ACCADEVA OGGI…

14 Marzo

2000: Ion Cazacu, 41 anni, ingegnere in Romania, muratore in nero a Milano, viene ustionato dopo essere stato cosparso di benzina. Il suo padrone non gli perdona la richiesta di “essere messo in regola”.
Qualcuno ricorda la storia? Un delitto atroce, punito con una sentenza dura ma poi dimezzata, mettendo in dubbio l’omicidio volontario.
Ion Cazacu, ingegnere rumeno che lavorava da operaio piastrellista nella ricca Gallarate, fu bruciato vivo dal suo datore di lavoro, Cosimo Iannece, il 14 marzo 2000. La sua “colpa”: aver chiesto di essere messo in regola. Morì un mese dopo, il 14 aprile, dopo atroci sofferenze per le ustioni che coprivano quasi il 90 per cento del corpo.
Iannece fu condannato a 30 anni sia in primo che in secondo grado (con il rito abbreviato per evitare l’ergastolo). Nel maggio 2003 la Cassazione ha annullato la sentenza per «carente motivazione» sull’effettiva volontà di uccidere dell’imputato e il 13 novembre dello stesso anno, davanti alla Corte d’Assise d’appello di Milano, si è aperto il nuovo processo concluso poi con la pena dimezzata, da 30 a 16 anni: è stata accolta la tesi della difesa di omicidio senza l’aggravante per motivi abietti. «Nel processo hanno cambiato anche i capi d’accusa; io e le mie figlie siamo rimaste sconvolte e deluse dalla giustizia italiana» disse amareggiata dopo la sentenza Nicoleta Cazacu, vedova di Ion.
Una sentenza «grave dal punto di vista politico per il messaggio che lancia», commentò all’epoca dei fatti l’avvocato Ugo Giannangeli, parte civile di Alina, una delle due figlie di Cazacu. Grave anche per l’indifferenza della maggior parte dei mezzi d’informazione.
Questo omicidio, quasi immediatamente dimenticato, entra nell’immaginario collettivo come un episodio di ordinaria e quasi quotidiana criminalità, invece che essere considerato un crimine barbarico da Medioevo. Dopo la sentenza questa fu la riflessione di Nicoleta Cazacu: «Una parte della gente sa cosa è successo a mio marito e fa finta di non saperlo, altre persone invece non lo sanno, ma tutte hanno qualcosa in comune: l’indifferenza. Quell’indifferenza che uccide e uccide soprattutto noi stessi».