La riflessione sull’attuale situazione di passività del movimento operaio (e anche degli “altri movimenti”, in particolare di quello studentesco, praticamente scomparso) in Italia è ormai annosa. Dopo la grande fiammata degli anni Settanta e il lento declino degli Ottanta, è da almeno un trentennio (con qualche sporadica ripresa qua e là) che “la classe operaia più combattiva d’Europa” (come diceva qualcuno) assomiglia sempre più alla Bella Addormentata nel Bosco. C’è chi mette l’accento sulle caratteristiche “strutturali” (composizione di classe, crescita della precarizzazione, globalizzazione capitalistica, ecc.), c’è chi sottolinea gli aspetti, per così dire, sovrastrutturali e cultural-ideologici (penetrazione capillare e totalizzante dell’ideologia dominante in tutti gli strati proletari, a cominciare dagli apparati dirigenti di quelli che erano un tempo i sindacati ed i partiti operai, crollo del “modello” del cosiddetto socialismo reale, ecc.) Tutti questi aspetti, ovviamente, si intrecciano profondamente, dialetticamente. Raramente però si prende in considerazione quella che è la situazione di relativo (a volte molto relativo) benessere raggiunto dalla maggioranza dei lavoratori nel Belpaese, non solo rispetto agli anni della ricostruzione e del boom economico, ma anche rispetto ai “formidabili” anni Settanta. Non che ci sia un legame meccanico tra relativo benessere e scarsa combattività: l’esempio delle grandi lotte operaie e studentesche tra il 1968 e il 1975 (in un quadro, cioè, ben più positivo, da tutti i punti di vista, rispetto ai “duri anni Cinquanta”) è lì a dimostrare la non linearità di questo processo. Resta il fatto, a mio avviso indiscutibile, che, tenuto conto sia degli aspetti strutturali che sovrastrutturali (nel senso accennato sopra), una situazione non (ancora?) disastrosa non favorisce la ripresa della combattività dei proletari e delle classi popolari in genere. In genere noi rivoluzionari tendiamo ad essere percepiti come “apocalittici”, come quelli che vedono tutto nero, con una narrazione contrapposta a quelle delle “magnifiche e progressive sorti” del sistema capitalistico. E forse i nostri avversari non hanno tutti i torti, quando esageriamo con la “presbiopia” politica (contrapposta, è vero, alla loro proverbiale miopia). Sono almeno 30 o 35 anni che sento la “compagneria” (ed io per primo) parlare di quanto siano peggiorate le condizioni di vita e di lavoro dei proletari, sottolineando il “vicolo cieco” in cui si sarebbe infilato il capitalismo (italiano e internazionale). Vorrei, con questo articoletto, fornire ai pochi lettori interessati una serie di dati statistici, che possono aiutare a comprendere l’attuale afonia della sinistra di classe. Innanzitutto il dato degli scioperi nell’ultimo mezzo secolo, un indice non esaustivo, ma certamente significativo, dell’andamento oggettivo della lotta di classe, per lo meno del suo fenomeno più vistoso. Mi limito a dare alcuni dati, rimandando i lettori che vogliano approfondire all’ottimo e dettagliato articolo di Ilario Salucci (peraltro collaboratore, ancorché saltuario, di Brescia Anticapitalista) che si può trovare a questo link Un secolo di scioperi (wordpress.com). Negli anni 1969-1979 il numero di giorni lavorativi persi per 100 dipendenti fu in media di 200 (con un picco di 425!), scesi a 130 nel primo quinquennio degli anni ’80, ridottosi ulteriormente a 30 nel decennio 1985-1994 e a 10 nel decennio 1995-2006. Negli anni 10 del XXI secolo si stima (da parte dell’Autorità di garanzia sugli scioperi) che la perdita si sia ulteriormente dimezzata (5 giornate per 100 dipendenti): detto in termini un po’ scherzosi, pare che un lavoratore degli anni Dieci del nuovo secolo sia 40 volte meno combattivo del suo omologo degli anni ’70 del XX secolo!

Un altro elemento piuttosto obiettivo (almeno secondo l’ISTAT) è quello che smentisce il presunto declino numerico dei lavoratori salariati: è una delle “bufale” più diffuse (purtroppo anche a sinistra, e non solo in quella “moderata”). In realtà sono i “lavoratori autonomi” (con questo termine l’ISTAT comprende sia i grandi capitalisti che il barista dell’angolo o l’idraulico) che continuano a diminuire (quasi un milione in meno negli ultimi 15 anni), mentre i dipendenti hanno superato nel 2019 i 18 milioni (dei quali circa 15 con contratti a tempo INDETERMINATO), con una crescita di quasi due milioni nell’ultimo quindicennio. Vero è che nell’industria oggi lavorano “solo” 6 milioni di lavoratori (contro gli oltre 8 milioni della metà degli anni Settanta), mentre si assiste ad un incremento spettacolare nel Terziario, in linea con le altre realtà a capitalismo “maturo”. L’Italia resta comunque la seconda potenza industriale d’Europa (sesta nel mondo). E gli operai, nell’industria e nel terziario, sono oggi oltre 8,5 milioni, la cifra più alta da quando esistono statistiche sul problema. Tra l’altro, quasi 4 milioni di salariati lavorano nelle grandi imprese (oltre 250 dipendenti) e altrettanti nelle medie imprese (50-249 dipendenti). Quindi, ci sono sempre più operai (e impiegati), mentre diminuiscono gli “autonomi”, i dirigenti, gli apprendisti, i lavoratori a domicilio (cfr l’articolo di Elio Montanari sulla rivista “Su la testa”, n.2)

In parole povere, siamo di più, ma molto più mosci dei nostri “padri”. Certamente le ragioni sono molte: non ci sono più le immense concentrazioni operaie di 40 o 50 anni fa (FIAT in primis); la parola “socialismo” è oggi ampiamente sputtanata, dal Cremlino a Tien An Men, ma anche, si parva licet, dai Craxi ai D’Alema e ai Veltroni di turno. Ma il fatto che gli operai di oggi, in genere, mangino di più e meglio, vadano di più in vacanza, godano di una migliore salute, abbiano studiato di più rispetto a quelli di 40 anni fa, non c’entra proprio nulla?

Ma veniamo ai numeri su questo presunto “benessere”. Cominciamo dalla “vil pecunia”. Il salario medio di un operaio nel 1975 era di circa 154 mila lire (circa 815 euro di oggi), salito a 352 mila lire (860 euro di oggi) nel 1980, prima della sconfitta epocale alla FIAT. Oggi un salario medio operaio è di circa 1300 euro, quindi, apparentemente superiore di oltre il 50% a quello di 40 anni fa. Ovvio che sarebbe necessario confrontare il potere d’acquisto reale di questo salario (un po’ come si fa col PIL pro capite PPA, cioè a parità di potere d’acquisto). In mancanza di questo dato si può provare a fare qualche piccolo confronto. Per esempio, con un salario medio, nel ’75 si potevano comprare 340 kg di pane “basico” (nell’80 410 kg, oggi 500 kg), 1283 caffè al bar (nell’80 1408, oggi 1200), 590 litri di latte (nell’80 730 l, oggi 1000 l), 440 litri di vino da tavola (non certo Barolo!), nell’80 530 litri, oggi 800 l. E 320 kg di pasta (480 nell’80, 1000 oggi); 34 kg di carne (non ho trovato nelle statistiche di che tipo di carne, e poi sono vegetariano!), 46 kg nell’80 e 90 oggi; e ancora 500 litri di benzina, 490 nell’80, 870 oggi; 350 kg di zucchero, 470 nell’80 e 1000 kg oggi. Curioso il dato dell’oro (che non credo sia un bene di prima necessità per i salariati): nel ’75 un salario operaio poteva permettersi 28 grammi d’oro, saliti a 36 nell’80 e scesi a 31 nel 2018. Insomma, a occhio e croce sembrerebbe che il potere d’acquisto sia aumentato, se non del 50%, di una cifra non lontana da questa. Ma mi rendo conto della debolezza delle basi statistiche di un ragionamento così empirico. D’altra parte anche tutti (o quasi) gli altri indici sensibili che riguardano il tenore di vita della popolazione italiana (in questo caso è difficile avere il dato diversificato per classe sociale) sembrano deporre a favore dell’ipotesi di un innegabile miglioramento. La speranza di vita alla nascita è cresciuta di circa 9 anni tra il 1975 e il 2019 (siamo passati dal 14° al 3° posto nel mondo), la mortalità infantile è scesa dal 20,7 per mille al 2,9 di oggi (dal 31° all’11° posto), l’analfabetismo è calato dal 4% all’1%, la scolarizzazione è aumentata in tutti i settori (anche se sarebbe interessante poterne misurare la qualità). Nel ’75 c’erano 887 mila studenti universitari, nel 2017 oltre 1,6 milioni. Dal punto di vista dei consumi alimentari tutte le fonti sottolineano la crescita diffusa del consumo di carne, pesce, latticini, dolci, verdure e frutta fresca (in misura minore, ma sempre sostenuta, quella dei cereali e degli alcolici). Una crescita che non si è interrotta nemmeno nei periodi di crisi economica (metà degli anni ’70 o depressione post 2008), anche se con incrementi ovviamente minori. Per quanto riguarda altri aspetti dei consumi di massa, meno essenziali rispetto a cibo, salute o scuola, è più difficile trovare dati precisi. O meglio, abbiamo i consumi dei cosiddetti beni durevoli, come l’automobile (ma avere più automobili, sempre più grosse, è davvero un miglioramento?) che sono cresciuti in modo quasi esponenziale negli ultimi 40-45 anni. Empiricamente è facile constatare, per esempio, che oggi i lavoratori viaggiano di più rispetto agli anni ’70, complice anche il calo dei prezzi dei voli. Se negli anni ’70 la vacanza tipo del proletario lombardo, piemontese, emiliano era la settimana a Milano Marittima o a Jesolo, oggi il soggiorno a Parigi piuttosto che alle Canarie, alle Baleari o a Sharm-el-Sheik non è più una rarità anche per chi lavora in fabbrica. Ovviamente non c’è nulla di “oggettivo” nel ritenere un miglioramento questo “turismo di massa” pseudo-esotico rispetto alla vacanza adriatica di mezzo secolo fa. Ma mi sembra difficile affermare che questa disponibilità a viaggiare sia da annoverare tra le negatività. Un vero, oggettivo punto debole invece è costituito dal tempo di lavoro: dopo le conquiste dei primi anni ’70 (riduzione della settimana lavorativa da 44 a 40 ore -39 per i siderurgici-, 4 settimane di ferie per tutti, ecc.) non sono più stati fatti passi avanti. Anzi, con le controriforme pensionistiche Dini (1995) e Monti-Fornero (2011) c’è stato un allungamento del tempo di lavoro: dai 35 anni di anzianità necessari per andare in pensione si è passati ai 40 (Dini) e ai 43 circa attuali. E dai 60 (55 per le donne) di vecchiaia si è passati ai 67 odierni. Insomma, più soldi, migliori condizioni di vita, ma nessuna riduzione della catena del lavoro salariato. Su questo punto sembra che tutte le proposte per ridurre il tempo di lavoro non abbiano raccolto un attivo consenso tra i lavoratori, al di là di una probabile simpatia passiva. Anche se il successo elettorale di Salvini del 2018-19, a cui secondo me non è estranea la famosa “quota 100”, dovrebbe far riflettere tutta quanta la sinistra di classe.

Insomma, imputare le nostre attuali difficoltà alle “strategie del capitale” (siano legate alla struttura produttiva o alla sovrastruttura ideologica) mi sembra riduttivo. Oggi la grande maggioranza dei lavoratori sta meglio (in alcuni settori molto meglio) di 40 o 45 anni fa (ed infinitamente meglio di 60 o 70 anni fa). Va da sé che il motore principale di questo miglioramento non è stata certo la “bontà” dei padroni o la loro lungimiranza pseudo-keynesiana (allargamento del mercato interno), ma la grande capacità di lotta delle generazioni che, dal dopoguerra alla fine degli anni ’70, hanno saputo strappare una conquista dopo l’altra, permettendo ai loro figli (e nipoti) di godere dell’onda lunga “inerziale” di quelle lotte (e quindi di essere ben poco disponibili oggi alla lotta, nonostante il “rosicchiamento” continuo da parte del capitale e dello Stato degli ultimi 30-35 anni). Fino a quando? Il nostro sguardo “presbite” ci dice da tempo che i “tempi delle vacche grasse” (in senso molto relativo, si sa) sono finiti. Chi vivrà, vedrà.

Flavio Guidi