Dichiarazione del Bureau esecutivo della IV Internazionale

Il 2020 ha visto sino ad oggi la convergenza di grandi crisi, di cui quella più importante è stata la pandemia di Covid-19 che, dopo aver raggiunto un picco massimo nel secondo trimestre, arriva oggi un’altra volta a livelli di contagio senza precedenti. A ciò bisogna aggiungere gli effetti estremi della crisi climatica -incendi forestali in California e in Brasile, inondazioni generalizzate in Asia-, l’offensiva neoliberista, rinvigorita dal fatto che i governi capitalisti cercano di recuperare le perdite del periodo del lock-down, il riemergere di conflitti locali come nel Mediterraneo orientale in un contesto di un scontro continuo per l’egemonia geopolitica. Allo stesso tempo, l’incertezza rispetto all’esito delle elezioni americane è uno dei fattori della situazione internazionale. E’ troppo presto per dire a cosa assomiglierà il mondo alla fine del 2020 e in che misura sarà profondamente cambiato.

Gli effetti combinati di queste crisi mettono in luce il modo in cui i lavoratori poveri, in particolare le donne, i neri, le minoranze etniche e le popolazioni rurali, soffrono tutte queste crisi. Le perdite di vite umane, di posti di lavoro e di mezzi di sussistenza, di educazione e di abitazioni, si combinano per creare uno strato di popolazione sempre più impoverito ed espropriato a livello  mondiale. Si sono sviluppate lotte e movimenti per opporsi ai governi autoritari poco preoccupati per la salute delle loro popolazioni, per opporsi alle pericolose condizioni delle politiche di “ritorno al lavoro”, il cui obiettivo è mantenere i profitti dell’economia capitalista o per sottolineare il ruolo particolare delle donne e delle minoranze etniche fra i lavoratori “essenziali”. Queste mobilitazioni sono esplose in modo drammatico con il movimento Black Lives Matter negli Stati Uniti, che si oppone allo stesso tempo al razzismo ed alla violenza della polizia, e che si è rapidamente esteso a livello mondiale non solo come movimento di solidarietà ma anche per opporsi alle manifestazioni locali di razzismo e di violenza poliziesca.

La pandemia continua

All’inizio di giugno, cinque mesi dopo l’inizio dell’epidemia di Covid-19, questa aveva già provocato più di 400.000 decessi nel mondo, con oltre 6,8  milioni di casi ufficialmente registrati in 216 paesi e oltre tre miliardi di persone erano rinchiuse in casa verso aprile.

Quando la pandemia ha iniziato a retrocedere in Europa, dopo aver calato in Cina ed in Estremo Oriente all’inizio della primavera -anche se divampava altrove, come in America Settentrionale e Meridionale- ci si domandava se si sarebbe sviluppata una seconda importante ondata di contagi o se, al contrario, il virus sarebbe mutato in una forma più benigna. Le incertezze erano molte.

Verso la metà di ottobre, il numero complessivo di decessi nel mondo è arrivato a 1,2 milioni ed i casi confermati a più di 40 milioni. Gli Stati Uniti, l’India e il Brasile continuano in testa alle liste dei decessi e delle infezioni ma i tassi di contagio aumentano dappertutto, specialmente in Europa, dove la Gran Bretagna registra oltre 43.000 decessi e la Francia e lo Stato spagnolo oltre 33.000 ciascuno.

In molti di questi paesi, le cifre delle persone contaminate, ammalate o decedute sono notoriamente sottostimate, innanzitutto per la volontà politica di certi dirigenti di negare la gravità della situazione ma anche per l’insufficienza dei mezzi per testare, ricoverare e centralizzare i conteggi dei casi di Covid-19.

Di fronte ad un disastro sanitario del neoliberismo mondializzato, molti governi, sotto la pressione del personale medico e delle proprie opinioni pubbliche, hanno voluto farsi carico della situazione decretando misure rigide. Il risultato è stato un netto calo dell’epidemia -all’inizio della primavera in Cina ed in Estremo Oriente, alla fine della primavera in Europa ed in Nuova Inghilterra- che ha determinato lock-downs più o meno importanti, con il mantenimento di misure di isolamento, in società traumatizzate dall’aggressività della malattia e delle misure pubbliche prese. Nella maggioranza dei paesi dell’America del Nord e del Sud, in India e in altri paesi dell’Asia e dell’Africa, la pandemia ha continuato a svilupparsi lentamente, con misure di protezione del tutto ineguali. Alcuni paesi, come l’Argentina o le Filippine, hanno conosciuto un lock-down ininterrotto dal mese di marzo!

All’arrivo dell’autunno nell’emisfero nord, una seconda ondata ancor più forte di contagi si sta delineando in Europa ed in Medio oriente, con nuove restrizioni, quarantene per i viaggiatori e  misure particolarmente repressive di lock-down e di coprifuoco -sovente differenziate a livello regionale- in molti paesi europei.

La crisi economica

Le conseguenze dell’inceppatura dell’economia, provocata direttamente o indirettamente dalle misure di quarantena della popolazione, con una remunerazione finanziaria nulla o totalmente insufficiente e con alle spalle una crisi finanziaria che covava da molto tempo, cominciano a definirsi meglio: caduta del PIL (prodotto interno lordo) di un 10% medio nei paesi della OCSE (Europa, America del Nord, Giappone, Corea del Sud, Australia…) nel secondo trimestre 2020 (a titolo di paragone, era stato di -2,3% nel 2009, durante la precedente crisi finanziaria); caduta di un 25% in India, del 20% in Gran Bretagna, del 17% in Messico, del 14% in Francia, del 9,5% negli Stati Uniti, del 7,8% in Giappone. Il calo della produzione era già passato dal 2 al 3% nel primo trimestre. I dirigenti cinesi proclamano che la ripresa, nonostante tutto, è già cominciata nel loro paese nel secondo trimestre: +3,2% (contro il -7% del primo trimestre). Sia come sia, le attuali proiezioni stimano che il PIL mondiale si abbasserà di un 6% nel 2020 sulla base attuale e che non recupererà il livello di prima della crisi se non nel 2023 -senza parlare di un nuovo e possibile aggravamento della situazione pandemica.

Ci sono stati decine di milioni di disoccupati in Cina a marzo, sino a 22 milioni di disoccupati negli USA ad aprile -se una netta diminuzione di queste cifre è stata annunciata nei mesi seguenti, è altrettanto evidente che i posti di lavoro ricreati sono molto più precari e a tempo parziale di quelli di prima- e negli USA si stima che le persone che attualmente hanno un lavoro siano 11,5 milioni  meno che a febbraio. Nell’Unione Europea si è arrivati ad un 7,8% di disoccupati, con fortissime disparità fra il nord e il sud!

Una nuova trappola del debito sta per chiudersi su un numero crescente di paesi del Sud, in cui si accentuano le difficoltà strutturali con la crisi del Covid-19: riduzione delle riserve di scambio, il forte degrado dei termini di scambio con la caduta dei prezzi delle materie prime, accompagnato dal deprezzamento della moneta di questi paesi di fronte al dollaro statunitense. 19 paesi del Sud sono già in sospensione dei pagamenti e 28 sono in forte rischio di sovraindebitamento. I paesi del G20, il FMI e la Banca Mondiale sostengono immancabilmente i creditori e aggravano ulteriormente l’indebitamento dei paesi del Sud con finanziamenti d’urgenza, principalmente sotto forma di prestiti, rafforzando l’applicazione delle politiche liberiste di austerità. I pagamenti del debito saranno così più importanti nei prossimi anni e il loro volume peserà sempre di più sui salari e sulle classi popolari. La IV Internazionale sostiene tutte le mobilitazioni e i movimenti di lotta a scala internazionale per l’abolizione dei debiti illegittimi.

I danni dell’offensiva delle borghesie e dei loro Stati

Per i capitalisti ed i loro governi, bisogna andare a lavorare e consumare ad ogni costo, sia in termini sanitari che in termini di finanze pubbliche, ma in cambio cercano di limitare -in nome della lotta alla pandemia e in modo più o meno estremo- le altre libertà, quella di muoversi, quella di riunirsi e di divertirsi per evitare le spese per testare, tracciare, isolare e sostenere la popolazione.

  • Sono stati varati piani di aiuto massiccio alle imprese (sovente indipendenti dalla loro crisi reale), aiuti alla cassa-integrazione, sconti permanenti sulle imposte sulla produzione, dalla Cina agli Stati Uniti, passando per i diversi paesi europei. Da parte sua, l’Unione europea ha decretato un piano di rilancio europeo di 750 miliardi di euro su tre anni, di cui un po’ più della metà sotto forma di mutualizzazione del debito -che ha come contropartita il controllo delle politiche nazionali nei prossimi anni (si tratta in parte di un effetto propagandistico, perché ciò rappresenta nei fatti l’1% della spesa pubblica).
  • I servizi pubblici sono sempre più sotto pressione, non ci sono investimenti massicci nella sanità pubblica né nell’istruzione o in altri settori che la crisi sanitaria ha messo in gravi difficoltà!
  • Politiche sempre più autoritarie vengono varate per l’occasione. Dopo la lotta contro il terrorismo, è la lotta contro la pandemia a giustificare le misure liberticide: polizia dappertutto, multe proibitive per coloro che non rispettano la quarantena o l’obbligo della mascherina -dopo aver detto tutto e il contrario di tutto sulla sua efficacia-, misure di lock-down e di coprifuoco che proibiscono la vita sociale. Queste politiche vengono presentate con un’agghiacciante colpevolizzazione dei giovani e delle classi popolari, piuttosto razzializzate -sia che si tratti di comunità stabilite da molto tempo o d’origine immigrata più recente-, segnalate a dito come incoscienti ed irresponsabili, come se non volessero proteggersi.
  • Il diritto al lavoro è dappertutto in forse; la flessibilità, imposta all’inizio in nome di una congiuntura eccezionale, viene resa permanente, la chiusura delle imprese agevolata.
  • I diritti sindacali, associativi, di manifestazione, sono stati strangolati durante il lock-downe rimangono limitati, sovente sottomessi a regole vicine allo stato d’assedio.
  • Allo stesso tempo, assistiamo ad una accresciuta repressione sui migranti, specialmente alle frontiere sud degli Stati Uniti o sull’altra costa del Mediterraneo.

Ma le convulsioni di questa crisi multidimensionale contribuiscono anche ad una concorrenza esacerbata fra le grandi potenze e fra gli Stati: fra gli Stati Uniti e la Cina, fra gli Stati Uniti di Trump ed il resto del mondo, a partire dall’Iran; con la Russia di Putin; fra la Turchia di Erdogan e i suoi vicini, vedasi il contenzioso con la Grecia, che sta diventando sempre più arroventato e con le potenze europee come la Francia che stanno soffiando sul fuoco. Il regime corrotto dell’Azerbaigian, che ha perso i mezzi finanziari per mantenere il suo dispotismo, ha lanciato un’offensiva contro gli armeni nel Karabag con l’appoggio dell’aviazione turca e dei mercenari siriani. Cerca così di darsi una legittimità popolare e di rinviare ogni possibilità di processo democratico interno.

Infine, per ciò che riguarda la crisi ambientale, se la caduta della produzione mondiale in primavera ha potuto avere un breve effetto positivo sul livello di inquinamento e sull’effetto serra, la pesante tendenza all’accentuarsi dei guasti ambientali rimane immutata: i giganteschi incendi del 2020 in Australia, in Brasile e in tutta l’Amazzonia o negli Stati Uniti, sono allo stesso tempo il frutto della crescente siccità dovuta al disastro climatico e alla gestione neoliberista del suolo, a volte direttamente incendiaria, e dell’agrobusinnes.

Il risultato sul piano sanitario e sociale

Per quanto riguarda le politiche di screening del coronavirus e i tipi di test, le politiche di protezione (mascherine, restrizioni d’accesso, quarantena, ecc.), le cure e le apparecchiature ospedaliere, la ricerca sul vaccino, ecc., si tratta di una vera e propria valanga di concorrenza e sprechi liberisti, di inefficacia burocratica, con il rischio di nuovi lock-downs traumatici e di nuove crisi ospedaliere fuori controllo, mentre il personale sanitario è stremato e spesso particolarmente colpito dal coronavirus.

Si sono così visti paesi ricchi (a cominciare dagli Stati Uniti) essere assai meno efficaci nella lotta contro l’epidemia se paragonati a certi paesi considerati poveri (Vietnam, Cuba, ecc.).

Si sono anche viste le grandi diseguaglianze sociali, d’età, di razza e di genere di fronte alla pandemia: lavoratori e lavoratrici di base nella sanità, nelle pulizie, nei trasporti, settori sovente femminilizzati e razzializzati; precari e lavoratori delle attività informali, che non possono permettersi il lusso di sospendere il lavoro ma che spesso sono assai esposti alle malattie e che perdono la maggior parte dei loro guadagni; strati popolari, spesso razzializzati, che subiscono le conseguenze delle abitazioni sovraffollate e del cibo spazzatura; migranti e lavoratori all’estero; agricoltori; indigeni dei paesi del Sud; persone con più di 65 anni fragili e più in generale persone che soffrono patologie croniche. Anche se personalità pubbliche, artisti e dirigenti politici sono stati anch’essi colpiti dal Covid-19, il tributo più alto è stato indiscutibilmente pagato da coloro che sono vittime allo stesso tempo della povertà e dell’oppressione!

Le donne in particolare hanno concentrati i rischi e le sofferenze nel peso delle loro mansioni professionali, familiari e nella violenza maschilista che la pandemia e il lock-down hanno generato e/o amplificato.

Di fronte alla catastrofe sociale provocata in poche settimane dalle interruzioni delle attività e dalle quarantene, molti governi -ma non tutti- hanno rotto momentaneamente con il dogma dell’austerità in bilancio ed hanno distribuito sussidi sociali di base: anche qui, dagli Stati Uniti alla Cina, passando per molti paesi europei. Questi sussidi, di qualche centinaio di euro, versati una tantum o mensilmente, sono serviti come ammortizzatori sociali minimi ed hanno anche contribuito d accrescere, presso certi settori popolari, il prestigio di dirigenti politici come Bolsonaro in Brasile.

Ciononostante, queste politiche di sovvenzioni sociali sono congiunturali e non corrispondono evidentemente ad una svolta neo-keinesiana di significativi settori della borghesia. L’esplosione del debito pubblico avrà delle conseguenze durature e gravi poiché servirà da pretesto all’approfondimento delle controriforme strutturali nei confronti dei contratti di lavoro, dei diritti sindacali e dei sistemi di previdenza sociale. I governi pagano sull’unghia i debiti pubblici e si preparano a presentare la fattura liberista (in particolare in ciò che resta dei servizi pubblici) riaffermando il discorso sulla competitività. In nessun paese i governi fiscalizzano i grandi profitti e le grandi fortune che, al contrario, hanno aumentato il loro patrimonio. In nessun paese si assiste a delle nazionalizzazioni di imprese farmaceutiche, mentre ce ne sarebbe urgentemente bisogno.

Gli effetti della forbice digitale sono stati intensificati nel corso della pandemia:

  • l’accesso alla didattica on line – le lotte degli e delle insegnanti a tutti i livelli per la didattica on line per ridurre i rischi della didattica in presenza negli edifici scolastici non adattati al distanziamento sociale ed al rispetto delle misure di sicurezza hanno riportato qualche vittoria, ma devono essere accompagnate dalla lotta per quanto riguarda l’accesso a Internet, ai computer e agli spazi di lavoro;
  • L’accesso ai servizi pubblici e agli enti locali si realizza sempre di più, quasi unicamente, attraverso internet.
  • Gli acquisti on line sono aumentati massicciamente, lasciando in difficoltà coloro che non ne hanno la possibilità (privi di internet o di carte di credito, per esempio) ed aumentando lo sfruttamento di chi lavora nella distribuzione (per esempio Amazon ed i vari servizi postali).

I risultati sul piano politico e sulle lotte

La legittimità dei poteri politici e della logica dominante del profitto si erode sempre più velocemente in questo contesto generale, sono apparsi tutti i suoi limiti nell’affrontare una tale catastrofe. I lavoratori e soprattutto le lavoratrici più umili, in “prima linea”, sono stati rivalorizzati… ma senza ricadute concrete! Con la paura combinata della malattia, della disoccupazione e della repressione, le strade della lotta sono, per molti e per il momento, assai complicate! Le resistenze non riescono a diventare di massa e diminuiscono rispetto ai barlumi di speranza di giugno.

In molti paesi (se non nella maggior parte), le principali organizzazioni sindacali sono completamente sparite durante la crisi pandemica. Non solo sono diventate ancora più prudenti nell’evitare qualsiasi conflitto ma sovente non hanno avuto niente da dire sulla politica di crisi della classe dirigente. Ciononostante, continuano ad avere un ruolo importante nella lotta quotidiana in difesa della classe operaia. Per questo, in molti paesi sarà importante in futuro -anche più di prima- battersi per una politica di classe nei sindacati ed estendere le iniziative limitate che vengono prese dalle organizzazioni sindacali o dalle correnti più combattive.

Molti dei movimenti sociali e politici vivaci -o solo latenti- nella fase precedente alla pandemia, sono stati soffocati dall’intensificarsi della repressione portata avanti ad Hong Kong, in Algeria e in Egitto. Movimenti sociali e democratici si sono arrestati durante l’epidemia in Cile, in Irak, in Francia, in Catalogna… In questi paesi saranno possibili delle riprese rapide?

Bisognerebbe analizzare meglio quelle che son diventate vere e proprie strutture dal basso, createsi durante la pandemia, a partire dalla solidarietà popolare e che potrebbero crescere ulteriormente in molti paesi.

Fortunatamente, alcuni movimenti di massa si sono sviluppati dopo la primavera, su basi diverse ma con un fondo comune di lotta per la democrazia e contro il funzionamento competitivo della società.

  • Il movimento contro il razzismo e le violenze della polizia, partito dagli Stati Uniti, rimane significativo -in Europa, anche in solidarietà con i migranti su una base più limitata ma essenziale (come nelle recenti manifestazioni in Germania);
  • la ripresa della rivolta in Libano contro la corruzione del regime confessionale, a partire dall’esplosione nel porto di Beirut;
  • il sollevamento in Mali;
  • il sollevamento in Bielorussia contro il governo di Lukashenko e le sue continue elezioni truccate.
  • il sollevamento dei giovani tailandesi contro la screditata famiglia reale;
  • l’elezione al primo turno del MAS in Bolivia, risultato di una mobilitazione di massa;
  • la rivolta popolare in Cile ha imposto il 25 ottobre un referendum sulla Costituzione datata dalla dittatura d Pinochet -il suo rifiuto sarebbe una vittoria significativa.

Rimane da vedere quali riprese delle mobilitazioni potrebbero prodursi, facendo tesoro delle lezioni della pandemia, rispetto ai movimenti contro il cambiamento climatico e contro il massiccio inquinamento e più in generale rispetto alle lotte ecologiche. C’è da riflettere anche sulla ripresa dei movimenti femministi, che in questi ultimi anni sono stati all’avanguardia delle lotte.

Il potenziale di lotta e di ribellione continua ad esprimersi contro l’ordine dominante che, di fronte ad una crisi dei profitti ed a una delegittimazione crescente, cerca di rafforzarsi con un autoritarismo generalizzato ma con dirigenti a volte piuttosto avventuristi, anche dal punto di vista della borghesia. Ma questo potenziale ha avuto finora delle difficoltà ad esprimersi a causa della paura suscitata dalla pandemia e della confusione delle misure per farla arretrare. Non è stato possibile sino ad ora cambiare i rapporti di forza e rendere più credibile un’alternativa al capitalismo.

In questa situazione, le ideologie più reazionarie e autocratiche, cospirazioniste e razziste si affermano dal lato dell’estrema destra, si strutturano e, per attaccare le oppresse e gli oppressi sfruttati in lotta, trovano degli intermediari o addirittura dei direttori d’orchestra presso i dirigenti politici che accedono o si aggrappano al potere come Trump, Putin, Bolsonaro, Xi Jinping, Narendra Modi, Duterte, Rohani, Nethanyahou, Erdogan, Orban, Kaczynski… e anche i dirigenti più “presentabili” non possono che incoraggiarli e condurre anch’essi nei loro paesi attacchi sovente inediti contro i principi democratici.

Le elezioni del 3 novembre in USA saranno un avvenimento decisivo: se dovessero avere come sbocco la rielezione (probabilmente illegittima) di Trump, potrebbero rendere la situazione ancora più tesa, con una polarizzazione in cui l’estrema destra consoliderebbe il suo vantaggio ed i rischi di rivolte di massa aumenterebbero. D’altra parte, se Trump fosse cacciato, un importante anello della catena dell’estrema destra e dei governi autoritari sarebbe eliminato e, senza farsi delle illusioni su ciò che rappresenta o pretende Biden, rappresenterebbe una ventata d’aria fresca per gli sfruttati e gli oppressi in tutto il mondo.

Conclusioni

Il movimento operaio, i movimenti sociali e noi stessi siamo disarmati e disarmate, dilaniati fra la necessità di prenderci cura della nostra salute, di proteggerci dalla pandemia e di opporci alle misure di restrizione delle libertà imposte da governi che hanno distrutto le protezioni sociali ed i sistemi di sanità pubblica.

I compiti dei rivoluzionari e dei militanti anticapitalisti sono molto importanti! Dobbiamo aiutare a creare e rinforzare i fronti unici degli sfruttati e degli oppressi contro i governi autoritari ed i programmi ultraliberisti.

Nella situazione d’emergenza che stiamo vivendo, si tratta ovunque di mettere al centro dell’azione politica un reinvestimento massiccio nei servizi pubblici e gratuiti, a cominciare dalla sanità; si tratta di rilanciare con forza programmi di welfare finanziati dalla tassazione dei ricchi, dei profitti e dal blocco dei dividendi delle imprese. Si tratta di socializzare le industrie farmaceutiche e le altre imprese d’interesse generale come l’energia, il sistema bancario o la distribuzione dell’acqua. Si tratta di riconvertire il sistema produttivo per soddisfare gli immensi bisogni sociali piuttosto che le industrie mortifere dell’armamento, della chimica inquinante, del lusso, ecc. Si tratta di riorientare l’agricoltura verso sistemi sostenibili di lavoro del suolo e delle risorse naturali. Si tratta di cessare le politiche discriminatorie, di aprire le frontiere per proteggere le popolazioni in pericolo e porre in comune gli scambi umani invece di metterli in competizione e scatenare guerre!

Dobbiamo porre al centro l’autorganizzazione della popolazione e del personale sanitario in tutta la sua ampiezza. Le misure più efficaci per lottare contro la pandemia saranno quelle che, proprio perché saranno definite dalle popolazioni stesse insieme ai sanitari, diventeranno quelle più accettate. Si tratta di riappropriarci del potere sulle nostre vite!

Su questa strada, nelle lotte, nella resistenza contro il capitalismo distruttore, per la democrazia e per una politica economica alternativa e sostenibile, esiste la possibilità di cambiare i rapporti di forza nazionali che sono oggi sfavorevoli, e di rendere più concreta l’alternativa ecosocialista per l’umanità.

19 ottobre 2020