Un secolo è passato da quel fatidico 21 gennaio, quando, a Livorno, centinaia di delegati e di giovani operai abbandonavano, al canto dell’Internazionale, il Teatro Goldoni (sede del XVII congresso del PSI), spostandosi al Teatro S. Marco, per fondare il PCdI, sezione italiana della III Internazionale. Erano gli unici che, in rappresentanza di oltre 58 mila iscritti socialisti, avevano accettato, “senza se e senza ma”, tutte le 21 condizioni per l’adesione all’Internazionale Comunista creata due anni prima a Mosca, capitale della Russia dei Soviet. Teoricamente anche le altre due correnti (quella massimalista o “comunista unitaria”, guidata da Serrati – in rappresentanza di quasi 100 mila iscritti, e quella riformista, guidata da Turati – in rappresentanza di meno di 15 mila iscritti -) erano d’accordo per l’adesione all’Internazionale Comunista (non si sa con quanta convinzione da parte di Turati e dei riformisti, visto che erano i principali “imputati”, da parte del Comintern, per il “fallimento” dell’occupazione delle fabbriche del settembre 1920, e di cui i comunisti chiedevano l’espulsione), e persino per l’accettazione delle 21 condizioni, purché si permettesse la loro applicazione in modo “flessibile” . Ma la frazione comunista, guidata intransigentemente da Amadeo Bordiga, leader indiscusso del principale gruppo della frazione dei “comunisti puri” (il gruppo de “Il Soviet” di Napoli) e appoggiata dai delegati del Comintern (con la parziale eccezione del tedesco Paul Levi, che tentò in qualche modo di scongiurare la rottura con i massimalisti) non accettò alcuna mediazione con Serrati e i suoi (che personalmente disprezzava ancor più degli odiati “turatiani”). E così, nacque, con una scissione che apparve a molti come “troppo a sinistra” (all’opposto di quella francese della SFIO, giudicata “troppo a destra”). il giovane, combattivo (e, a mio avviso, settario) Partito Comunista, destinato, negli auspici e nell’ottimistica visione di migliaia di compagni reduci dal Biennio Rosso, a guidare la rivoluzione proletaria in Italia. Tra i 15 membri del CC del nuovo partito 6 erano della corrente bordighista, 2 ordinovisti (Gramsci e Terracini) e 7 ex massimalisti (due dei quali, Repossi e Fortichiari, diventeranno immediatamente bordighisti, come lo stesso Terracini). Togliatti non c’era (non era neppure delegato al congresso). Ma non scrivo queste righe per dar vita ad un articolo commemorativo, né di Storia del movimento operaio. Più modestamente volevo informare i lettori dell’incontro, tenutosi una settimana fa nella sede di Rifondazione Comunista, in via Cassala, tra le “delegazioni” dei gruppi e partiti che, in un modo o nell’altro, si richiamano a ciò che è accaduto a Livorno un secolo fa. Scopo dell’incontro era appunto decidere come ricordare il centenario anche a Brescia, magari con dibattiti, manifestazioni, ecc. Presenti, oltre al sottoscritto in rappresentanza di Sinistra Anticapitalista, il PRC, il PCI, il P-Carc e il CS 28 Maggio. Potere al Popolo, invitata, si era scusata per non poter partecipare, pur condividendo lo “spirito” dell’iniziativa. Devo dire che non mi sentivo proprio a mio agio. Pensavo con tristezza al fatto che era passato un secolo (portato male, diciamoci la verità) da quando la speranza di poter assaltare il cielo sembrava una cosa viva. Certo, col senno di poi è facile dire quello che i Bordiga, i Terracini, i Gramsci non potevano sapere: che l’occasione era passata, che iniziava un terribile riflusso, che non si apriva in Italia una prospettiva “alla Weimar” (come in Germania, dove la socialdemocrazia era al governo, seppur non da sola), ma una terribile dittatura antioperaia, quella fascista. E da allora molta acqua (e sangue) era passata sotto i ponti. E noi, questi 4 gatti di “comunisti centenari”, stavamo discutendo di come ricordare il mito delle nostre radici. Ovviamente in perfetto disaccordo: chi, come me, voleva restare ancorato al 1921 (e al massimo agli anni ’20), senza “festeggiamenti” dal sapore un po’ retrò e leggermente trionfalistici (del tutto fuori luogo, mi sembra), cercando di non buttare via il bambino con l’acqua sporca; chi (soprattutto la minoranza di compagni che proveniva dal PCI, quello di Togliatti-Longo-Berlinguer) voleva festeggiare una presunta coerenza secolare (puramente mitica, a mio avviso) che, dalla clandestinità antifascista, attraverso la Resistenza e la Costituente, arrivava fino all’89; chi, infastidito da queste discussioni storiografiche, preferiva restare “coi piedi per terra” della contingenza attuale. Mentre la tristezza si impadroniva di me, non potevo evitare di sentire una profonda tenerezza verso gli altri compagni. Tutti quanti, chi più e chi meno, orfani di quella storia gigantesca che ha attraversato il secolo che abbiamo alle spalle. Una storia così intrecciata di eroismi e meschinità, di slanci generosi e pavide ritirate, di sacrifici sublimi (sì, sublimi) e carrierismi squallidi, di vittime e di carnefici, che solo a osservarla, con lo sguardo di uno la cui data di nascita è più vicina alla Rivoluzione russa che ai tempi attuali, lascia sgomenti. E mi è venuta in mente una bellissima canzone-poesia di Wolf Biermann, il compagno, già fuggito dalla Germania Ovest verso quella Est, in cerca di socialismo, e da quest’ultima espulso nel 1978 per le sue canzoni. Buon compleanno, comunisti d’Italia.

Ora canto per tutti i miei compagni
la canzone della tradita rivoluzione
per i miei compagni traditi canto
e canto per i miei compagni traditori
La gran canzone del tradimento canto
e la canzone più grande della rivoluzione
E la mia chitarra geme di vergogna
e la mia chitarra esulta di felicità
e le mie incredule labbra pregano ferventi
l’UOMO, il dio di tutta la mia fede

Canto per il mio compagno Dagobert Biermann
che esalò in fumo dai camini
che puzzolente risuscitò da Auschwitz
nei mutevoli cieli di questa terra
e la cui cenere è eternamente dispersa
su tutti i mari e fra tutti i popoli
e che ogni giorno viene di nuovo assassinato
e che ogni giorno risuscita nella lotta
e che è risuscitato con i suoi compagni
nel mio fumoso canto

E canto per Eldridge Cleaver
compagno nella giungla d’asfalto di San Francisco
com’egli spiega ai negri nero su bianco
che il nemico non è nero o bianco, ma
nero e bianco, questo vi canto
quando Eldridge sopra Washington il suo monumentale
culo negro stravacca sulla Casa Bianca
E come le BLACK PANTHERS fuggirono dalla pista,
dal circo borghese, panico tra il pubblico
canto i porci che di corsa abbandonano i palchi


E un commiato al compagno Dubcek
che immiserisce ora in terra turca
e che avrebbe dovuto piuttosto andare
per la tortuosa via sotto la mannaia
o per la via diritta sotto i carri armati
o avrebbe dovuto nuotare nel suo popolo
come il famoso pesce del compagno Mao
E perciò canto la salutare arroganza
dell’oppresso contro ogni reazione
e la controrivoluzione del 21 agosto


Io grido e grido la prosa del Vietnam
canto l’ipocrisia, l’esotica compassione
l’enfasi politica di pace e libertà
canto la barba rada di zio Ho
cui fu risparmiato di sopravvivere a questa guerra
che da gran tempo aveva vinto, questa guerra
che infuria ancora nella cella di Muhamed Ali
e che giornalmente viene derisa nel viavai delle offerte
nella solidarietà prescritta ufficialmente

nel commercio delle indulgenze con i peccati rivoluzionari

E canto ancor sempre il mio amore
alla mia vergine d’ogni notte
alla mia santa compagna
che in battaglia mi conduce e mi salva
nella superiore giustizia del suo sorriso
che dolcemente con un bacio cancellò
dalla fronte tutte le ferite che le procurai

Sì, canto la lotta di classe anche dei sessi
la liberazione dal patriarcale corpo a corpo
dalla servitù della gleba dei nostri corpi


E canto tutto il mio scompiglio
e la mia amarezza tra le battaglie
e non ti nascondo il mio silenzio
– per quanto tempo tacqui in verbose notti
la mia paura ebrea che sostengo
di avere – e che un giorno temo
mi possiederà, questa paura
E canto a squarciagola nell’oscura foresta umana
e batto il tempo con le mie ossa
sul tonante ventre della chitarra


Canto la pace in mezzo alla guerra
Ma canto anche la guerra in questa
trimaledetta assassina pace
che è una pace di cimiteri
che è una pace dietro i reticolati
che è una pace sotto il manganello
E perciò canto la guerra rivoluzionaria
per i miei compagni tre volte traditi
e anche per i miei compagni traditori:
In tenace umiltà io canto la  r i v o l t a

Flavio Guidi