E’ morto Cesare Romiti, presidente e amministratore delegato della FIAT di Giovanni Agnelli.

E’ morto uno dei principali nemici della classe operaia italiana, quello sotto la cui direzione il capitalismo italiano lanciò, anche simbolicamente, la sua offensiva contro un decennio di dure lotte operaie grazie alle quali furono conquistate importanti vittorie.

Quelle che poi furono progressivamente smantellate grazie alla durezza dell’attacco capitalistico ma anche ai cedimenti complici e colpevoli del PCI e delle burocrazie sindacali.

I media e il ceto politico italiano, tutti uniti, tutti insieme, celebrano la vita e l’opera di Romiti.

Per parte nostra, no, non ci chiedete di piangerlo, non ci chiedete di celebrarne le gesta.

Romiti è l’uomo la cui impietosa attività mandò al macello tanta parte di quella classe operaia così combattiva e generosa. A seguito della sconfitta del 1980, quanti operai si suicidarono, quanti operai persero la propria identità sociale, quanti caddero nell’oblio di un’esistenza misera e solitaria.

Se c’è qualcosa che ricorderemo, che serberemo bene nella memoria e da cui proveremo a imparare è la determinazione con cui Romiti ha inteso schiacciare il movimento operaio.

La stessa determinazione che occorrerà a noi per farla finita con il sistema di sfruttamento e oppressione di cui Romiti fu infaticabile alfiere.