governo, veniva così opposta a quella formale, borghese, dove “il meccanismo governativo non può essere troppo semplice… è da sempre il compito dei furbi renderlo complicato e misterioso”. In sintesi la classe lavoratrice una volta al potere per poterlo mantenere e poterlo usare deve render semplici le funzioni statali quali esse sono effettivamente, svuotare al massimo grado possibile le funzioni dello Stato ed esercitare queste funzioni direttamente (“il riassorbimento del potere dello Stato da parte della società”), e gestire lo “Stato” che rimane da questa operazione di sottrazione attraverso misure democratiche radicali. Nel 1891 Engels scriveva: “Poco tempo fa, il filisteo socialdemocratico è stato colto di nuovo da un salutare terrore all’udire l’espressione: dittatura del proletariato. Ebbene, signori, volete sapere che aspetto ha questa dittatura? Guardate la Comune di Parigi; essa è stata la dittatura del proletariato”.

La lettura antistatale della Comune di Parigi di Marx è ulteriormente confermata dai passaggi aggiunti alla seconda edizione della “Storia della Comune” di Lissagaray, al tempo fortemente influenzato da Marx (Marx stesso scrisse ai suoi corrispondenti tedeschi che aveva proposto una serie di integrazioni che erano state accettate dall’autore). Questa seconda edizione vide la luce solo in lingua tedesca e inglese, mentre nell’edizione definitiva in francese del 1896 (quella tradotta nell’unica edizione italiana esistente) queste aggiunte vennero sistematicamente cancellate da Lissagaray, divenuto nel frattempo molto più moderato. Sorprendentemente questi passaggi sono stati completamente dimenticati dai curatori della Gesamtausgabe (MEGA) di Marx ed Engels in corso di pubblicazione, e solo recentemente sono stati evidenziati da Rougerie e da Gaido.

Ma c’è un aspetto fondamentale nella Comune che è implicito. Ad es. le forze di repressione non vengono abolite, in quanto ce n’era bisogno, ma viene abolita la professionalizzazione delle forze di repressione. E così come per le forze di repressione è successo per burocrati, giudici e politici. È stato spezzato il monopolio del potere manageriale esercitato da un quadro di dirigenti di carriera che cooptavano i propri successori. Lo Stato deburocratizzato è uno Stato dove la vita pubblica è deprofessionalizzata, una democrazia senza professionisti. Questa tendenza risuonava decisiva per Marx ed Engels, che da sempre avevano visto nel superamento della divisione del lavoro una delle caratteristiche essenziali del comunismo: la Comune, ponendo un numero di garanzie contro una eccessiva gerarchia e una eccessiva professionalizzazione, faceva dei primi passi che prefiguravano questo superamento. Questo aspetto del pensiero di Marx ed Engels è stato per lo più ignorato o rigettato (uno dei pochi che lo valorizzarono fu Mandel). “Il dilettantismo può diventare una virtù?”, domanda divertito Claeys. È irrealistico, è ingenuo pensare a una cosa del genere, almeno in una società come la nostra dove vigono i principi burocratici di selezione e avanzamento (come espresso dall’onnipresente termine di governance), e dove anche i nostri leader politici eletti sono professionisti in tutti i sensi – salvo avere come risultato meno democrazia, più corruzione politica e più alienazione dei cittadini. Hunt ha scritto pagine illuminanti su questo aspetto:

è stata la divisione del lavoro a creare per prima la proprietà privata, non viceversa, insieme alle classi sociali, allo Stato, all’antagonismo tra i sessi, al lavoro alienato e alla separazione tra città e campagna. Se la divisione del lavoro fosse il peccato originale, il suo superamento segnerebbe la redenzione dell’umanità… Entro i limiti assoluti imposti dal tempo non è affatto inconcepibile coltivare molteplici o almeno alcune abilità e talenti. Ciò che si deve presupporre è una società sufficientemente prospera in modo che le persone non siano costrette a dedicare ogni ora possibile di tutta la loro vita all’esercizio delle loro abilità di più alto livello o all’abilità meglio pagata, come è la norma nelle nostre società… Nella società comunista non ci sono alti amministratori ma solo persone che amministrano tra le altre cose, nessun dirigente di fabbrica ma solo persone che gestiscono una fabbrica tra le altre cose, non intellettuali ma solo persone intellettualmente attive tra le altre cose… i lavori che richiedono una formazione maggiore potrebbero essere ruotati settimanalmente, stagionalmente o anche in periodi che durano diversi anni… La cosa più radicale di Marx ed Engels riguarda manifestamente i fini: era il loro desiderio di trascendere la divisione del lavoro, di creare una società di continua fluidità occupazionale, una forza lavoro con molteplici competenze e – nella sfera politica – una democrazia senza professionisti… Marx voleva sradicare non solo la burocrazia capitalista ma il principio burocratico stesso da tutte le istituzioni sociali

È stato spesso ritratto un Marx dispotico, avversario dei “sacri princípi liberali” quali la divisione dei poteri, la subordinazione dell’esecutivo al legislativo, l’indipendenza della magistratura, e così via. In realtà sia Marx ed Engels erano favorevoli ai contenuti di questi “princípi”, ma completandoli, approfondendoli: come dividere i compiti esecutivi tra comitati responsabili piuttosto che concentrarli nelle mani di una persona, democratizzando al massimo il potere esecutivo, e andando ben oltre la convenzionale nozione borghese di ministeri responsabili. Molto più radicale era l’obiettivo di trasformare in elettivi e responsabili tutti gli uffici amministrativi, non solo ai vertici ma a tutti i livelli e in tutti i dipartimenti. Era forse quella di Marx ed Engels una visione di “democrazia diretta”? No, non lo era, perché nella loro visione sussisteva una democrazia rappresentativa. Marx ed Engels non hanno mai criticato l’idea di avere assemblee rappresentative – al contrario criticavano la mancanza di potere reale nelle mani di tali assemblee. Ma aggiungevano che gli eletti dovevano essere revocabili, e la “revoca” che incombeva su tutti gli eletti poteva essere concretamente realizzata attraverso elezioni a brevissimo termine, come ad es. ogni anno – questo era uno dei sei punti della Carta del Popolo inglese. In un vecchio articolo del 1852 Marx aveva affermato che elezioni generali annuali erano una delle condizioni “senza le quali il suffragio universale sarebbe una pura illusione per la classe operaia”. E non è casuale trovare che anche nella Carta del Popolo gli eletti al Parlamento dovevano essere “responsabili”, il loro lavoro “trasparente”, più “delegati” che “rappresentanti” del popolo, come Taylor ha ben messo in luce nel 1999.

Marx ed Engels hanno spesso usato il termine “repubblica democratica” in modo indifferente sia riguardo alla “vera repubblica”, esemplificata dalla Comune, che a quella formale, borghese. Ciò ha ingenerato infinite confusioni nelle successive generazioni di “marxisti”. Perché mai? Sottilmente sadici, volevano intenzionalmente far rompere la testa ai loro “esegeti”? Naturalmente no. Usare lo stesso termine è sottolineare un aspetto decisivo, pur se non unico, della democrazia nella “repubblica democratica”, e cioè che per loro l’espansione della democrazia era sempre una prospettiva, con limiti continuamente spostati in avanti, con un margine di sviluppo permanente – la repubblica democratica è sempre incompleta, e i socialisti devono sempre spingere i limiti oltre la soglia data, perché il loro obiettivo è una “vera” “repubblica democratica”. Se noi rileggiamo i testi dei socialisti di fine ‘800 e inizio ‘900, molte delle loro richieste democratiche sono state “concesse” nei paesi europei attuali – questo è l’aspetto che evidenzia lo sviluppo potenzialmente permanente della democrazia. Ma quella attuale è ancora una democrazia ben incompleta – ad es. ben più del 10% dei lavoratori residenti in Italia non ha nessun diritto di voto, essendo immigrati, e questo fa sì che affermare che in Italia abbiamo il “suffragio universale” è pura ipocrisia. L’altro aspetto è che vi è una soglia tra la “vera” “repubblica democratica” e quella attuale, anche se in prospettiva migliorata di molto. Un secolo or sono i socialisti pensavano che questa soglia non permettesse alla borghesia di implementare certe misure che per noi sono invece realtà, ma in un certo senso avevano ragione visto quanto è successo nell’Europa fra le due guerre mondiali. Questo significa che la soglia è storicamente variabile, e congiunturalmente data. Ma vi è una soglia che è assoluta, e che anche nelle condizioni più favorevoli la società borghese non potrà accettare, ed è costituita da tutte le misure di deburocratizzazione e di deprofessionalizzazione della Comune. Queste misure democratiche non potranno mai essere implementate in una società in cui sia al potere la borghesia – elezioni annuali, radicale decentramento amministrativo, eleggibilità e revocabilità dei funzionari statali, ecc. ecc. Cioè le misure che concretizzano lo svuotamento dello Stato. Solo con la classe lavoratrice al potere si potrà e si dovrà procedere in questa direzione, fino alla fine della divisione del lavoro, al comunismo, quando vi sarà una sorta di “democrazia totale”, che non sarà neppure più definibile “democrazia” in senso proprio.

Un esempio di soglia tra la “vera” “repubblica democratica”, e la prosaica repubblica democratica (borghese) esistente è analizzato da Kautsky nel 1905 per la Francia della III Repubblica. Riprendendo un’osservazione di Engels del 1891 per cui “la Repubblica francese di oggi… non è altro se non l’Impero fondato nel 1798 senza l’imperatore”, Kautsky afferma che le istituzioni monarchiche e le forme statali furono de facto mantenute nella nuova Terza Repubblica, ed elenca una serie di tratti antidemocratici: il potere discrezionale del Presidente in svariati campi, la durata del suo mandato, la posizione del procuratore di Stato in campo giudiziario, ecc. ecc. Ma la cosa fondamentale è la presenza o l’assenza del potere dal basso.

Per Marx l’ “insurrezione di Parigi è l’azione più gloriosa del nostro partito”, anche se l’Internazionale “non [ha] mosso un dito per farla”: come giustamente dice la Concheiro, l’importante per Marx ed Engels non è cosa faccia questa o quell’altra organizzazione, ma la tendenza storica chiaramente espressa nella lotta della classe operaia. Per Marx ed Engels il “partito in senso storico” è il movimento di autoemancipazione della classe lavoratrice, e in questo movimento l’apice del 1871 dovette aspettare il 1917 per vedere un’altra “gloriosa azione del nostro partito”.

Il terzo “movimento reale” che segnò in modo indelebile il pensiero del solo Engels, per motivi cronologici, fu l’affermazione del partito operaio tedesco come partito di massa nel corso di più di un decennio di repressione statale. Il Partito socialista dei lavoratori di Germania (SAPD) era sorto nel 1875 dalla fusione delle organizzazioni dei cosiddetti “lassalliani” ed “eisenachiani”, ed era diventato in pochi anni un partito significativo in termini di membri e un seguito elettorale importante (mezzo milione di voti nel 1877, il 9,1%). Come riassume Lidtke, “i sentimenti popolarmente associati ai socialdemocratici – mancanza di patriottismo, simpatia per la Comune, ateismo militante – caratterizzavano il loro essere ‘rivoluzionari’, più che le concrete attività del partito, sempre rimaste entro i limiti della legalità. Pur senza pianificare barricate i socialdemocratici proiettarono un’immagine di ribellione sociale, incitando i lavoratori all’odio di classe, denigrando la sacra fede dei cristiani e disprezzando le venerate conquiste di Bismarck”. A livello organizzativo il SAPD, al congresso di fondazione, aveva cancellato ogni traccia del centralismo tipico dei lassalliani, caratterizzato da Bebel come “fede nell’autorità, cieca obbedienza, culto della personalità”, e aveva seguito le prescrizioni di Bracke per cui “il centro di gravità non deve essere in nessun governo di partito, ma nel popolo”, con elezioni continue a brevi intervalli di questo “governo”, con un organo eletto dai membri che lo controllasse, con la tolleranza verso opinioni diverse e bandendo qualsiasi fanatismo. Anni dopo, nel 1891, Bernstein affermava che “una classe rivoluzionaria in crescita non ha assolutamente nessun motivo per abdicare alla sua volontà [accettando una dittatura personale], rinunciare al diritto di critica, rinunciare alla sua ‘superiorità’ nei confronti dei propri leader… dove le masse rinunciano alla loro volontà, sono già sulla strada per diventare, da fattore rivoluzionario, un fattore reazionario”. Così il SAPD aveva alla sua testa un esecutivo, eletto dal congresso, di cinque persone residenti in una stessa città, controllato da una commissione i cui membri risiedevano in un’altra città – il congresso votava quale doveva essere la città di questa commissione, ma i suoi membri erano eletti dalle strutture cittadine del partito. Sopra questi due organi vi era un commitato, ampio, eletto dal congresso, e senza obblighi di residenza, che doveva risolvere eventuali divergenze tra esecutivo e commissione di controllo. Comitato e commissione di controllo avevano il potere, a maggioranza, di nominare membri dell’esecutivo al posto di quelli eletti dal congresso, ma non più di due – solo un nuovo congresso poteva farlo. A livello locale non vi erano strutture predeterminate, e i socialisti di ogni città si organizzavano come meglio credevano.

Nell’ottobre 1878 Bismarck ottenne dal Parlamento tedesco il varo della legge antisocialista, che vietava ogni tipo di organizzazione, di stampa, periodica e non periodica, e di attività riconducibile al SAPD. L’unica concessione fu l’ammissione che candidati socialisti potessero presentarsi alle elezioni – con la convinzione che la repressione avrebbe reso nei fatti impossibile queste candidature. Al 30 giugno 1879 erano state soppresse 127 pubblicazioni periodiche e altre 278 non periodiche; a fine dello stesso anno erano state sciolte 217 associazioni, comminati 600 anni di carcere, e centinaia di socialisti erano stati espulsi dalle loro città, soprattutto Berlino, Amburgo e Lipsia. Tutti i sindacati vennero sciolti. Nel solo anno 1880 furono comminati 831 anni di carcere e vennero espulsi dalla Germania 892 socialisti. La legge antisocialista venne rinnovata quattro volte, e mentre nel 1884-85 l’applicazione della legge subì un allentamento, un giro di vite radicale venne nuovamente implementato nell’agosto 1886: nei due anni e mezzo successivi vennero tenuti un numero di processi contro socialisti pari all’intero numero di processi celebrati dal 1878 al 1886.

In questa situazione il congresso clandestino del partito tenuto a Wyden nel 1880 decise che la direzione del partito fosse affidata alla frazione parlamentare, l’unica struttura legale rimasta, ma non essendo una struttura eletta non poteva esigere una disciplina nei confronti dei membri del partito. Dal punto di vista concreto si realizzarono nel corso degli anni ‘880 molteplici divergenze e scontri tra la maggioranza della frazione, di orientamento moderato, e la redazione del settimanale del partito, pubblicato prima a Zurigo e poi a Londra, di orientamento radicale. Ma l’elemento decisivo fu la mobilitazione della base del partito a partire dalla fine del 1879. Migliaia di lavoratori si attivarono a diffondere e a stampare in Germania l’organo settimanale clandestino, che alla fine degli anni ‘880 veniva regolarmente inviato in Germania in 11mila copie, a cui si aggiungevano le copie clandestinamente stampate in Germania, a sostenere, in mezzo a mille ostacoli e rischi, i candidati socialisti alle elezioni, a organizzarsi, smascherando infiltrati e spie della polizia. “L’organizzazione dei socialdemocratici… era informale, diffusa e spesso transitoria… I legami tra i gruppi locali e i leader nazionali erano personali, informali e in costante mutamento. In generale la connessione era garantita da un “uomo di fiducia”, una persona la cui affidabilità e lealtà erano fuori discussione… [non erano funzionari pagati] Le due maggiori città del nord, Berlino e Amburgo, avevano organizzazioni particolarmente attive, ma quella di Amburgo era di gran lunga la più efficiente. I socialisti tedeschi non avevano perso il loro talento organizzativo anche sotto la legge antisocialista… Alla fine degli anni ottanta, non meno di 5.000-6.000 socialisti facevano parte dell’organizzazione [clandestina] di Amburgo”. In questi dodici anni la base del partito si autogovernò in modo del tutto autonomo, e dando il suo appoggio all’ala radicale del partito permise l’affermazione come leader carismatico di Bebel, in strettissimo rapporto con Engels. Fu questa base che realizzò il miracolo non solo delle candidature socialiste, ma della loro affermazione: alle elezioni del 1890 il SAPD ottenne un milione e mezzo di voti (il 19,5%), triplicandoli rispetto al 1877. Fu questa base che nei fatti impose al potere tedesco la cancellazione della legge antisocialista nel 1890.

Engels salutò questi sviluppi come un avvenimento storico. “Ho un’incondizionata fiducia nel nostro proletariato”, scriveva nel 1885, e un leitmotiv per tutti gli anni ‘880 sia da parte di Bebel che di Engels era che le masse erano di gran lunga migliori dei loro capi. “Oggi si deve sottoporre tutto il proletariato tedesco a leggi eccezionali, solo per allentare un po’ il processo della sua evoluzione verso la piena consapevolezza della sua situazione di classe oppressa. Oggi il proletariato tedesco non ha più bisogno di alcuna organizzazione ufficiale, né pubblica né segreta; il semplice, naturale legame fra compagni di una stessa classe basta, senza statuti, organi direttivi, deliberazioni di nessun genere, senza altre forme tangibili, per scuotere tutto l’impero tedesco”. Sia nel 1884, nel 1887 e nel 1893, all’indomani di elezioni vittoriose per i socialdemocratici Engels ripeteva invariabilmente che il numero di seggi conquistati non aveva importanza, ma quello che contava era “la dimostrazione che il movimento avanza a passi rapidi e sicuri… una cosa grandiosa è… come i nostri operai conducono la faccenda, la tenacia, la decisione e soprattutto lo spirito con cui conquistano seggi su seggi e fanno fallire tutte le macchinazioni, le minacce e le violenze del governo e della borghesia”. Engels rimase profondamente colpito dall’ “irridente umorismo che esprimono i nostri operai nella lotta”, dall’ “imperturbabile serenità che scaturisce dalla certezza della vittoria”, da un lavoro rivoluzionario organizzato in modo semplice, metodico ed efficiente, business-like. Engels riservava invece parole di fuoco e di disprezzo contro la maggioranza moderata, “opportunista”, “piccolo borghese”, della frazione parlamentare.

Il ritorno alla legalità si fece all’insegna del processo precedente. Il partito, rinominato Partito social-democratico (SPD), fu largamente decentralizzato, ai membri non veniva chiesta nessuna quota obbligatoria, nessun obbligo al di fuori dell’accettazione dei “princípi del programma”. Venne mantenuto il sistema degli “uomini di fiducia”. Non veniva neppure tenuta nessuna statistica centrale sul numero dei membri. Si moltiplicò l’associazionismo sui più svariati terreni e temi, che funzionarono di fatto come contrappeso a eventuali e sempre possibili tendenze autocratiche nel partito. Il SPD venne correttamente definito un “partito mollusco”. Come giustamente ha sottolineato la Concheiro i partiti moderni sono una invenzione della classe lavoratrice del XIX secolo, e la svolta, la nascita del modello, si ebbe con gli sviluppi del partito tedesco dopo il 1878 – ma con una necessaria specificazione, fatta da Paastela, e cioè che quel modello includeva aspetti che andarono poi totalmente persi, aspetti oggi associati invece al termine “movimento sociale”.

Ma non tutto era rose e fiori, anche importanti debolezze segnavano il SPD. Nonostante la ritrovata legalità i socialdemocratici dovettero comunque continuare a subire arresti, processi e incarcerazioni del tutto arbitrari, e la minaccia di una nuova legge antisocialista pesò sulle loro teste per molti anni. E questa minaccia non mancò di farsi sentire sull’orientamento della direzione del partito. Nel 1891, circa 20.000 minatori nella zona della Ruhr scesero in sciopero, contro l’opinione della direzione del SPD, che riteneva che il governo potesse usare questo sciopero per reintrodurre una sorta di legge antisocialista. La stampa del partito criticò pubblicamente i minatori, anche quando dovettero subire una massiccia repressione da parte dell’esercito. Engels riteneva che, anche se la valutazione del partito fosse stata corretta, la direzione non aveva il diritto di dettare il corso di un movimento di classe. A Kautsky, scrisse che “ogni nuovo gruppo di operai viene condotto a noi attraverso scioperi d’impulso, imprudenti, necessariamente destinati a fallire ma inevitabili in date circostanze”, e a Bebel che “lo sciopero impulsivo, passionale è ormai divenuto la via abituale che conduce verso di noi nuove grandi masse operaie”. “Non si possono solo avere le comodità del movimento, bisogna assumersi anche i fatali eventi del momento”. Lezione a dir il vero non molto ben digerita dal SPD. Negli anni ‘880 per un settore del partito l’unico obiettivo era l’abolizione della legge antisocialista, e questo settore si illudeva di arrivarci con la moderazione. Dopo il 1890 fu il timore di una ripresa delle leggi antisocialiste a dettare moderazione e immobilismo. Bernstein nel 1893 scriveva che c’era “qualcosa che non andava”, che il partito mancava di azione e vivacità, per Kautsky l’anno successivo “il movimento tedesco incomincia a diventare noioso”, e infine nel 1895 sempre Kautsky affermava che “la socialdemocrazia tedesca dorme, aspetta di vedere cosa finiranno col fare i partiti borghesi del progetto di legge contro la sovversione. Oppure si cerca di assopire l’avversario con la propria sonnolenza e di far cadere in tal modo il progetto di legge contro la sovversione?”.

Engels, fautore a metà degli anni ‘880, dell’espulsione dell’ala “moderata” una volta ritrovata la legalità, successivamente si ricredette, e si convinse che in un grande partito di massa era naturale la formazione di tendenze sia moderate che estremiste, la “disciplina di un grande partito non può essere rigida come quella di una setta”, la cosa fondamentale era che non vi fosse neppure l’apparenza di una “dittatura alla Schweitzer”, e che la discussione fosse libera e aperta, grazie anche a una stampa di partito non sotto il controllo della direzione del partito stesso. Era la libera discussione (e anche “un po’ di baruffa”… ) che faceva da barriera alle deviazioni politiche, non inculcare la linea politica nelle teste dei membri del partito come fossero degli scolaretti, e procedere poi con i riottosi con le espulsioni – “è proprio della vita e della crescita di ogni partito che nel suo seno… si combattano tendenze più moderate e più estreme… pretendiamo dagli altri la libertà di parola per noi solo per abolirla di nuovo nelle nostre file?” È vero che Engels, per la sua natura sanguigna, approvò al momento le espulsioni degli “estremisti” sia in Germania che in Austria, e auspicò l’espulsione dei moderati in Germania. Ma in tutti questi casi si ricredette sempre: in generale sosteneva che espellere persone era inutile, e che tutt’al più se ne sarebbero andate da sole… Gli “estremisti” espulsi in Germania e in Austria erano settori di giovani intellettuali che per Engels facevano solo frasi altisonanti e azioni isolate, senza prospettiva, anziché “fare i conti con i fatti”, e conoscendo la portata del compito che attendeva la classe lavoratrice, con la coscienza della responsabilità che le incombeva, guardare la realtà in faccia. Questi “estremisti” preferivano atteggiamenti pseudoradicali anziché impegnarsi seriamente nel movimento dal basso. Per Engels gli “educati” avevano molto più da imparare dai lavoratori che i lavoratori da loro.

Adler, dopo aver appoggiato l’espulsione degli “estremisti” austriaci, rivide questa posizione, e scrisse a Engels (ricevendo successivamente il suo accordo): “Penso che l’opposizione di sinistra avrebbe dovuto essere inventata se non fosse già esistita; solo che avrebbe dovuto essere inventata in una forma leggermente più intelligente e decente. Perché per noi la minaccia più grave è lo spirito piccolo borghese”. La sfida dell’ “opportunismo” – oggi diremmo “riformismo” – era la questione politica centrale.

[segue]